Abbandono totale e Realizzazione

Allieva — Caro Sergio, ho letto il post sull’abbandono e mi pare di averlo profondamente compreso.  Ho pensato al tuo lavoro su di me per portarmi all’abbandono e mi sono profondamente commossa.  So anche che è la cosa più difficile, che ci si può abbandonare sempre di più, che c’è sempre qualcosa in più da lasciare andare per sprofondare maggiormente.

Sergio — Sembra così, sembra infinito, ma poi si raggiunge l’abbandono totale. Semplicemente dai al Divino tutta la tua vita, il suo divenire, il tuo corpo, le tue relazioni; ti sollevi dal fardello e lo dai a Lui.

Quando ciò accade, la mente si acquieta: NON HAI PIÙ NIENTE DA PENSARE!!!  I pensieri sorgono perché una parte di attenzione è incollata a qualcosa, e questo qualcosa riguarda la tua persona, le tue relazioni, la tua vita. Quando hai dato tutto al Divino, a cosa dovresti ancora pensare???

A tal punto, il Sé, che dovresti già aver riconosciuto più volte attraverso l’abbandono e l’autoindagine, non è più velato da nubi, e nel silenzio tu vi dimori stabile. È il sahaja samadhi, lo stato naturale.

Senza l’abbandono totale non è possibile una totale quiete mentale, perciò il massimo che puoi raggiungere il nirvikalpa samadhi, cioè una permanenza nel Sé senza sforzo ma discontinua, poiché l’attenzione sarà sempre richiamata da qualche pensiero/spinta che la porterà fuori dal Sé.

Il problema per i bhakta (i ricercatori orientati alla devozione) è che essi, pur coltivando l’abbandono, proiettano il Divino all’esterno, adorando la forma di un Guru o di una divinità. Ma il Sé può essere sperimentato solo all’interno, come Essere, Io Sono universale, pura Coscienza. Perciò alla fine i bhakta hanno bisogno di jnana per riportare il Divino da una proiezione esterna, nella caverna del Cuore.

Ma quelli che hanno già visto, “riconosciuto” il Sé nella sua vera forma potrebbero continuare la pratica semplicemente sedendosi e procedendo attraverso un continuo intento di abbandono totale.

Allora man mano che si va più in profondità nell’abbandono viene meno il collante che tiene ancorate le impressioni nella mente e queste cominciano a salire alla superficie della coscienza e infine si dissolvono. Nelle prime fasi di questo processo spontaneo di intensa purificazione ci si sente come ubriachi, tante sono le impressioni che ci attraversano.

Poi ci si stabilisce nel Sé, ma solo se l’abbandono totale è divenuto stabile e naturale.

A. — Ti ho già parlato di cosa mi è successo l’altra notte. La mente era come andata in tilt: andava da un ricordo all’altro in maniera frenetica e non sono riuscita a rivivere nulla.

S. — È esattamente il processo che ho appena descritto, ed è un buon segno per te. Significa che il tuo abbandono è già abbastanza profondo da consentirlo. Tu non devi fare nessuno sforzo per rivivere. A te viene semplicemente richiesto di non resistere, e quello che dev’essere rivissuto lo sarà nel modo e nella quantità necessari, tutto spontaneamente.

A. — Ieri ho pianto tutto il giorno. Ero immersa nella sensazione CHE NULLA HA SENSO. Questo pensiero/emozione è stato ben presente sia durante la meditazione che fuori. Durante la meditazione ho percepito una grande commozione e anche questa mi ha fatto piangere parecchio. L’attenzione va spesso al cuore (ma ha destra come l’avevo sentito pulsare una volta).

S. — È così. Noi non costruiamo niente. La Realtà è già la Realtà e l’illusione è già l’illusione. Quello che tiene in essere l’illusione e velato il Sé è resistere e forzare. Quando tu vai verso l’abbandono totale, spontaneamente l’illusione tenderà a sbiadire e quindi a dissolversi, e spontaneamente il Sé tenderà a risaltare e quindi a rimanere l’unica Realtà. Il cuore spirituale è a destra. È da lì che lo jnani sente emergere il Sé.

Questo conferma quello che ho sempre detto: che sei una sadhika avanzata, anche se la tua struttura psicologica ama far sì che tu ti neghi e ti invalidi. Spero che prima o poi crollerà, a sommo beneficio mio e di tutti gli esseri senzienti, anche questa tua predilezione!!!

A. — L’esercizio di chiedermi “cosa è stato fatto a me (di negativo)?” mi ha fatto ricordare episodi in cui non c’entra nulla la domanda. Cioè invece di rivivere momenti in cui mi è stato fatto un torto, ho rivissuto momenti in cui mi sono sentita in colpa. Sono perplessa al riguardo.

S. — Va benissimo. Tu fatti la domanda e lascia che quello che deve emergere emerga, senza giudicarlo. Non tutti hanno bisogno di questo esercizio. Solo chi sente che ci sono ancora memorie cariche di emozioni negative per ferite e dolore prodottisi nelle relazioni. Chi sente di avere questo contenzioso ancora aperto, dovrebbe fare l’esercizio che stai facendo tu.

Sono molto contento. Non posso che congratularmi con te!!!

LOVE

Informazioni su Sergio Cipollaro

Io e gli altri Maestri della nostra famiglia spirituale – Anna Gagliano, Cristina, Marco Mineo, Renato Cadeddu, Roberta Gamba e Sara Salvatico – insegniamo l’Autoindagine, la ricerca del Sé, secondo la nostra esperienza diretta e gli insegnamenti dell’Advaita “classica”. Nessun fine di lucro! Unici due requisiti richiesti agli allievi: sincero desiderio di realizzare l’Assoluto, accedere all’insegnamento con abbandono e amore. Dato che abbiamo ricevuto molte e-mail da persone non mosse da serie intenzioni, che hanno chiesto la nostra guida e dopo uno o due contatti non si sono più vive, per verificare la serietà delle intenzioni abbiamo deciso che chi vuole ricevere la nostra guida per l’autoindagine deve prima partecipare a un nostro Ritiro di Autoindagine.
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