il potere del guru

Il Potere Del Guru
Prima Parte

Discorsi su Sri Ramana Maharshi narrati da
David Godman

Testo del Video:

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Mi trovo su un argine artificiale davanti al grande letto di un lago che in genere d’inverno è pieno d’acqua e che si estende per almeno un chilometro in quella direzione. Quest’anno il monsone è stato molto scarso per cui il lago è praticamente vuoto.

Son venuto qui perché questo fu uno dei pochissimi luoghi visitati da Bhagavan fuori dalla collina di Arunachala e perché ci venne in un’occasione molto speciale per impartire un insegnamento.

Siamo circa a un chilometro e mezzo a sud di Arunachala, la panoramica effettuata dalla telecamera vi darà idea delle dimensioni di questo grande alveo lacustre.

Bhagavan disse che secondo la tradizione locale qui visse un re il quale aveva una moglie che, nata in una regione marina, aveva nostalgia del mare. Allora il re diede forma a questo grande lago come dono alla consorte che sentiva la mancanza del mare.

Sull’altra sponda del lago si vedono degli alberi e quando il lago è in piena sono coperti dall’acqua. È un lago molto grande e poco profondo. Forse raggiunge appena 4-5 metri da questo lato e diventa sempre più basso dalla parte opposta.

Ogni tanto, in occasione di piogge abbondanti questo luogo si inonda, e fu in un’occasione del genere che Bhagavan venne qui.

Non c’è motivo di andare in quella zona di esondazione che ora è del tutto asciutta. Andrò a sedermi in uno di quei posti di cui parlava Bhagavan durante la sua camminata, e vi racconterò tutta la storia.

Oggi son qui sull’argine del Samudram perché voglio parlare del potere del Guru e in particolare di come Bhagavan utilizzava il suo potere per risvegliare le persone o condurle all’esperienza del Sé.

Ho scelto questo punto perché Bhagavan venne qui nel 1931, quando il lago che ho alla mia destra stava straripando. Lui si servì di quel paesaggio per descrivere, con un paio di rare similitudini, il modo in cui il Guru trasmette potere ai devoti e il modo in cui regola l’intensità del potere che elargisce.

Quando il lago straripò fu un grande evento. Non succeda spesso. Io abito a circa un miglio da qui e ci vivo dal 1998, e da allora in effetti credo sia straripato due volte. Si è quasi riempito del tutto ancora una o due altre volte, ma di esondazioni ce ne sono state solo due. Nel 1931 ci fu un alluvione così forte che in quella direzione, a circa dieci minuti a piedi, straripò il lago che stava provocando gran danni e distruzione ai campi coltivati vicino all’argine.

Quello è uno dei posti dove andò Bhagavan. Ma prima voglio parlare di questo particolare albero perché è qui che Bhagavan venne, si fermò, guardò l’albero e raccontò una storia sul suo significato.

Quello che vediamo adesso potrebbe sembrare un grande albero, ma se si guarda più attentamente si vede che al centro c’è una colonnina verticale di legno di circa 25-30 cm di diametro. In realtà si tratta di un tipo di palma detta di Palmira (borasso), che quando venne Bhagavan nel 1931, si trovava già qui e stava proprio iniziando a essere soffocata dal grande albero di baniano che ora gli è cresciuto tutto intorno.

Un uccello avrà fatto cadere un seme di baniano nell’albero di palma, così che ne è germogliato un albero di baniano all’interno dell’albero ricevente, e col tempo lo ha completamente avviluppato, soffocato, strangolato e ucciso.

Ed è questo che Bhagavan volle mostrare usandolo come analogia per spiegare come lavora il potere del Guru sui devoti.

Quando Bhagavan venne qui circa 80 anni fa, questo baniano era sicuramente molto molto più piccolo. Nei decenni che son passati è cresciuto e si è imposto, come fosse l’albero originale, e della vecchia palma resta poco più di un fuscello.

Bhagavan vide il fenomeno del piccolo seme che prende il sopravvento sulla pianta grande che lo riceve fino a soffocarla e strozzarla e lo comparò alla Grazia del Guru.

È quello che disse in quell’occasione, e che poi fu raccontato da T.K. Sundaresa Iyer che lo accompagnò in quella sua escursione. “Portando la nostra attenzione su questo fenomeno, Bhagavan ci fece notare che è proprio così che opera la Grazia che arriva dallo sguardo di uno Jnani. Basta che posi i suoi occhi sull’anima e tutto l’albero di tendenze e pregiudizi passati che si era formato nel corso di lunghi cicli di rinascite, si indebolisce e muore. E allora si ha l’esperienza del Sé.

“Così ci spiegò l’effetto del contatto con una grande anima e ci disse che lo Jnana supremo (la conoscenza suprema – Prajnana) ottenuto attraverso il tocco di un Santo, non potrà mai essere raggiunto attraverso lo studio di innumerevoli scritture, né con l’accumulo di innumerevoli di buone azioni, né con qualsiasi altra pratica e sforzo spirituale.

Più tardi parlerò del tocco di Bhagavan. Ora voglio soffermarmi su due punti.

Il primo è l’analogia che Bhagavan fece, nel racconto di T. K. Sundaresa Iyer, e che qui non è stata ancora sviluppata appieno: Bhagavan disse che l’albero di Palmira possiede noci molto grandi, quasi come quelle del cocco, e che esso rappresenta l’ego, col suo fusto molto lungo e sottile, le piccole foglie sulla sommità e le noci gigantesche. Il seme dell’albero di baniano è invece molto piccolo… ma questo minuscolo seme è in grado di germogliare e crescere da dentro l’albero di Palmira – che rappresenta la mente e l’ego – e riesce ad averne la meglio, a soffocarlo e strangolarlo finché, come vedete, non resta che l’albero di baniano.

Qui il baniano simboleggia il Guru, il suo potere, e il seme che pianta nella tua mente è il seme che cresce, che uccide la mente stessa fino a condurti nello stesso stato del Guru.

Dopo la sosta e il commento su questo albero, Bhagavan e le persone che lo avevano accompagnato dall’ashram ripresero il cammino fin dove finisce il lago dove videro un forte straripamento di acque che stava distruggendo i campi di riso.

Percorrendo quel sentiero, il gruppo aveva incontrato una chiusa che, finita la stagione dei monsoni, serve a far defluire gradualmente l’acqua per irrigare le risaie che stanno dall’altra parte della diga.

Anche qui Bhagavan utilizzo la chiusa per fare un’analogia molto interessante anch’esso riportata da Sundaresa Iyer.

Bhagavan osservò: “Guardate questo piccolo sbocco per l’acqua – questa paratoia – e confrontatelo al grande deflusso d’acqua dove termina il lago. Se non fosse per questa piccola apertura da cui scola questo rigagnolo, la grande massa d’acqua del lago non sarebbe utile alla vegetazione. Se si rompesse la diga ci sarebbe una vera e propria inondazione e il raccolto andrebbe tutto perduto. Solo regolando bene il passaggio dell’acqua attraverso questa chiusa si aiuta la crescita delle piante. Lo stesso avviene con la coscienza divina: se la beatitudine di questa coscienza non arriva in dosi controllate dalla Grazia del Guru, allora non servirà all’anima per distruggere le proprie tendenze passate. È infatti così che, dimorando nel Sé, col Divino in quanto Uno, la coscienza del devoto diventa la stessa del Guru.

“Se ci si stabilisce nell’essere-coscienza l’opera di distruzione delle tendenze passate va avanti nel momento in cui sorgono pensieri che spingono all’azione. È un lavoro che si può fare solo in prossimità del Guru. Quindi il Guru stesso è come una chiusa che irriga le anime con la Grazia che fluisce dal suo oceano di benevolenz,a ed è necessario perché il Sé possa stabilirsi e le antiche tendenze si estinguano.

“Ma se crolla la diga le acque del lago intero prorompono con forza spazzando via tutto ciò che incontrano. Sarebbe come se un praticante spirituale ricevesse l’intera forza della coscienza divina senza l’intervento e la moderazione della Grazia del Guru che regola la chiusa. Il praticante morirà senza beneficiare della distruzione delle sue tendenze”.

Quello che sta dicendo Bhagavan è che il ruolo del Guru è vedere i bisogni del devoto, momento per momento. Egli dispone del vasto oceano del potere del vasto oceano della Grazia e deve misurare quanto potere può essere utilmente al devoto, e glielo elargisce in piccole dosi.

Bhagavan disse che sarebbe possibile al Guru trasmettere al devoto tutta la forza del proprio potere, ma aggiunse che non sarebbe un bene perché il risultato finale più probabile potrebbe essere la morte del corpo del devoto, ma senza che sia avvenuta l’estinzione di desideri e tendenze; quindi quel devoto dovrebbe rinascere e vivere quei desideri.

Il potere del Guru irriga con gradualità il campo – che sta a rappresentare la mente – e irrigazione dopo irrigazione quel potere penetra la mente del devoto riducendo, attenuando e infine estinguendo i desideri che vi albergano.

T. K. Sundaresa Iyer, il devoto che redasse questo resoconto, scrisse successivamente due versi uno dei quali diceva di Bhagavan: “La tua Grazia fluisce sugli esseri senzienti e quelli insenzienti”. Mostrò i versi a Bhagavan il quale apportò una piccola: “La tua Grazia viene proiettata sugli esseri senzienti e quelli insenzienti”.

Bhagavan era del tutto consapevole del potere di cui disponeva e lo trasmetteva nei modi in cui riteneva utile senza dispensarne mai troppo ai suoi devoti. A loro dava sempre quanto poteva beneficiarli senza causarne la morte.

TRASMISSIONE DEL POTERE TRAMITE IL TOCCO

Ora intendo passare a una serie di occasioni davvero speciali in cui Bhagavan utilizzò il suo potere tramite il tocco per produrre o cercare di produrre nei suoi devoti qualche esperienza oppure la loro realizzazione.

La prima storia risale a quando era ancora a Madurai: un suo compagno di scuola lo vide seduto in meditazione, forse in stato di samadhi, e gli chiese: “Puoi insegnarmi a fare quello che stai facendo?”, e Bhagavan rispose: “Certo, mettiti a sedere”. Poi prese una matita e gliela appoggiò su un punto fra i due occhi infondendogli qualche tipo di potere. Ma il suo amico fu preso da grande paura e disse: “Fermati, fermati! Mi sento morire! Mi sento morire!”.

Trovo la cosa affascinante. Qui abbiamo un Bhagavan di appena sedici anni che possiede una piena esperienza del Sé e che già a quell’età, per qualche via istintiva, sa di poter trasmettere ad altri il potere spirituale procurando loro un’esperienza, e che sa anche che esiste un luogo fra gli occhi sul quale può trasferire un qualche potere producendo un effetto in un suo amico di scuola.

Quel ragazzino non era pronto all’esperienza che Bhagavan aveva avuto, ma credo che si tratti della straordinaria rivelazione del fatto che il potere del Guru fosse in qualche modo insito in Bhagavan anche prima che lasciasse Madurai per trasferirsi a Tiruvannamalai.

Appena arrivato a Tiruvannamalai, quando abitava in un tempio chiamato Gurumurtham, attrasse l’attenzione di un devoto di nome Palaniswami. Palaniswami stette al suo servizio dalla fine degli anni 1890 fino al 1915, quando, essendosi Bhagavan trasferito dalla grotta di Virupaksha allo Skandashram, Palaniswami non volle raggiungerlo perché non era in grado di salire fino allo Skandashram in quanto ormai debole e malato, e rimase nella grotta di Virupaksha.

Bhagavan lo andava a trovare per vedere come stava. La morte di Palaniswami fu la prima volta in cui Bhagavan usò la tecnica poi utilizzata in diverse occasioni per portare alla liberazione un suo devoto.

Sembra che il metodo consistesse nel mettere una mano sulla testa e l’altra sul Centro del Cuore, che sta nella parte destra del petto. Questo atto di Bhagavan provocava qualcosa che faceva sì che il jiva (l’anima individuale) dovesse tornare alla sua origine ed estinguersi nel cuore.

Bhagavan disse di avere creduto – data la totale assenza del senso di ‘io’ in Palaniswami – di avergli procurato la liberazione, ma tornato da Palaniswami che era appena spirato ebbe la netta consapevolezza del pensiero ‘io’ di Palaniswami che risorgeva e usciva attraverso i suoi occhi per raggiungere – così egli disse – qualche regno celeste.

Disse che il potere che aveva dispensato non era bastato e che in quell’occasione Palaniswami non era riuscito ad accogliere il potere che gli arrivò per suo tramite. Il suo ‘io’ gli era sfuggito, e lui rinacque in qualche regno celeste.

Sette anni dopo Bhagavan ricordò quello che era successo con Palaniswami, e quando sua madre fu prossima alla morte nello Skandashram, usò la stessa tecnica, la stessa procedura.

Bhagavan disse: “Ho ricordato quel che era successo con Palaniswami, così anche se ho sentito che mia madre era spirata ho tenuto la mano in quella posizione molto più tempo, per precauzione”.

Cosa interessante degli ultimi momenti di vita della madre, è che Bhagavan disse che mentre teneva le due mani su quei punti era come se vedesse un video molto accelerato con le scene di tutte le vite future della madre. Gli si manifestò questo film velocissimo, e lui vide tutte le vite che la madre avrebbe dovuto vivere se non fosse intervenuto a darle la liberazione.

Si tratta di un accorciamento del karma del tutto straordinario. Se lui non fosse stato presente, la madre sarebbe dovuta rinascere e vi sarebbero state ancora vite e vite da esperire. Ma il potere e la Grazia di Bhagavan permise di cancellare il karma di tutte quelle vite future.

Bhagavan disse che quando il film si fermò tenne la mano in posizione ancora per un po’, nel caso ci fosse ancora qualche parte del film da esaurire, e quando fu certo che la madre avesse raggiunto la liberazione finale, sentì un suono vagamente metallico – fatto alquanto interessante – come fosse una specie di ‘clang’ o ‘ding’ o qualcosa del genere, e a quel punto seppe di aver finito l’opera. Tolse le mani e in quel momento dichiarò che la madre era illuminata e che non sarebbe più rinata.

Questa fu in assoluto la prima volta in cui dichiarava in pubblico l’illuminazione di un suo devoto. Si trattava di sua madre, e la portò all’illuminazione mettendovi mano – letteralmente – in modo tale da togliere ogni karma e ogni vasana delle sue vite future, estinguendo quelle spinte nel cuore spirituale affinché lei non dovesse più rinascere.

Bhagavan usò questa tecnica con molta moderazione: ricorderete che ho citato un suo discorso in cui disse che se il Guru cerca di infondere a un devoto tutta la forza del suo potere e della sua Grazia quel devoto potrebbe anche morire perché è uno shock troppo forte.

In tutti i casi a me noti in cui Bhagavan usò questa particolare tecnica il devoto era prossimo alla morte. Credo che Bhagavan sapesse riconoscere i devoti vicini al trapasso e in quei casi importava poco che la dose di potere che infondeva fosse o no grande. Quando mancano solo pochi minuti alla morte si può anche dare tutto quel che si ha ed attendere gli eventi.

Quello che segue è un episodio interessante. L’ashram una volta adottò un cervo addomesticato, arrivò che era un cucciolino, si chiamava Vali. All’inizio Bhagavan non voleva accettarlo, ma quando il suo attendente Madhava Swami si offrì volontario per accudirlo Bhagavan disse: “OK, prendiamolo”. Era regola generale nell’ashram che non fossero ammessi animali a meno che qualche devoto non si facesse carico totale del loro benessere.

Vali divenne una prediletta della Vecchia Sala (Old Hall) dove giocava con Bhagavan. Annamalai Swami mi disse che Vali entrava in sala appoggiava la testa sotto i piedi di Bhagavan e glieli colpiva con le corna mentre Bhagavan giocava rispondendo con pedate. A volte Vali si alzava sulle zampe posteriori e si metteva a danzare, al che anche Bhagavan si alzava imitandone i passi. Il loro era un rapporto bello e divertente.

Vali era solita girare per tutta la collina in cerca di cibo e un giorno non tornò indietro. I devoti uscirono a cercarla in tutte le direzioni. Sembra che dopo aver subito un inseguimento dall’altra parte della città fosse stata lasciata con le zampe rotte e quindi impossibilitata a tornare.

Un gruppo di devoti la trovò e la riportò al Ramanashram dove fu chiamato un veterinario, che le fasciò una zampa e la depositò in un cesto nella Vecchia Sala. Annamalai Swami mi disse che nelle prime ore del mattino dopo Bhagavan andò a vedere Vali e le fece quello che aveva già fatto a Palaniswami e a sua madre. Penso che si fosse accorto che Vali stava per morire e le diede la Grazia con la stessa poderosa infusione di potere del Guru che aveva dato a Palaniswami e alla madre.

Nessuno ha testimoniato che in questa occasione Bhagavan abbia dichiarato Vali realizzata nel Sé. Io ho chiesto l’opinione di Annamalai Swami che era presente e lui mi disse di essere sicuro che se Vali si fosse realizzata in quegli ultimi istanti, Bhagavan avrebbe fatto qualche sorta di dichiarazione. Quindi credo che in questo caso particolare lui abbia solo bruciato parte del karma presente in Vali e forse le ha donato una buona rinascita e questo è tutto.

Però Bhagavan insistette che a Vali fosse dato un samadhi speciale all’interno dell’ashram. Secondo il mio parere c’era un qualche legame tra Vali e Bhagavan, c’era del karma che i due dovevano vivere insieme. Bhagavan la aiutò quando era vicina alla fine e dispose che le fosse costruita una sepoltura all’interno dell’ashram.

La prossima storia son venuto a saperla solo intorno agli anni ’90, quando ancora pensavo che tutte queste storie fossero già state scritte. Parla di un devoto di nome Sathya Narayana Rao che proveniva da una famiglia dell’Andhra Pradesh i cui membri erano tutti devoti e tutti frequentavano regolarmente l’ashram, alcuni assistendo Chinnaswami nella sua gestione.

Erano in stretti rapporti con l’ashram e a volte partecipavano al suo rifornimento portando provviste dall’Andhra Pradesh e ogni tanto aiutavano anche nella gestione dell’ashram.

Uno dei componenti di questa famiglia, Sathya Narayana Rao, si ammalò durante una visita all’ashram e a Bhagavan arrivò la notizia che questo devoto forse era prossimo alla morte. Bhagavan non sembrò interessato, rimase seduto sul sofà, ma più tardi, all’ora di mangiare, disse al suo attendente Krishnaswami: “Accompagnami. Voglio vederlo”. E così andarono da Sathya Narayana Rao e Bhagavan fece la stessa identica cosa: mise una mano qui e l’altra là.

Krishnaswami mi ha raccontato la storia, dopo un po’ Bhagavan disse: “Qui ho finito, possiamo andare a mangiare”. Durante il pasto, Bhagavan ricevette la notizia che Sathya Narayana Rao era spirato ma che proprio al momento di morire aveva aperto gli occhi e allungato il braccio per toccare le sorelle che lo stavano assistendo in quel momento.

Bhagavan sospirò e disse: “Ah, è tornato il ladro! Pensavo che forse se ne fosse andato, ma l’attaccamento alle sorelle era così forte che l’io, il ‘pensiero io’, la mente, ha fatto ritorno. Ha dovuto cercare di avvicinarle ancora una volta il che vuol dire che non aveva ancora finito la sua opera. Tornerà a nascere”.

Questo è stato un altro tentativo di liberare un devoto nei suoi ultimi istanti di vita, ma quel devoto non era abbastanza maturo e avanzato – come invece era sua madre – per cui, secondo Bhagavan, doveva tornare a incarnarsi.

L’ultimo esempio è quello della mucca Lakshmi, somma devota di Bhagavan, anche se visse in forma di mucca. Credo che il suo amore per Bhagavan fosse totale e che lui lo corrispondesse manifestandole indicibile amore, tenerezza e rispetto.

Arrivò come vitellino negli anni ’20, rimase nell’ashram fino alla fine degli anni ’40. Quando fu prossima alla morte Bhagavan andò nella sua capanna e fece esattamente la stessa cosa: una mano sul cuore e una sulla testa.

Questa volta Bhagavan non aspettò che spirasse. Secondo me lui la liberò in quell’ultimo giorno di vita; e fu così sicuro della liberazione di lei che non fu neanche necessario che si fermasse fino alla morte del corpo. Bhagavan dopo averla liberata le disse: “Adesso devo andare, ti prego di scusarmi”, e prese congedo. Credo che in quella stalla abbia lasciato un essere totalmente illuminato, qualunque fosse il tempo che passò prima che il corpo di Lakshmi smettesse di funzionare.

Il giorno dopo lo stesso Bhagavan scrisse una poesia in cui dichiarò la liberazione di Lakshmi
dicendo che aveva raggiunto il samadhi, e a chi chiese: “Questo vuol dire semplicemente che è spirata?”, egli rispose “No, no, no. Parlo della completa, totale liberazione”.

Bhagavan pose le mani sul cuore di Lakshmi e le tolse tutte le vasana rimaste, tutto il karma esistente e lei visse come uno jnani liberato i suoi ultimi momenti terreni.

Il giorno seguente fu sepolta con tutti gli onori dovuti a un santo nel samadhi ancora esistente all’interno del Ramanashram.

Abbiamo visto tutti i casi in cui Bhagavan usò il suo tocco con persone prossime alla morte. È mia opinione – anche se non posso poggiarla su parole di Bhagavan – che si tratti di una pratica sicura solo se il morente è un devoto. Non esistono altri casi in cui Bhagavan abbia trasmesso il suo potere mettendo la mano sul centro del cuore salvo poche occasioni in cui il corpo della persona era comunque prossimo alla morte.

C’è solo un altro caso e di fatto non è avvenuto nel mondo fisico.

Sadhu Natanananda aveva desiderato disperatamente un qualche tipo di iniziazione da parte di Bhagavan, il quale non impartiva mai iniziazioni formali. Egli raccontò di un suo sogno straordinariamente vivido in cui Bhagavan gli si avvicinò e gli strizzò il capezzolo destro causandogli molto dolore e anche un’esperienza spirituale dovuta a quel contatto.

Comunque, a parte questa strana iniziazione onirica Bhagavan non mise mai le proprie mani su persone non trasmise mai potere in questo modo, salvo, credo, quando sentiva che devoti stavano per lasciare il corpo e che lui aveva la possibilità di liberarli, oppure di alleggerirli di parte del karma per assicurar loro una buona nascita nella prossima vita.

Questo è uno dei tipi di trasmissione: trasmettere il potere tramite il tocco.

[Vi è un altro caso di trasmissione attraverso il tocco. Quando Annamalai Swami concluse il compito di direttore dei lavori edilizi, Bhagavan lo abbraccio e lo fece entrare in uno stato spirituale profondo. Dopo tale esperienza Annamalai chiese al suo Guru il permesso di ritirarsi in una capanna isolata per praticare la meditazione, e l’ottenne – N.d.T.]

IL POTERE DEL SÉ

Ho detto di come Bhagavan elargiva potere toccando il centro del cuore di determinati devoti. Ora voglio parlare più in generale di come lo trasmetteva attraverso gli occhi.

La maggior parte dei suoi devoti ha visto il film di repertorio in particolare quella parte in cui Bhagavan guarda verso la cinepresa con la testa che oscilla. A giudicarlo frettolosamente si potrebbe pensare a tremori parkinsoniani, ma quello era il suo stato normale.

Testa e corpo di Bhagavan avevano una specie di tremolio o scosse. Anche persone che lo hanno conosciuto negli anni ’20 mi hanno detto che già aveva questi tremori.

Non si trattava di effetti dell’anzianità né di una patologia fisica, e quando lo si chiese a Bhagavan lui rispose: “È il potere del Sé”.

Egli disse: “Cosa succederebbe se un elefante entrasse in una fragile noce?”. L’elefante è il potere del Sé. Naturalmente la noce subirebbe scosse e tremori, e ciò che appariva era proprio questo: c’era tanto di quel potere che fluiva attraverso Bhagavan, attraverso il suo corpo, che lui non riusciva a star fermo.

Kunju Swami mi raccontò una storia davvero interessante. Mi disse che Bhagavan girava sempre con un bastone, ma non perché avesse qualche disabilità o perché gli servisse per controllare dove mettere i piedi, si trattava di una questione di equilibrio: aveva difficoltà a stare eretto su due gambe, aveva bisogno di un bastone come punto di triangolazione per tenersi in equilibrio e non cadere. Bhagavan disse che anche questo aveva a che fare col potere immenso che lo attraversava di continuo.

Queste scosse diminuivano e cessavano in certe occasioni, innanzitutto quando entrava in samadhi. Io parlo di ‘entrare in samadhi’, in realtà Bhagavan diceva di essere sempre nello stato di sahaja samadhi; però in certi periodi sprofondava in una specie di assorbimento interiore, spesso ad occhi aperti, non li chiudeva. In quelle occasioni le oscillazioni si riducevano al minimo e poi cessavano, e gli occhi restavano spalancati, senza battiti di palpebre.

Annamalai Swami disse anche che mettendogli uno specchio davanti alla bocca il vetro non veniva appannato da vapore. Era come se Bhagavan si trovasse in uno stato vitale sospeso e in quei momenti cessavano le oscillazioni. In quelle occasioni l’energia, il potere del Sé, si interiorizzava e gli scuotimenti del corpo cessavano.

Lo stesso accadeva quando Bhagavan dava il suo darshan. Darshan è il vedere o essere visto
da un Guru o dalla divinità di un tempio. Quando guardava negli occhi un devoto e gli trasmetteva potere attraverso gli occhi succedeva la stessa cosa.

I devoti se ne accorgevano: Bhagavan rivolgeva lo sguardo a qualcuno, gli occhi dei due si univano e dopo un po’, molto molto lentamente, le oscillazioni cessavano e il viso di Bhagavan passava a uno stato di solida e immobile stabilità. Finché durava quello stato si capiva che era in corso un qualche tipo di passaggio di energia, di potere tra i suoi occhi e quelli del devoto di fronte. Appena Bhagavan finiva, si notava che il suo capo, molto lentamente, si rimetteva in moto fino a tornare al solito stato tremolante.

Bhagavan dispensava potere trasmettendolo in questo modo, ma attorno a lui irradiava anche una naturale emanazione e chi sedeva in sua presenza si sentiva in pace, che lui guardasse o no.

Purtroppo per Bhagavan non era una via a senso unico. Egli ammise, con qualche riluttanza, che assorbiva il karma, le tendenze dei devoti che lo avvicinavano, e che questo si manifestava in forma di disagio fisico, e a volte malattie o malanni che colpivano il suo corpo.

È anche per questo che negli anni ‘30 intorno al suo divano si montò una balaustra di legno: si era scoperto che quando i devoti gli toccavano i piedi o cercavano di abbracciarlo – come a volte facevano alcuni devoti emotivi – egli subiva effetti così disagevoli da sentirsi male per una o due ore, e se le persone cercavano di toccargli il corpo a volte gli venivano degli sfoghi cutanei.

È anche opinione generale che la malattia che lo colpì negli anni ’40 fosse dovuta al karma e ai desideri che assorbiva da tutti i devoti che andavano a trovarlo.

Mi piace la storia della signora Taleyarkhan, che preoccupata di vedere Bhagavan molto invecchiato e debole e gli disse: “Bhagavan, Bhagavan, tu condividi sempre tutto ciò che hai con i devoti. Perché non condividi tutte le sofferenze che hai? Perché non ne dai un po’ a ciascuno di noi così che tutti ne abbiamo parte?”. Al che Bhagavan scoppiò a ridere e disse: “Ma perché, da chi credete che mi sia arrivata tutta questa sofferenza?”.

Questa fu una delle poche occasioni in cui ammise apertamente che la sua cattiva salute fosse conseguenza dell’avere assorbito karma, desideri e vasana delle persone attorno a lui.

C’è una storia molto interessante documentata da N. R. Krishnamurti Iyer, che era originario della stessa città di Bhagavan e le loro due famiglie si conoscevano.

Lui era professore di fisica. Avvicinò Bhagavan e gli fece domande a questo riguardo. Disse a Bhagavan che osservava quello che gli accadeva e gli chiese se ci fosse verso di porvi rimedio. La risposta di Bhagavan fu molto interessante – egli parlava sempre in modo molto impersonale, non stava a dire: “Ho fatto questo, ho fatto quello”. Disse: “Se lo jnani va in samadhi, allora nella misura in cui entra in samadhi qualsiasi malattia, qualsiasi karma proveniente dai devoti verrà eliminato”.

Quando Bhagavan si trovava allo Skandashram, ogni sera si recitava l’Aksharamanamalai, la sua poesia in onore di Arunachala – Ci vogliono circa 45 minuti per recitarla a velocità normale. Bhagavan spesso durante la recitazione sprofondava in una sorta di samadhi introverso in cui non era possibile contattarlo né ridestarlo.

Di questo periodo si narrano aneddoti divertenti. Kunju Swami raccontò: “Non potevamo mangiare senza prima svegliare Bhagavan, sarebbe stata mancanza di rispetto assumere cibo prima che il maestro iniziasse il pasto. La cena veniva dopo la recitazione quindi tutti avevamo bisogno che si ridestasse e fosse nelle condizioni di prendere il primo boccone”. E aggiunse: “Avevamo una conchiglia, una grossa conchiglia di mare che, se vi si soffia correttamente, fa un rumore assordante. Alcuni gli scuotevano i piedi, altri glieli massaggiavano, altri ancora soffiavano dentro la conchiglia accostata al suo orecchio… e alla fine Bhagavan usciva da quello stato, si sedeva, e la cena iniziava”.

Questi stati serali col tempo si fecero meno frequenti negli anni ’20 furono sempre di meno. Ho parlato ad Annamalai Swami, che arrivò nel 1929, il quale mi disse che al suo arrivo questo fenomeno accadeva circa una volta a settimana.

Io non ho letto di casi in cui Bhagavan sia entrato in questi stati successivamente al 1935. Devo dire che non era mai Bhagavan a scegliere di farlo, erano fenomeni spontanei che accadevano al suo corpo, e a volte lui era cosciente del mondo a volte no.

Per tutto il periodo in cui entrava in questi stati di samadhi ‘senza incoscienza del mondo’ sembrava essere riuscito a mantenersi in ottima salute. Quindi quanto racconta Krishnamurti Iyer sembra dare la spiegazione.

Krishnamurti Iyer gli fece ammettere che se lo jnani entra in questi stati ogni giorno per un tempo sufficiente allora è in grado di elaborare tutto il karma proveniente dai devoti.

Fino al 1935, quando tali stati cessarono, Bhagavan aveva un aspetto sano e vigoroso.

Il primo filmato in cui appare risale al 1935. Vi si può vedere un uomo di mezz’età chiaramente in buona salute che forse dimostrava anche meno dei suoi 55 anni.

A quel punto cessarono quei samadhi e da allora vi fu un invecchiamento alquanto rapido, cosicché da quel momento, e fino alla sua morte all’età di 70 anni nel 1950, credo che a quasi tutte le persone che lo videro o a chi lo vede nei video sembrava e sembra un decrepito ultra-ottantenne.

Quindi durante quegli ultimi 15 anni ci fu un significativo invecchiamento.

Si potrebbe ipotizzare che non avendo più quei samadhi in quei suoi ultimi 15 anni il suo corpo non elaborasse il karma che assorbiva da fuori, ma si potrebbe ugualmente dire che quei 15 anni furono il periodo più intenso della sua vita.

Venivano a trovarlo migliaia di persone; potrebbe essere stata la sola affluenza di migliaia e migliaia di nuovi arrivati – ognuno col suo karma, ognuno che glielo passava – il suo corpo semplicemente non era in grado farvi fronte.

Io non so quale delle due teorie sia vera ma credo sia molto interessante quello che Krishnamurti Iyer riuscì a farsi spiegare da Bhagavan: il Guru, entrando in samadhi regolarmente, può elaborare il karma proveniente dai suoi devoti.

Quando lo disse a Krishnamurti Iyer, Bhagavan fece l’esempio di Adi Shankara (Shankara Bhagavatpada). Disse che Shankara aveva girato tutta l’India per insegnare (questo più di mille anni fa) ed era morto molto giovane, a poco più di trent’anni secondo le biografie tradizionali. Bhagavan ipotizzò che Shankara ebbe tanti di quegli impegni – insegnare, tener dibattiti, scrivere e viaggiare – da non aver tempo o possibilità di meditare in samadhi ogni giorno. Fu così che molto presto, poco oltre i 30 anni, la vita gli presentò il conto di tutti i suoi sforzi e morì.

Vi sono quindi elementi sufficienti per credere che Bhagavan ritenesse che questa sia una teoria valida.

Questo potrebbe essere ciò accadde a lui nei suoi ultimi anni. Può darsi che abbia dovuto assorbire tanto karma dai suoi devoti, oppure che sia stato solo un processo naturale accentuato dalle migliaia di persone che venivano a trovarlo.

Nei tempi brevi della mia narrazione ho usato espressioni come ‘Bhagavan entrava in samadhi’ o ‘usciva dal samadhi’. Vorrei chiarire, prima di passare ad un tema un po’ diverso, che questo era il punto di vista dei devoti che lo osservavano, devoti che a volte riuscivano a comunicare con lui e a volte no.

Ma Bhagavan su questo era irremovibile: in lui non ci fu più alcun cambio di stato dopo il 1896, dal momento in cui realizzò il Sé a Madurai, fino alla morte del suo corpo nel 1950.

Altre persone potevano vedere un corpo in contatto o fuori contatto col mondo, ma Bhagavan diceva: “Il mio stato è ed era immutato. Non c’è differenza tra lo stato in cui mi trovavo nel 1896 e quello di adesso. A voi potrebbe sembrare che io sia entrato in samadhi o che ne sia uscito, ma il mio stato è sempre lo stesso”. Lui chiamava questo stato ‘sahaja’; sahaja significa naturale.

Nello stato naturale – finale, definitivo – non c’è passaggio a uno stato superiore e né passaggio a uno stato incosciente. È una continua, immutabile e permanente consapevolezza di ciò che si è, che a volte non si può comunicare con le persone attraverso il corpo; ma ciò, per lo stato in sé, non fa alcuna differenza.

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Narrato: David Godman
Riprese: Henri Jolicoeur & Hugo Jolicoeur
Montaggio: Merlyn Haycraft
Tecnico del suono: Jordan Loder
Riprese in Super 8: Jörg Mülhause
Produzione: Henri Jolicoeur, David Godman, ‘Ramana Puranam’
Testi: Sri Muruganer
Interpreti: Mme Sulochana Natarajan, Rajkumar Bharati, Dr Sarada, Dr Ambika, Kameshwar, L. Krishnan
Fotografie e filmati con immagini di Sri Ramana Maharshi gentilmente concesse dal Presidente dello Sri Ramanasramam V.S. Ramanan
Riprese effettuate nel Gennaio del 2014 presso il lago di Samudram, Tiruvannamalai, India.
The Whole Life Foundation & David Godman
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