Amare

Tutta la gioia di questo mondo deriva dal desiderare la gioia per gli altri. Tutto il dolore di questo mondo deriva dal desiderare la gioia per se stessi.

Riflettete su questo principio. Se lo trovate soltanto romantico non avete ancora compreso. Riflettete e cercate di capire perché è così. Se non capite bene che è scientificamente proprio così (in senso spirituale), non praticherete la tecnica che sto per insegnarvi.

La verità assoluta ha due aspetti: la Saggezza, che deriva dall’essere al di là di tutto, persino della coscienza, e l’Amore, che deriva dall’essere tutto. Ma l’Amore resta in embrione persino quando non c’è la manifestazione e l’Assoluto è imploso in Se stesso. È l’Amore che ciclicamente fa “esplodere” l’Assoluto frazionandolo in universi di sogno così che l’Amore possa amare se stesso.

La stessa cosa avviene nella Realizzazione. Sì, la Coscienza implode nell’oltre la coscienza (Turiyatta), ma non scompare mai del tutto. Tramonta e albeggia di continuo così che si possa dire che siamo oltre la Coscienza, ma che nemmeno si possa dire che non c’è coscienza.

È Lila, il gioco divino; così lo chiamano le scritture e nessuno ha saputo spiegarlo meglio, né io ci proverò.

Quello che qui mi interessa è che voi comprendiate che l’Amore è antitetico all’ego; ego che è il dolore, l’afflizione per antonomasia.

L’ego è la lavagna su cui viene scritto il dolore. Il buddismo insegna che l’ignoranza (avidya) di credere di essere un “io” individuale (asmita) e poi addirittura un corpo fisico è la prima delle afflizioni (kleśa). Essa genera attrazione e repulsione verso gli oggetti della percezione – e quindi attaccamento alla vita. Da soli questi tre “veleni” causano TUTTO IL DOLORE del  mondo.

Ma quando noi invertiamo la direzione centripeta dell’egoismo, il nodo scorsoio che ci strangola, e rivolgiamo il nostro amore verso gli altri, subito cominciamo a star meglio perché quel cappio si allenta e la nostra Vera Natura Universale può finalmente tornare a respirare.

Per quanto incredibile possa sembrare alla visione dell’ego, a un livello psichico profondo gli altri ci stanno più a cuore di noi stessi! Infatti il motivo ontologico per cui siamo apparsi nella manifestazione è quello di “Com-Prendere” l’altro e riconoscerlo come “Tu Sei Me”  – “So Ham. Ham So” che significa “Io sono lui. Lui è me”.

Il senso di colpa per aver ferito gli altri, pur essendo soltanto un’impressione – in quanto il Sé non è mai coinvolto in alcuna azione – è la più resistente ad andarsene. La guarigione ovvia e naturale sarebbe quella di “Amare”; ma paradossalmente il senso di colpa ci fa ritirare ancora di più dall’Amare, perché Amare nuovamente ci fa ricordare di aver fallito nell’Amore. Ma la piaga per guarire dev’essere disinfettata. Ecco che è necessario un sforzo cosciente per riaprirsi all’Amore e passare attraverso il dolore di quel fallimento. Altrimenti il senso di colpa va attraverso il cosiddetto karma negativo, un meccanismo cieco e il più delle volte inconscio che porta quella persona a soffrire fino a un punto in cui giudica di averne avuto abbastanza e si permette di riaprirsi nuovamente all’Amore e al benessere.

Il Buddha disse che per tornare “a Casa” occorrono due ali: saggezza e compassione. L’una senza l’altra non può levarci in volo.

Di base però i ricercatori si dividono in due categorie: quelli orientati alla conoscenza (più attratti dalla Saggezza che tutto è Nulla) e quelli orientati alla devozione (più attratti da “Io sono lui e lui è me”, cioè dall’Amore), ma per raggiungere la Realizzazione ciascuna categoria deve integrare l’altro aspetto. Non disse il grande devoto Ramakrishna di aver dovuto a un certo punto abbandonare l’adorazione alla Madre per il Padre?

Lo stesso vale per i ricercatori orientati alla conoscenza che prediligono le vie dirette come l’Advaita e lo Zen. Essi hanno bisogno di integrare l’Amore, altrimenti corrono il rischio di soffocare in un solipsistico ossessivo desiderio per la “loro” liberazione.

Ciò fa sì che spesso Grandi Maestri come Rajivji facciano dichiarazioni che apparentemente possono sembrare contraddire il corpo del loro insegnamento: “A paragone con l’amore e la cura per gli altri il desiderio di raggiungere la liberazione appare come un vile egoismo.”, “Perdere il Vuoto è perdere qualcosa, ma perdere di vista i propri cari è perdere tutto. L’amore è la più alta forma di pratica.” – entrambe queste sentenze di Rajivji sono state da lui  postate su Facebook.

Io però penso che il principio di verità enunciato nel titolo vada integrato più organicamente nella pratica dell’Autoindagine; perciò vi propongo di affiancare all’indagine una tecnica che ho tratto dalla meditazione tibetana Tong Len (che significa “prendere e dare”).

Ve la spiego come la pratico io. È una tecnica facilissima e incredibilmente “potente”. Anche questa potete praticarla sia nella meditazione formale da seduti sia tutte le volte che riuscita a recuperare qualche secondo o minuto nella vostra vita quotidiana. Decidete voi in quale proporzione farla unitamente all’Autoindagine; la proporzione può variare secondo le circostanze, ma dovreste farla tutti i giorni anche solo per poco tempo, così come un religioso recita la propria preghiera quotidiana.

La meditazione Tong Len favorisce la guarigione fisica e mentale di chi la pratica e di chi la riceve ed è un’autentica Grazia per la realizzazione spirituale (ci saranno sicuramente tecniche simili, ma non le conosco). Ho addirittura letto di recente che la stanno sperimentando in un reparto di oncologia di un ospedale di Bologna.

Inoltre, se praticata con perseveranza, la Tong Len vi condurrà a una sensibilità che nemmeno sospettate. Sarete in grado di sentire cosa prova una persona che vi sta vicino, anche se non la conoscete; di sentire a distanza le persone che sono in contatto con voi e di dare loro una trasmissione diretta. Queste facoltà vi saranno assolutamente necessarie se la Coscienza vorrà che diventiate un insegnante spirituale, altrimenti vi limiterete a disbrigare la corrispondenza – naturalmente a quel punto non seguirete più una tecnica, ma tutto il processo vi sarà spontaneo e immediato.

Ecco la tecnica come la pratico io:

1. Scegliete una persona che sapete essere in difficoltà – sarebbe meglio che all’inizio non fossero qualcuno con cui siete personalmente coinvolti… ma se la vostra attenzione è su un vostro caro che sta male, come potersi sottrarre?

2. Chiudete gli occhi e lasciate che questa persona appaia nella vostra mente – quando diverrete abili potrete tenerli anche aperti e fare altro mentre mantenente la maggior parte dell’attenzione su quel soggetto.

3. Inspirate e fate arrivare nel vostro cuore il sentire di questa persona, ciò che ella sente.

4. Espirate e inviatele quello di cui ha bisogno: amore, vicinanza, gioia, pace, fiducia, fede, silenzio (se contattate il silenzio) ecc.

Non inviate pensieri, parole, decisioni. Sareste invasivi, diventate dei maghi; significherebbe manipolare la mente di quella persona, o anche movimenti più ampi della Coscienza, e vi coinvolgereste in un karma. Voi non potete sapere cos’è meglio per quella persona. Da quale punto di vista giudichereste cos’è meglio per lei?

Vi racconterò una storia vera capitata a Yogananda per farvi comprendere meglio questo punto. Nel primo ashram di Yogananda gli allievi adottarono un cucciolo di cerbiatto. L’animale viveva con loro ma un giorno si ammalò e rischiava di morire. Tutti se ne dolsero e cominciarono, Yogananda compreso, a meditare su di lui perché sopravvivesse. Ma una notte Yogananda sognò il cerbiatto che gli chiedeva di smettere quella pratica e di lasciarlo libero di trasmigrare in una forma più evoluta. Yogananda raccontò il sogno agli allievi e tutti smisero di forzare la sopravvivenza dell’animale che nel giro di un giorno abbandonò il suo corpo… Vi è chiaro cosa intendo? Non forzate gli eventi ad accostarsi al punto di vista del vostro ego operando sul piano sottile.

La stessa tecnica Tong Len può essere fatta quando siete voi ad aver bisogno. Pensate a quante altre persone soffrono del vostro stesso problema.  Sentite nella vostra mente tutte queste persone che soffrono di questo problema e fate la tecnica descritta sopra: inspirando portate nel vostro cuore il sentire di tutte queste persone, espirando inviate loro il sentimento astratto che li può aiutare

Fatelo innanzitutto con le persone che vi hanno ferito e offeso. Ricordate le parole di Gesù? “Non andare a dormire senza prima aver perdonato il tuo nemico”.

C’è una bella storia nell’Autobiografia di uno Yogi di Paramahansa Yogananda. Yogananda era da poco nell’ashram del suo Guru Sri Yukteswar e c’erano molte zanzare. Una gli punge la coscia e lui sta per schiacciarla, ma Yukteswar gli dice “Ferma il tuo atto omicida”. Poi coglie l’occasione per spiegare che una ahimsa perfetta non è possibile sul piano fisico – se uno ha violentato e ucciso una bambina devi sanzionarlo con la prigione, altrimenti se non lo sanzioni ciò significherà che vi saranno più bambine violentate e uccise, ma imprigionarlo non significa che gli togli il tuo amore, questa persona è in definitiva il Sé, e come Sé non ha commesso niente, come la zanzara non ha colpa di essere zanzare. Yukteswar spiega che il vero significato dell’ahimsa è: NON UCCIDERE NEL TUO CUORE.

Perciò vi consiglio di partire da chi vi ha ferito e offeso.

Quello che succede dopo un po’, è che di riflesso voi vi sentirete: amati, sostenuti, stimati, accettati, accolti, perdonati come avete fatto con gli altri.

Ora state operando come Dio. Cosa vi serve di più?

Siete consapevoli che questa è la Grazia in azione?

Jai Bhagavan

Informazioni su Sergio Cipollaro

Io e gli altri Maestri della nostra famiglia spirituale – Anna Gagliano, Cristina, Marco Mineo, Renato Cadeddu, Roberta Gamba e Sara Salvatico – insegniamo l’Autoindagine, la ricerca del Sé, secondo la nostra esperienza diretta e gli insegnamenti dell’Advaita “classica”. Nessun fine di lucro! Unici due requisiti richiesti agli allievi: sincero desiderio di realizzare l’Assoluto, accedere all’insegnamento con abbandono e amore. Dato che abbiamo ricevuto molte e-mail da persone non mosse da serie intenzioni, che hanno chiesto la nostra guida e dopo uno o due contatti non si sono più vive, per verificare la serietà delle intenzioni abbiamo deciso che chi vuole ricevere la nostra guida per l’autoindagine deve prima partecipare a un nostro Ritiro di Autoindagine.
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