Abbandono e Autoindagine

Da un articolo di David Godman su “The Mountain Path”, Vol.18, No.1, 1981

Uno dei commenti più frequenti di Ramana Maharshi era che esistono solo due metodi affidabili per ottenere la Realizzazione: l’Autoindagine e l’Abbandono [o resa ai Maestri e al Divino].

Una sua affermazione frequente, quasi ugualmente, era che Jnana e Bhakti sono alla fine la stessa cosa. Questa seconda affermazione è in genere interpretata nel senso che qualsiasi delle due vie uno scelga, la meta ultima e l’esperienza finale saranno le stesse.

Si pensa in genere che le due vie non convergano fino al momento della Realizzazione, ma se gli insegnamenti di Ramana Maharshi sono correttamente interpretati, si vedrà che le vie dell’abbandono e dell’autoindagine si fondono prima della Realizzazione, e che nel livello più elevato della pratica, chi ha scelto la via dell’abbandono, avrà una sadhana uguale a chi ha scelto la via dell’autoindagine.

Questa affermazione può apparire assai radicale a prima vista, ma questo è soltanto dovuto al generale fraintendimento di molti riguardo all’insegnamento di Ramana e riguardo alla vera natura, al significato e alla pratica dell’abbandono.

Per eliminare tali fraintendimenti e chiarire il pensiero e l’approccio di Ramana sull’abbandono sarà utile esaminare alcune di questi luoghi comuni alla luce delle affermazioni di Ramana sull’argomento; innanzitutto per evidenziare quanto siano infondati, in secondo luogo per eliminarli e mostrare la profondità del vero insegnamento di Ramana.

Il punto di partenza migliore per questa indagine è la relazione tra Ramana Maharshi, il Guru e le migliaia di persone che si definiscono suoi devoti.

In questo paese (l’India) c’è una antica tradizione per la quale molte persone accettano certi insegnanti come loro guru, e immediatamente proclamano di essersi abbandonate a tali maestri. Nella maggioranza dei casi quest’abbandono è solo un’affermazione di intenti; o meglio, vi è un parziale abbandonarsi a queste nuove autorevoli figure nella speranza di ricevere qualche ricompensa materiale o spirituale.

L’avversione di Ramana a questo tipo di corruzione religiosa fu abbastanza chiara ed è molto ben riassunta nella seguente affermazione:

Arrenditi a Lui e accettate la Sua volontà,
che Egli ti appaia o no,
attendendo il Suo piacimento.
Se tu Gli chiedi di fare come a te piace,
questo non è abbandono, è comandare.
Tu non puoi volere che ti obbedisca
e tuttavia pensare di essere arreso a Lui.
Egli sa cos’è meglio per te,
e come e quando dev’essere fatto.
Abbandona tutto, ogni cosa, a Lui.
Suo è il fardello, non preoccupartene più.
Tutte le tue preoccupazioni sono Sue.
Questa è l’abbandono.
Questa è la bhakti.
(Discorso 450)

Tale affermazione, uguale a molte altre, mostra il categorico rifiuto di Ramana dell’idea che ci si possa arrendere al proprio Dio o Guru e al contempo esigere che quel Dio o Guru soddisfi i proprio desideri e risolva i propri problemi.

Malgrado questa ripetuta confutazione, è probabile che la maggior parte dei devoti di Ramana creda di essersi arresa a lui, e tuttavia allo stesso tempo non avrebbe esitato ad avvicinarsi al Maestro per i propri problemi personali e materiali, specialmente percependo che richiedano un’urgente soluzione.

Negli insegnamenti di Ramana sull’abbandono, non v’è spazio per i desideri, né spazio per aspettative e miracoli, non importa quanto disperata passa apparire la situazione.

Ramana dice:

Se sei arreso,
devi esser capace di conformarti alla volontà di Dio,
e non lamentarti per ciò che potrebbe non piacerti.
(Discorso 43)

I soli appelli che potrebbero essere approvati dalla stretta interpretazione di Ramana sull’abbandono assoluto sono quelli in cui il devoto si avvicina a Dio o al Guru nel modo seguente: “Questo è un Tuo problema, non mio. Ti prego, prenditene cura in qualsiasi modo Tu ritenga adatto”.

Questo atteggiamento porta i segni di un resa parziale, perché soddisfa i requisiti minimi di ciò che Ramana intende per vero abbandono. In questo livello di resa non vi è più alcuna aspettativa di una soluzione particolare, c’è la semplice volontà di accettare qualunque cosa accada.

È interessante notare a tal proposito che sebbene Ramana abbia affermato con chiarezza che i devoti che vogliono che i loro problemi siano risolti non praticano il vero abbandono, egli ha ammesso che l’arrendere i propri problemi a Dio o al Guru sia il modo legittimo di agire per coloro che sentono di non poter aderire al suo insegnamento assoluto di completo abbandono.

Una volta gli fu chiesto: “È giusto pregare Dio quando si è afflitti dai mali del mondo?”. Ed egli rispose:

“Indubbiamente”.
(Discorso 518).

Questa ammissione che il Guru possa essere avvicinato da persone che gli presentano problemi personali deve essere vista come un’estensione, e non una contraddizione dei suoi insegnamenti sull’abbandono assoluto e incondizionato. Per quelli che non sono pronti a un abbandono completo c’è questa pratica intermedia di rimettere i propri problemi nelle mani di un “Potere Superiore” esterno. Non è una diluizione della sua nozione che l’abbandono debba essere completo e totale per essere effettivo, è più un’ammissione che per alcuni devoti un passo così forte sia impraticabile senza qualche stadio inferiore intermedio.

❖ ❖ ❖

Nota di Sergio:

Io stimo molto David Godman, ma a mio avviso in questo articolo cavilla molto intellettualmente. Difatti ne ho tradotto solo metà, la parte che volevo comunicare ai miei allievi e a chi mi segue. Il resto dell’articolo sono più elucubrazioni che paiono provenire più da un filosofo che da un sadhaka avanzato, e forse potrebbero condurre fuori strada.

Invero Sri Ramana ha detto cose diverse e a volte apparentemente contraddittorie perché, come tutti i Maestri degni di questo nome, rispondeva a livelli diverse di consapevolezza. Chi non comprenda questo rischia di portare avanti uno studio preconcetto e di impegnarsi in una classificazione stratta di cosa sia più giusto e cosa meno nella pratica spirituale, invalidando così il percorso di molti sadhaka che secondo questo quadro non si conformano al livello massimo. Allora perché non limitarsi a dichiarare che il livello massimo di abbandono è quando uno è consapevolmente il Sé e chiudere lì il discorso?

La pratica spirituale è quel processo di purificazione che si inizia
sentendosi (in genere) un corpo fisico e conclude riconoscendosi come il Sé
incorporeo. In questo spazio il sadhaka sperimenterà vari livelli di abbandono
progressivamente sempre più profondi. Non ha dunque senso imporgliene uno, ha
senso invece indicargli l’importanza dell’abbandono e lasciare che quel seme maturi.

Nell’ambito degli insegnamenti di Sri Ramana, è giusto ciò che è giusto in quel momento per l’allievo. Questo è tutto.

Ecco perché posto spesso lettere di studenti e le mie risposte a loro; per
mostrare le sfumature di un insegnamento nel concreto, anziché limitarmi soltanto
a postare gli insegnamenti generali dei Maestri.

Permettetemi ancora di condividere che per me Sri Ramana è la Perfezione incarnata, l’incarnazione stessa di Shiva. Nessun altro Jnani che io conosca raggiunge il suo livello di saggezza, purezza, completezza, e potere di trasmissione diretta attraverso il silenzio. Ramana è una montagna, è Arunachala stessa.

Informazioni su Sergio Cipollaro

Io e gli altri Maestri della nostra famiglia spirituale – Anna Gagliano, Cristina, Marco Mineo, Renato Cadeddu, Roberta Gamba e Sara Salvatico – insegniamo l’Autoindagine, la ricerca del Sé, secondo la nostra esperienza diretta e gli insegnamenti dell’Advaita “classica”. Nessun fine di lucro! Unici due requisiti richiesti agli allievi: sincero desiderio di realizzare l’Assoluto, accedere all’insegnamento con abbandono e amore. Dato che abbiamo ricevuto molte e-mail da persone non mosse da serie intenzioni, che hanno chiesto la nostra guida e dopo uno o due contatti non si sono più vive, per verificare la serietà delle intenzioni abbiamo deciso che chi vuole ricevere la nostra guida per l’autoindagine deve prima partecipare a un nostro Ritiro di Autoindagine.
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