Mi piacerebbe avere una tua opinione

Caro R.

ho provato più volte ad inviarti la risposta al tuo quesito alla e-mail che mi hai indicato, ma continua a tornarmi indietro. Poiché non ho altro modo di contattarti ed è di interesse generale, la posto online.

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R. a Me

Ciao Sergio, ti scrivo in sintesi.

Sono circa 3 anni che pratico meditazione, da un minimo di 3 ore a un massimo di 7 e anche 8 se calcolo la notte; quindi ho iniziato a capire quale potesse essere il mio percorso e tramite dei pdf ho cominciato ad appassionarmi all’Advaita tramite Ramana a Nisargadatta. Nel primo anno ho fatto molto sforzo senza grandi risultati, poi ho iniziato a sentire dei suoni astrali, bellissimi direi, dai cori alle arpe, flato, campane ed altro, un vero incanto.

Poi un bel giorno ho sentito un uccellino che cantava dentro la mia testa. Quell’emozione non la dimenticherò mai, pero è durata solo pochi giorni. Per farla breve ora è più di un anno che sento quasi soltanto lo scorrere dell’acqua: fiumi, torrenti, pioggia… quasi sempre acqua, e quando sono molto concentrata sento la OM.

In questo ultimo periodo mi accade di trovare il vero silenzio, che da sempre cerco con passione. Sto iniziando a disidentificarmi con il mio io corporeo dato che tutte queste esperienze mi hanno fatto toccare con mano un altro lato del mio essere.

Non capisco però perché ultimamente, nelle mie sedute di meditazione, devo spesso fare pausa perché mi sento dietro alla nuca come un morsa, e poi come essere tirata indietro da una calamita. Mi da fastidio perché in altri casi riesco a far scorrere l’energia ma ultimamente è come fosse bloccata…

Vorrei una tua opinione. Anche se ho scritto pochi eventi sei un maestro capirai sicuramente in che direzione sto andando, se bene o male  🙂

Un abbraccio,
R.

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Io a R.

Molto bella la fase di anahata nada (i suoni interiori) in cui ti trovi; è indice si una grande purificazione. Se ti abbandoni e ti fondi ai suoni puoi sperimentare il samadhi (la dissoluzione temporanea dell’io individuale). Hai già avuto delle esperienze di samadhi?

Anahata nada, comunque, appartiene ancora all’indagine esterna: l’attenzione va dal soggetto percipiente a un oggetto (del mondo fisico o sottile) percepito.

Per raggiungere la definitiva estinzione dell’ego, devi invertire di 180° la direzione centrifuga dell’attenzione e portarla al Soggetto percipiente stesso. Questa è la pratica dell’Advaita Vedanta chiamata Atma Vichara, che di consuetudine viene tradotta in italiano come “Autoindagine”, ma sarebbe più corretto e chiaro tradurla “Ricerca sul Sé” – una ricerca meditativa, ovviamente.

Come si fa?

Individua la sensazione di un testimone neutrale che osserva gli eventi e dimora il lui il più che puoi. Devi farlo in modo dolce. Se metti troppo sforzo, richiami indietro la mente più grossolana e ti apparirà una catena interminabile di testimoni; come ne individuo uno, ne noti subito un altro che lo sta osservando. Tu ignora questo fenomeno. Individua il testimone in una maniera più sottile che muscolare, e quando lo hai localizzato dimora in lui; e quando ti senti a tuo agio, immergiti in esso sempre più profondamente, fino a diventare UNO con lui. Tutto questo in un modo sottile che ti permette di andare più in profondità; mentre troppo sforzo ti riporta alla mente. Ma tu conosci i suoni sottili, perciò sai cosa intendo; lavori col senso sottile del “sentire”, quando uno dice “Sento un’energia…”.

Sappi che ci sono più modi di individuare il Soggetto percipiente. Il migliore è quello con cui ti trovi meglio, e può cambiare nel tempo. Ti elenco alcune delle alternative al testimone neutrale: la sensazione di ‘io’, la sensazione di ‘essere’… Individua la sensazione di Soggetto ultimo con cui ti senti più familiare e dimora in essa il più a lungo possibile. Quando ti senti pronta, immergiti in essa più profondamente che puoi, quindi cerca di diventare UNO con essa.

Il soggetto ultimo può essere anche la Coscienza stessa o il Silenzio. Ma io ti consiglio di cominciare con uno dei primi tre, poi vedremo.

L’Autoindagine – cioè il retroflettere l’attenzione sul soggetto percipiente anziché tenerla sull’oggetto percepito – è naturalmente la fase finale di tutte le vie autenticamente realizzative, anche se non la chiamano autoindagine. Se questa fase manca, quelle vie si fermano alla Omkar e al massimo al samadhi.

Il samadhi (la coscienza unitiva, la dissoluzione temporanea dell’ego, Manolaya) avviene quando Kundalini sale da qualche parte tra il 3° occhio e Sahasrara (il 7° chakra). Rappresenta una grandissima purificazione, ma non si trasforma automaticamente nell’estinzione definitiva dell’ego (Manonasa) a meno che non ci sia stata la fase dell’indagine sul Sé, cioè a meno che l’attenzione non sia stata poggiata a lungo sul Soggetto ultimo e il pensiero “io” non sia stato visto più volte nascere e scomparire. Allora Kundalini ridiscende da Sahasrara è affonda definitivamente il pensiero “io” (la causa dell’individualità) nel Cuore spirituale, da dove era anzitempo emerso.

Quando l’ego muore definitivamente, il Realizzato non esce più dal samadhi. Quello è lo stato naturale. La parola “naturale” in sanscrito si dice sahaja, perciò si dice che egli rimane nel Sahaja Samadhi che è ininterrotto, eccetto per momenti in cui egli è totalmente assorbito in se stesso (l’Assoluto, Il Parabrahman) e non c’è nemmeno più coscienza unitiva. Egli ora è un Mukta, un liberato.

La maggior parte dei Maestri spirituali è nel samadhi. Possono restarci anche a lungo, ma infine escono e si ritrovano un ego. Assai pochi sono gli autentici Mukta!

Questo preambolo per offrirti un quadro di riferimento per la tua pratica futura, se vorrai seguirlo.

Veniamo ora al tuo caso specifico.

È assolutamente tipico. Molti sadhaka e sadhika avanzati a cui non è stato insegnato sin dall’inizio un approccio di abbandono, amore e devozione si trovano in questa situazione. Essi raggiungono la Omkar, anahata nada, le luci interiori, qualche esperienza di samadhi istantaneo, il silenzio… spesso insegnano, hanno allievi… ma non riescono ad andare oltre e non capiscono perché.

Il perché è semplice. Poiché all’inizio della sadhana lo sforzo è prevalente, essi sviluppano il sentimento di essere i titolari delle loro azioni (yogiche) e dei risultati spirituali ottenuti. In inglese tutto questo si dice con una parola molto breve: sentire di esser il “doer” (l’agente, colui che determina).

Ma a questo livello di purificazione l’energia per evolversi ulteriormente ha bisogno che loro, come ego, ci siano sempre meno! Perciò si blocca!

Tensioni, dolori, blocchi sono dovuti a forzature, e qui la forzatura è in nuce: sta nel fatto che lui si sente il doer! Il poveretto allora cerca di praticare di più, di spingere di più per superare il blocco, ma più fa, più il blocco aumenta.

La soluzione è soltanto una: APRI IL CUORE!!! ABBANDONATI!!!

Compi i tuoi sforzi spirituali soltanto per la profonda devozione verso il tuo Guru, o verso l’Io Sono universale che alberga in te e che sondi con la tua Autoindagine.

Indirizza tutta la tua devozione al Guru o al soggetto “io” anche fisicamente! Ogni tua cellula deve vibrare di amore e di devozione; in alcuni momenti è un piacere che sembra quasi sessuale, anche se non è centrato nei genitale, ma più diffuso e diretto verso il Divino – ti allego l’immagine della statua di S. Teresa del Bernini, è eloquente.

L’energia si blocca perché il Sé non può essere conosciuto tramite lo sforzo (che né necessario all’inizio per realizzare una adeguata purificazione), ma solo tramite il completo abbandono-amore-devozione. La Devozione è ciò che ti porterà avanti ora e ti farà conoscere l’Amore Divino e la potenza della trasmissione del Guru.

Questa è la maggior parte di ciò che viene chiamato come la Grazia del Guru.

Gli studenti vedono nel Guru poco più di un insegnante che li guida nella loro pratica, una specie di coach spirituale. Ma questa è solo la minima parte dell’importanza di un Guru. Una persona molto abile e con un buon karma potrebbe imparare bene la tecnica da solo e persino risolvere tutti i problemi della sadhana, ma difficilmente riuscirà la trovare la Liberazione senza la Grazia del Guru che estingue il suo ego.

Ecco perché solo pochissime grandi anime sono riuscite a trovare quell’Amore Divino in cui dissolvere i proprio io individuale senza un Guru apparente.

Love,
Sergio

Estasi di S. Teresa

Informazioni su Sergio Cipollaro

Io e gli altri Maestri della nostra famiglia spirituale – Anna Gagliano, Cristina, Marco Mineo, Renato Cadeddu, Roberta Gamba e Sara Salvatico – insegniamo l’Autoindagine, la ricerca del Sé, secondo la nostra esperienza diretta e gli insegnamenti dell’Advaita “classica”. Nessun fine di lucro! Unici due requisiti richiesti agli allievi: sincero desiderio di realizzare l’Assoluto, accedere all’insegnamento con abbandono e amore. Dato che abbiamo ricevuto molte e-mail da persone non mosse da serie intenzioni, che hanno chiesto la nostra guida e dopo uno o due contatti non si sono più vive, per verificare la serietà delle intenzioni abbiamo deciso che chi vuole ricevere la nostra guida per l’autoindagine deve prima partecipare a un nostro Ritiro di Autoindagine.
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