l’evoluzione della coscienza dell’aspirante

A grandi linee, l’evoluzione della coscienza del ricercatore spirituale che pratica una sadhana valida dovrebbe essere questa:

1. Diventa sempre più sensibile sul piano sottile; il che significa anche: sempre più capace di individuare i processi mentali.

2. A un certo punto si imbatte nel vuoto/nulla senza essere del piano causale. C’è chi lo passa velocemente e chi vi rimane a lungo.

In questa fase può avere anche dei samadhi, ma quello che realizza è questo vuoto/nulla senza essere.
Come è possibile? Allora l’esperienza diretta del samadhi può essere non vera?
È la comprensione che non è vera.
Facciamo l’esempio con i 10 tori dello zen. L’aspirante penetra nella foresta (la mente) alla ricerca del toro (il Sé). Dopo molti tentativi a un certo punto riesce a scorgerlo tra le fronde e vede solo una natica. Lui ha visto la verità, ma se va in giro a dire che il toro è una natica sta dicendo il falso. Dovrebbe avere un maestro che da un lato gli conferma il samadhi, e dall’altro gli dice che la sua comprensione è ancora parziale.
Molte esperienze dirette dei patriarchi del Vecchio Testamento sono così. Loro avevano un samadhi istantaneo (non erano troppo evoluti) in cui sperimentavano che “siamo tutti figli di Dio”. Questa esperienza veniva poi filtrata dalla mente e alla fine risultava: noi siamo i figli di Dio, gli altri devono essere cacciati o uccisi…

3. Dopo il buio finalmente spunta la luce e in genere l’aspirante comincia ad avere dei samadhi in cui si sente Uno con tutto (immanenza). Dopo un certo periodo l’attenzione va sull’essenza, sul Quello che è Uno con tutto, e alla fine si arriva all’esperienza di Brahman nirguna: solo Essere-Consapevolezza, senza attributi, forma, e senza mondo (che è illusorio). Questo è Turiya.

Turiya è la conoscenza suprema (prajnana), la conoscenza del , e non c’è conoscenza superiore a questa.
Ma tu non puoi conoscere te stesso, perché il Soggetto supremo non può diventare “oggetto”… di conoscenza. Le scritture dicono “L’occhio non vede l’occhio”. Ma l’occhio può vedere se stesso riflesso allo specchio.
Perciò Turiya, che è un samadhi, è il Sé riflesso nel lago della coscienza, e perché vi sia conoscenza concorre anche la parte più evoluta della mente: l’intelletto, altrimenti non potrebbe esserci conoscenza.

4. Con Turiya l’abbandono e l’introversione diventano profondissimi, e a un certo punto cade tutta la mente, anche quella sattvica, e non c’è più nessuna conoscenza di niente. È Turiyatita, o nirbija samadhi nello yoga.

Qual è la differenza tra il vuoto/nulla del piano causale e Turiyatita? In Turiyatita non c’è nessuna esperienza, nemmeno del vuoto/nulla. L’aspirante può dedurre che c’è stato Turiyatita solo quando ne riemerge, e in genere riemerge in Turiya, e quando si è stabili, Turiya e Turiyatita (l’inconoscibile) si alternano.

Cosa ci dice questo? Che la non-esperienza di Turiyatita nasce e si poggia sulla suprema conoscenza di un Turiya stabile! Perciò non potrà mai portare a depressione o terrore… reca invece immensa trascendenza e libertà. Lo jnani sa che è prima di ogni cosa, persino della coscienza/conoscenza e si disidentifica anche da queste.

Informazioni su Sergio Cipollaro

Io e gli altri Maestri della nostra famiglia spirituale – Anna Gagliano, Cristina, Marco Mineo, Renato Cadeddu, Roberta Gamba e Sara Salvatico – insegniamo l’Autoindagine, la ricerca del Sé, secondo la nostra esperienza diretta e gli insegnamenti dell’Advaita “classica”. Nessun fine di lucro! Unici due requisiti richiesti agli allievi: sincero desiderio di realizzare l’Assoluto, accedere all’insegnamento con abbandono e amore. Dato che abbiamo ricevuto molte e-mail da persone non mosse da serie intenzioni, che hanno chiesto la nostra guida e dopo uno o due contatti non si sono più vive, per verificare la serietà delle intenzioni abbiamo deciso che chi vuole ricevere la nostra guida per l’autoindagine deve prima partecipare a un nostro Ritiro di Autoindagine.
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