Osservare

— Carissimo Sergio, la pratica procede bene. La mattina durante la meditazione osservo i pensieri, e quando se ne sono andati via resto nel silenzio fin quando ne appaiono altri. Dopo, in auto, continuo la pratica di osservazione dei pensieri e del corpo fin quando non sono arrivato al lavoro. Durante la giornata quando mi ricordo porto sempre l’attenzione ai pensieri, al corpo, a come parlo, alle cose che dico, e osservo gli altri. Sono diventato un osservatore!

— Mi fa veramente tanto piacere che mi dici questo, perché diventare l’osservatore è il punto cruciale di tutta l’Autoindagine. Questo significa che sei entrato profondamente nella pratica. Sono veramente contento.

Rimanere osservatore per un lungo tempo porta a due cose fondamentali: in primo luogo ti rendi conto che tutto ciò che appare, il mondo esterno e i quello interno, non ha niente a che vedere con te; poi fa emergere il Sé, te stesso come Sé, dal marasma delle impressioni della mente. E allora puoi permanere nel Sé. Prima con un po’ di sforzo, poi senza sforzo ma in maniera discontinuo, poi ininterrottamente.

Pensa che anche quando la permanenza nel Sé diventa stabile, l’osservazione continua finché vi sono ancora vasana.

Ti faccio un esempio. Il sole (il Sé) è alto nel cielo, e su questo non ci sono dubbi: sei stabile, sei uno jnani, sei realizzato. Ma il cielo (la mente) è purissimo? O c’è qualche nube, un po’ di foschia ecc.?

Lo jnani nota questi movimenti che sono rimasti, essi non sono più delle identificazioni di base, ma piuttosto delle abitudini, delle tendenze che non nascondono più il Sé, ma possono appannare in qualche misura la sua brillantezza, e osservandoli li dissolve.

La presenza delle vasana fa la differenza tra uno jnani e un altro, e la differenza del suo potere di trasmissione. È evidente che Sri Ramana era più puro e potente di altri jnani. Non aveva più vasana, al punto di non essere più consapevole del suo corpo, anche se all’esterno questo non appariva. Dovevano sollecitarlo energicamente per indurlo a mangiare. L’incarnazione stessa di Shiva!

È da notare che quando si diventa stabili, osservare è stare nel Sé sono la stessa cosa, non sono più due cose diverse come durante la sadhana. Riconoscere, notare che qualcosa non è me significa contemporaneamente riconoscere me stesso come Sé, nessuna differenza temporale.

Inoltre, quando finalmente si diventa stabili nel Sé, è necessario un periodo di tempo per espandere e radicare questa stabilità. Allora il sadhaka dovrebbe recuperare tutto il tempo che prima utilizzava per rilassarsi nella mente – ad esempio cenava alle 21 e poi per rilassarsi sonnecchiava davanti alla TV – per contemplare. Dovrebbe riuscire a recuperare almeno 4 ore di contemplazione al giorno. Gradualmente, senza violenza… Il ricercatore lo fa senza grossi problemi quando capisce che stare nel Sé è più bello che sonnecchiare davanti alla TV. Allora tutto va liscio. Quando si fanno le cose giuste senza sforzo, anzi perché piacciono, cosa si vuole di più?

Sergio Cipollaro

Informazioni su Sergio Cipollaro

Io e gli altri Maestri della nostra famiglia spirituale – Anna Gagliano, Marco Mineo, Renato Cadeddu e Sara Salvatico – insegniamo l’Autoindagine, la ricerca del Sé, secondo la nostra esperienza diretta e gli insegnamenti dell’Advaita “classica”.
Nessun fine di lucro! Unici due requisiti richiesti agli allievi: sincero desiderio di realizzare l’Assoluto, accedere all’insegnamento con abbandono e amore.

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