Bobo Roshi e la soppressione dell’energia vitale

Maestro — C’è un’altra cosa che voglio dirti da tempo ma ho sempre rimandato pensando che non era ancora il momento e che non mi avresti capito. Ora però non posso procrastinare.

Hai una struttura mentale da agente dell’ordine, controlli continuamente l’energia vitale. Nella società le persone che “fermano” (forze dell’ordine, esercito) sono necessarie, ma devono essere una minoranza altrimenti hai uno Stato totalitario. Sembrerà tutto in ordine, la domenica mattina tutti a sfilare in divisa, ma l’energia si blocca.

Tu controlli che l’ego non abbia spazio. Vai a ristorante e ti chiedi cosa puoi chiedere al cameriere perché l’ego non abbia un ruolo. Pensi: “Be’, devo mangiare. Qual è la dieta più rigorosa che non dia spazio all’ego? La dieta senza muchi! Ottimo, facciamo quella…”.

Questo è completamente sbagliato!!!!!

Tu confondi l’ego, che è il pensiero “io”, con l’energia vitale. L’energia vitale non c’entra niente con l’ego. Un neonato esprime completamente la propria energia vitale, eppure non ha ancora un ego. L’ego è l’identificazione con un io individuale. Può assumere tutte le forme, può essere libertino o puritano ecc.

Devi lasciare libra l’energia vitale! Devi osservare, non tiranneggiare!!!

Ovvio che non consentirai all’energia virale di fare tutto quello che vuole, ma da qui al sottoporla a un continuo controllo ce ne passa! Anche ai carcerati si concede l’ora d’aria. Lascia che l’energia si esprima quando la sua espressione non crea danni a te e agli altri. Smetti di controllare se l’ego abbia spazio o no. Questo non è proprio il modo per portare l’ego all’estinzione. Così facendo invece di rimanere nella quiete e nel distacco, ti stai coinvolgendo con l’azione.

Pensa all’immagine è quella di Shiva disteso (in stato di quiete) con Shakti che danza sul suo ventre. Shiva non la inibisce, la osserva.

Il primo effetto di questo erroneo ipercontrollo dell’energia vitale e la scomparsa della spinta sessuale. Uno dice “Va be’, tanto io voglio Dio…”. Solo che quella spinta sessuale si trasforma nella beatitudine di Turiya. È stata raffinata, certamente, ma se viene bloccata a monte, la beatitudine non verrà e il tuo progresso spirituale si arresterà.

In conclusione, impara ad abbandonarti all’energia vitale! Se non hai una malattia grave o una ragione più che valida per stare in dieta, quando mangi lascia che l’energia vitale scelga quello che le PIACE.

Limita il controllo solo a cose significative da cui possono nascere conseguenze non desiderate. Per il resto lascia che Shakti danzi sul tuo ventre e osserva.

Studente — Questo te l’ho scritto prima di leggere la tua mail.

“Questa notte, ho avuto un lungo incubo. Delle forze invisibili volevano prendermi. Ho lottato fino allo sfinimento, accompagnato da un costante senso di enorme paura – pur appoggiandosi il tutto su un sottile velo di calma che mi ha permesso di continuare il sogno nonostante la paura. Alla fine, stremato, ho anche accettato la possibilità di essere portato via da quelle oscure forze…

Mi sono svegliato e tutti i dubbi che avevo ieri su cosa fosse meglio fare erano spariti. Io voglio Dio e questo mi tiene in vita, ma è anche vero che voler Dio così intensamente e onestamente mi porta a scontrarmi con la mia persona ed a ogni battaglia perdo un pezzo :-)”

Che fatica però, perché devo continuamente creare resistenza? Uffa…

Non è stato scoperto un percorso che porti a Dio passando per la gioia invece che per la sofferenza? Il problema e che nella gioia uno non avrebbe sufficiente forza, voglia e motivi per abbandonare quello stato piacevole e andare oltre.

M. — Le forze oscure sono l’avversario creato dalla tua tirannia sull’energia vitale; sono un tuo punto di vista. Chi l’ha detto che la gioia toglie la voglia di ottenere la Liberazione? Dipende da come la si usa…

S. — Caro Sergio, la tua mail di questa mattina ha nuovamente portato gioia nel mio cuore. È tutto vero quello che hai notato. Ho la convinzione che l’ego si possa uccidere e quindi vigilo costantemente sulle sue attività, senza consentirgli un passo oltre il confine che ho decretato. Sono un tiranno!!! Non sai quanto sollievo stai dando alla mia anima, quanta gioia affluisce nel mio cuore… Secondo te è meglio che riduca la meditazione formale da 2 a 1 ora e che conceda un po’ più di vita al mio ego? Non sarà cosa facile, perché ho messo così tante restrizioni che ora non so più come fare… Ma sicuramente Dio mi aiuterà. Grazie infinite.

M. — Amato, tu sbagli concettualmente e sostanzialmente. L’ego sopravvive in tutte le forme e condizioni: può essere un ego ricco, povero, gravemente ammalato, in perfetta salute, disgraziato e pieno di dolore, fortunato e pieno di gioia ecc… Che senso ha dunque porre restrizioni all’ego??? Tu stai solo creando un robusto ego stoico.

Tu non stai ponendo restrizioni all’ego, le stai ponendo all’Energia Vitale, e questo ha portato un ritardo nelle tue realizzazioni. Tu pensi che provare piacere dia forza all’ego. Quest’idea è completamente sbagliata. L’ego può vivere anche di dolore.

Il tuo modo di vedere comunque c’è sempre stato all’interno della spiritualità. C’è sempre stata gente che ha creduto che “mortificando la carne” potesse realizzare Dio.

All’inizio Buddha aveva seguito un gruppo di rinuncianti nella foresta. Questi non si concedevano nessun piacere: mangiavano pochissimo nutrendosi solo di bacche selvatiche ed erano magri come spettri, dormivano per terra senza prepararsi nemmeno un giaciglio ecc. A un certo punto Buddha capì che quell’approccio non l’avrebbe portato da nessuna parte. Allora andò dal capo dei rinuncianti e gli disse che aveva deciso di andarsene. Questi cominciò a insultarlo e a riempirlo di improperi. Ma Buddha aveva già sviluppato delle siddhi. Disse: “Io sono già più forte di te. Ti chiedo di essere gentile e di darmi la tua benedizione per andar via”. Così dicendo controllò la mente del vecchio e lo costrinse ha dargli tutte le benedizioni possibili e se ne andò.

Era così privo di forze che non riusciva a camminare e una pastorella lo ristorò con del latte di capra. Da allora Buddha predicò la Via di Mezzo.

Un ricercatore ha sicuramente bisogno di austerità e disciplina per portare avanti la propria sadhana – non può praticare solo quando ne ha voglia –, ma deve anche imparare a lasciare che l’energia vitale si esprima. Soppresse sfrenatezza sono due facce della stessa medaglia. Tu dovresti cercare il Sé che è quiete: né farti travolgere dall’energia vitale e divenirne schiavo, né sopprimerla e coinvolgerti nell’azione.

Cessa la tua tirannia su Shakti e trova tu il giusto equilibrio, la via di mezzo. Io non posso dirti come fare, devi trovare tu l’equilibrio tra disciplina per la pratica e il dharma e libertà per l’energia vitale.

Kripalu seguiva una pratica di resa all’energia vitale. Una volta era ospite di un suo allievo in America, la cui moglie lo riempiva di leccornie anche se Bapuji aveva ripetutamente detto di mangiare pochissimo. Una volta la devota gli diete molti pistacchi e lui sentì un gran desiderio di mangiarli tutti. Sentì che non farlo non avrebbe ferito l’energia vitale e così li mangiò. Ma la mattina seguente osservò un giorno di digiuno… Un bizzarro equilibrio davvero, che però ci dice che questo equilibrio è soggettivo e che devi trovarlo tu.

Leggi la storia di Bobo Roshi che ho tradotto in basso, è un interessante esempio. Lui era il miglior allievo del monastero, perfetto in tutto, ma… era anche l’unico tra i discepoli che non era mai riuscito ad avere il kensho, l’esperienza diretta…

Comunque, questi sono problemi che capitano ai migliori ricercatori. Sei un aspirante nobile. Ti voglio bene e ti stimo!

La storia di Bobo Roshi

Bobo Roshi è un maestro Zen, ma diverso dagli altri…

Si dice che abbia passato parecchi anni in un monastero Zen nella parte meridionale di Kyoto. Un monastero severo, con regole assai rigide, più che in altri monasteri. Per esempio credo che si alzassero tutti i giorni alle 2 del mattino…

Bobo era un monaco molto diligente; anzi, strafaceva!, dandosi regole ancora più severe, ma… con suo sommo dispiacere, non comprendeva il suo koan.

L’abate non era tenero con lui. Ogni volta che Bobo entrava nella stanza del Maestro per tentare di spiegare il suo koan, questi suonava immediatamente il suo campanellino, che era il segnale che doveva andarsene. Fu trattato così per anni e anni.

Dal canto suo Bobo più era sconfortato di non riuscire a realizzare il koan, più strafaceva. Meditava oltre l’orario di meditazione, dormire nella posizione del loto, provava in tutti i metodi che poteva immaginare per comprendere il koan, ma il koan gli rimaneva sempre misterioso.

Non so per quanto tempo sia andato avanti così: sei anni, dieci… Ma alla fine anche lui dovette arrendersi. Sconfitto abbandonò il monastero. Non credo che abbia nemmeno salutato qualcuno. Semplicemente oltrepassò il portone del monastero vestendo abiti civili e con un gruzzoletto di soldi che aveva risparmiato.

Ora dovete capire che Bobo aveva vissuto in monastero per parecchio tempo e non sapeva niente della vita del mondo. Essendo così irreprensibile, non si era mai sognato di scavalcare di notte il muro di cinta del monastero per sgattaiolare fuori e andare in città, come avevano fatto molti con minor senso di disciplina. Bobo era un vero monaco: sobrio, silenzioso, sempre col controllo di se stesso.

E adesso eccolo là… in una strada soleggiata di un’affaccendata città. Migliaia di persone, tutte a fare qualcosa, tutte ad andare da qualche parte.

Vagò per la città e si trovò nel quartiere dei salici. Il quel quartiere le donne sono solite farsi vedere in piedi sulla soglia di casa, o fingono di fare qualcosa in giardino. Una di loro lo ha chiamò – Bobo era così innocente che non capì cosa volesse. Andò da lei e le chiese educatamente in che cosa potesse esserle utile. Lei lo prese per mano e lo condusse in casa. Dicono fosse bella, chissà?

Lo aiutò a spogliarsi – e lì Bobo deve aver capito cosa voleva… Chiese dei soldi e Bobo glieli diede. Poi lo accompagnò in bagno e, secondo l’usanza del luogo, gli lavò le spalle, le massaggiò, le asciugò con un panno pulito e cominciò a conversare civettuola con lui. Gradualmente l’eccitazione si impossessò di Bobo, e quando lei sentì che lui era pronto lo portò in camera da letto. Bobo doveva essere veramente molto eccitato dopo tutti quegli anni di astinenza, e nel momento in cui entrò in lei… risolse il koan.

Realizzo un elevato satori, di quelli rari, che si trovano descritti nei libri. Non una piccola comprensione che deve poi essere approfondito: una comprensione completa, tutt’in una volta, un’esplosione che lo fece a pezzi e lui pensò che il mondo fosse giunto alla fine e che avrebbe potuto riempire il vuoto dell’universo in ogni suo possibile anfratto col suo Essere. Quando Bobo lasciò la donna era un maestro, un Roshi.

Ma il nome Bobo gli fu dato inseguito, quando si conobbe la sua storia. Bobo vuol dire – scusate il termine – “fottere”…

Domande e risposte

D. — Ma uno jnani – che è appunto al di à del coinvolgimento – potrebbe deliberatamente compiere un’azione che ai nostri occhi è giudicata immorale?

M. — Nelle relazioni con gli altri dovete assolutamente scegliere e mantenere sattva. Se ferite, ingannate, manipolate si creano impressioni piuttosto forti che tenderanno a trattenervi nell’illusione. Da sattva è più facile distaccarsi.

Uno Jnani non delibererebbe, anche se può apparite così, piuttosto lascerebbe che il movimento o danza delle impressioni si compia – e in quella danza è inclusa la sua forma.

Sulla questione se un liberato possa compiere azioni che agli occhi del mondo sembrino immorali ha già risposto la Bhagavad Gita. Nella Gita Krishna insegna ad Arjuna che le cose vogliono che lui combatta, anche se ciò significa uccidere, e gli rivela come rimanere nella non-azione mentre corpo e mente sono in azione.

Naturalmente nessun liberato potrebbe mai ferire o abusare di altri per ragioni “egoistiche”. Se lo fa non è di certo liberato!

C’è una storia molto interessante narrata da un monaco zen americano che visse in Giappone diversi anni praticando zazen in un monastero – non ricordo se si tratti di Philip Kapleau o un altro.

Ogni anno, in un determinato giorno, l’abate di quel monastero portava tutti i  monaci alla casa delle geishe – una cosa incomprensibile per la nostra cultura. Lì è abbastanza diverso dai nostri bordelli. Si fa sesso, ma si può anche godere di tutta una parte di intrattenimento: musica, danza, poesia…

Puntualmente a un certo punto il povero americano si trovava da solo con una geisha che, danza di qua massaggia di là… alla fine il poveretto – reduce da una pratica che sviluppa tantissima energia e da un lungo periodo di astinenza – si tuffava sulla geisha.

Quando questo avveniva, puntualmente sbucavano da dietro a uno shoji, le pareti di carta di riso, due monaci energumeni che lo prendevano da sotto le braccia e lo trascinavano fuori.

Grande imbarazzo del povero americano che con la sua mentalità puritana non capiva cosa si volesse da lui. Né le sue domande all’abate ottennero mai risposta. Il Roshi si limitava a sorridere…

Non ricordo come sia finita, se il malcapitato capì quello strano koan o no. Forse capì che doveva saltare il muro di notte e concludere la sua “conversazione” con la geisha senza i due energumeni…

Ma l’insegnamento del Roshi è abbastanza chiaro. Quando lo sottraeva all’amplesso gli stava dicendo che la ricerca dell’appagamento sessuale non gli avrebbe dato la felicità. Quando lo portava alla casa delle geishe gli stava dicendo che l’attaccamento alle idee puritane di bene e male non l’avrebbe condotto alla Liberazione… Molto stile giapponese… 🙂

Al suo ritorno dalla Cina, a chi gli chiedeva cosa avesse imparato sul buddismo, Dogen rispose: “Non so niente del buddismo. Niente di santo”.

Ho dovuto portare questi esempi perché quando un ricercatore investe così tanta energia per assumere comportamenti che secondo lui dissuadano l’ego, egli in realtà sta andando esattamente nella direzione opposta. Sta andando cioè ad abbandonare la quiete e la naturale non-azione del Sé per coinvolgersi e identificarsi nell’azione.

Informazioni su Sergio Cipollaro

Io e gli altri Maestri della nostra famiglia spirituale – Anna Gagliano, Cristina, Marco Mineo, Renato Cadeddu, Roberta Gamba e Sara Salvatico – insegniamo l’Autoindagine, la ricerca del Sé, secondo la nostra esperienza diretta e gli insegnamenti dell’Advaita “classica”. Nessun fine di lucro! Unici due requisiti richiesti agli allievi: sincero desiderio di realizzare l’Assoluto, accedere all’insegnamento con abbandono e amore. Dato che abbiamo ricevuto molte e-mail da persone non mosse da serie intenzioni, che hanno chiesto la nostra guida e dopo uno o due contatti non si sono più vive, per verificare la serietà delle intenzioni abbiamo deciso che chi vuole ricevere la nostra guida per l’autoindagine deve prima partecipare a un nostro Ritiro di Autoindagine.
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