Silenzio e sat-sanga

Da “Sii ciò che sei. Ramana Maharshi e il suo insegnamento’, a cura di David Godman, ed. Il Punto d’Incontro

Sebbene Sri Ramana fosse lieto di offrire i suoi insegnamenti verbali a chiunque li richiedesse, egli indicò spesso che i suoi “insegnamenti silenziosi” erano più diretti e potenti. Questi “insegnamenti silenziosi” consistevano in una forza spirituale che pareva emanare dalla sua forma, una forza così potente che egli la considerava come il più diretto e importante aspetto dei suoi insegnamenti.

Invece di dare istruzioni verbali su come controllare la mente, egli emetteva senza sforzo un potere silente che automaticamente tranquillizzava le menti di tutti nella sua vicinanza.

Le persone che erano in sintonia con questa forza raccontarono che la sperimentavano come uno stato di pace interiore e benessere; in alcuni devoti avanzati ciò provocò perfino una diretta esperienza del Sé.

Questo metodo di insegnamento ha una lunga tradizione in India, il suo esponente più famoso fu Dakshinamurti, una manifestazione di Shiva che portò quattro dotti saggi a un’esperienza del Sé attraverso il potere del suo silenzio. Sri Ramana parlò frequentemente di Dakshinamurti con grande approvazione e il suo nome appare in molte conversazioni di questo capitolo.

Questo flusso di potere dal Guru può essere ricevuto da chiunque abbia l’attenzione focalizzata sul Sé o sulla forma del Guru; la distanza non è un ostacolo alla sua efficacia. Questa attenzione viene spesso chiamata ‘sat-sanga’, che letteralmente significa “associazione con l’essere”.

Sri Ramana incoraggiò vigorosamente questa pratica e disse spesso che era il modo più efficace per provocare una diretta esperienza del Sé. Tradizionalmente essa comporta l’essere alla presenza fisica di qualcuno che abbia realizzato il Sé, ma Sri Ramana ne diede una definizione molto più vasta. Egli disse che l’elemento più importante del ‘sat-sanga’ era la connessione mentale col Guru; il ‘sat-sanga’ avviene non solo in sua presenza, ma anche ogni volta e dovunque si pensi a lui.

La seguente citazione dà un’indicazione del potere del ‘sat-sanga’. Essa consiste in cinque versi Sanscriti isolati in cui Sri Ramana si imbatté a più riprese. Egli fu così colpito dal loro contenuto che li tradusse in tamil e li incorporò in ‘Ulladu Narpadu Anubandham’, uno dei suoi scritti che tratta la natura della realtà.

1) Per mezzo del sat-sanga l’associazione con gli oggetti del mondo verrà rimossa. Quando quell’associazione mondana viene rimossa, l’attaccamento e le tendenze della mente verranno distrutte. Coloro che sono privi di attaccamento mentale periranno in Quello, che è senza moto. In questo modo essi conseguono jivan mukti (liberazione). Coltivate l’associazione con coloro che l’hanno raggiunta.

2) Il supremo stato che viene esaltato e che è conseguito in questa vita dalla chiara vichara che sorge nel Cuore quando è ottenuta l’associazione con un sadhu (nobile persona, o chi ha realizzato il Sé), è impossibile da conseguire ascoltando predicatori, studiando e imparando il significato delle scritture, con azioni virtuose o qualunque altro mezzo.

3) Se si ottiene la compagnia dei sadhu, di quale utilità saranno tutte le osservanze religiose (niyama)? Quando l’eccellente, fresca brezza del sud sta soffiando, qual è l’utilità di tenere in mano un ventaglio?

4) Il calore sarà rimosso dalla fresca luna, la povertà dall’albero celestiale che realizza i desideri e il peccato dal Gange. Ma sappi che tutti questi, a partire dal calore, saranno rimossi semplicemente avendo il darshan (vista) di incomparabili sadhu.

5) I luoghi sacri in cui compiere il bagno rituale, che sono composti di acqua, e di immagini delle divinità, che sono fatte di pietra e terra, non possono essere comparate a quelle grandi anime (mahatma). Ah, quale meraviglia! I luoghi in cui fare il sacro bagno e le divinità donano purezza di mente dopo innumerevoli giorni, laddove tale purezza viene riversata istantaneamente sulle persone non appena i sadhu le guardano con i loro occhi.

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D: Perché Bhagavan non predica la verità alle folle?

R: Come sai che non lo sto facendo? Predicare consiste nel salire su una piattaforma e arringare la gente attorno? Predicare è una semplice comunicazione di conoscenza; può realmente essere fatta soltanto in silenzio.
Cosa pensi di un uomo che ascolta un sermone per un’ora e se ne va senza esserne stato impressionato al punto da poter cambiare la sua vita? Paragonalo a un altro che siede al cospetto di un santo e se ne va dopo qualche tempo con la sua prospettiva della vita totalmente mutata. Cosa è meglio, predicare ad alta voce senza effetto o sedere silenziosamente riversando all’esterno la forza interiore?
Inoltre, come nasce la parola? Innanzitutto c’è la conoscenza astratta. Da questa nasce l’ego, che a sua volta dà origine al pensiero, e il pensiero provoca la parola. Così la parola è il pronipote della sorgente originale. Se la parola può produrre un effetto, giudica tu stesso quanto più potente sarà predicare attraverso il silenzio.

D: Come può essere così potente il silenzio?

R: Un realizzato emana onde di influenza spirituale che attirano molte persone verso di lui. Tuttavia egli può sedere in una caverna e mantenere un completo silenzio. Possiamo ascoltare conferenze sulla verità e venirne via con scarsa comprensione del soggetto, ma venire a contatto con un realizzato, sebbene non dica nulla, darà molta più comprensione della materia. Egli non ha bisogno di uscire tra il pubblico. Se necessario, può utilizzare altri come strumenti.
Il Guru è il dispensatore di quel silenzio che rivela la luce della conoscenza del Sé, che risplende come la realtà residua. Le parole non sono di alcuna utilità se gli occhi del Guru incontrano gli occhi del discepolo.

D: Bhagavan dà ‘diksha’ (iniziazione)?

R: ‘Mouna’ (silenzio) è la ‘diksha’ migliore; è più potente. Questa fu praticata da Sri Dakshinamurti. L’iniziazione per mezzo del tocco, dello sguardo, eccetera, sono tutte di un ordine più basso. L’iniziazione silente cambia il cuore di tutti.
Dakshinamurti osservava il silenzio quando i discepoli lo avvicinavano. Quella è la più alta forma di iniziazione che include le altre. Nelle altre diksha dev’essere stabilita la relazione soggetto-oggetto. Innanzitutto il soggetto che deve emanare e quindi l’oggetto. Finché questi due non sono presenti, come farà uno a guardare l’altro o a toccarlo? ‘Mouna diksha’ è la più perfetta; comprende lo sguardo, il tocco e l’insegnamento. Purificherà l’individuo in ogni modo e lo stabilirà nella realtà.

D: Swami Vivekananda afferma che un Guru spirituale può trasferire sostanzialmente la spiritualità al discepolo.

R: C’è una sostanza che deve essere trasferita? Trasferire significa estirpare il senso di essere il discepolo. Il maestro fa questo. Non è che l’uomo fosse prima qualcosa che poi si tramutò in qualcos’altro.

D: Non è la grazia il dono del Guru?

R: Dio, la grazia e il Guru sono tutti sinonimi e anche esterni e immanenti. Il Sé non è già all’interno? Dev’essere il Guru a donarlo col suo sguardo? Se un Guru la pensa così, non merita questo nome.
I libri dicono che ci sono così tanti tipi di ‘diksha’: l’iniziazione per mezzo della mano, del tocco, dell’occhio, eccetera. Essi dicono anche che il Guru esegue alcuni riti col fuoco, l’acqua, il ‘japa’ o i ‘mantra’ e chiama diksha tali esecuzioni fantastiche, come se il discepolo diventasse maturo solo dopo che tali processi vengono compiuti dal Guru.
Se si cerca l’individuo non lo si trova da nessuna parte. Tale è il Guru. Tale è Dakshinamurti. Cosa fece? Quando i discepoli gli apparivano di fronte egli era silente. Mantenne il silenzio e i dubbi dei discepoli vennero dispersi, il che significa che essi persero la loro identità individuale. Questa è jnana e non tutta la verbosità che è abitualmente associata a essa.
Il silenzio è la più potente forma di lavoro. Per quanto vaste ed enfatiche possano essere le ‘sastra’, esse falliscono nel loro effetto. Il Guru è quieto e la pace prevale in tutti. Il suo silenzio è più vasto e più enfatico di tutte le sastra messe assieme. Queste domande sorgono a causa del sentimento di non avere ottenuto nulla essendo stati qui così a lungo, avendo udito così tanto, essendosi sforzati così duramente. Il lavoro che procede all’interno non è visibile. In effetti il Guru è sempre all’interno di te.

D: Come opera questo potere silenzioso?

R: Il linguaggio è soltanto un mezzo per comunicare i propri pensieri ad altri e interviene solo dopo che i pensieri sono sorti. Altri pensieri sorgono dopo che nasce il pensiero “io” e così il pensiero “io” è la radice di tutta la conversazione. Quando si rimane senza pensare si comprendono gli altri per mezzo del linguaggio universale del silenzio.
Il silenzio parla costantemente. È un flusso perenne di linguaggio che viene interrotto dal parlare. Queste parole che sto dicendo ostruiscono quel muto linguaggio. Per esempio, c’è dell’elettricità che fluisce in un cavo. Con la resistenza al suo passaggio essa splende come lampadina o gira come ventilatore. Nel cavo rimane come energia elettrica. Analogamente il silenzio è l’eterno flusso del linguaggio ostruito dalle parole.
Ciò che non si riesce a conoscere per mezzo di una conversazione che si estende per diversi anni può essere conosciuto istantaneamente nel silenzio, o di fronte al silenzio. Dakshinamurti e i suoi quattro discepoli sono un buon esempio di ciò. Questo è il linguaggio più elevato ed efficace.

D: Bhagavan dice: “L’influenza del jnani penetra di nascosto nel devoto in silenzio”. Bhagavan dice anche: “Il contatto con i grandi (mahatma) è un mezzo efficace per realizzare il proprio vero essere”.

R: Sì. Qual è la contraddizione? Jnani, grandi uomini, mahatma. Fai differenze fra loro?

D: No.

R: Il contatto con essi è benefico. Opereranno attraverso il silenzio. Parlando il loro potere viene ridotto. Il silenzio è estremamente potente. La parola è sempre meno potente del silenzio, così il contatto mentale è il migliore.

D: L’azione della grazia è la mente del Guru che agisce sulla mente del discepolo o è un processo diverso?

R: La più alta forma di grazia è il silenzio. Ed è anche il più elevato ‘upadesha’ (insegnamento).

D: Vivekananda ha anche detto che il silenzio è la forma più sonora di preghiera.

R: È così per il silenzio del cercatore. Il silenzio del Guru è il più sonoro ‘upadesha’, e anche grazia nella sua forma più elevata. Tutte le altre diksha (iniziazioni) sono derivate da ‘mouna’ e sono perciò secondarie.

‘Mouna’ è la forma primaria. Se il Guru è silente la mente del cercatore viene automaticamente purificata.

D: Il silenzio di Sri Bhagavan è in se stesso una forza poderosa. Provoca in noi una certa pace di mente.

R: Il silenzio è un linguaggio che non conosce mai fine. Il linguaggio parlato ostruisce l’altro linguaggio del silenzio. Nel silenzio si è in intimo contatto con l’ambiente circostante.
Il silenzio di Dakshinamurti rimosse i dubbi dei quattro saggi. ‘Mouna viakhya prakatita tattvam’ significa la verità esposta dal silenzio. Il silenzio è detto essere l’esposizione. Il silenzio è così potente. Per il linguaggio vocale sono necessari gli organi della parola ed essi precedono il linguaggio. Ma l’altro linguaggio giace perfino al di là del pensiero. In breve esso è linguaggio trascendente o parole non pronunciate, ‘para vak’.

D: Chiunque può trarre beneficio da questo silenzio?

R: Il silenzio è il vero ‘upadesha’. È il perfetto ‘upadesha’. È idoneo soltanto per il cercatore più avanzato. Gli altri sono incapaci di trarne piena ispirazione. Richiedono parole per spiegare la verità. Ma la verità è al di là delle parole. Non ammette spiegazione. Tutto ciò che è possibile fare è indicarla.

D: Si dice che uno sguardo di un mahatma sia sufficiente, che gli idoli, i pellegrinaggi, eccetera, non sono così efficaci. Sono stato qui per tre mesi, ma non so quanto abbia tratto beneficio dallo sguardo di Maharshi.

R: Lo sguardo ha un effetto purificante. La purificazione non può essere visualizzata. Proprio come un pezzo di carbone ha bisogno di molto tempo per prendere fuoco, un pezzo di carbonella impiega meno tempo, e della polvere da sparo si incendia istantaneamente, così avviene con il grado di evoluzione degli uomini che giungono a contatto con i ‘mahatma’.
Il fuoco della saggezza consuma tutte le azioni. La saggezza viene acquisita per mezzo dell’associazione col saggio (‘sat-sanga’)  o piuttosto con la sua atmosfera mentale.

D: Il silenzio del Guru può provocare la realizzazione se il discepolo non compie alcuno sforzo?

R: In presenza di un grande maestro, le ‘vasana’ cessano di essere attive, la mente diventa tranquilla e ne consegue il ‘samadhi’. Così il discepolo ottiene la vera conoscenza e la giusta esperienza alla presenza del maestro.
Per rimanere saldamente in essa sono necessari ulteriori sforzi e alla fine il discepolo saprà che quello è il suo essere reale, così sarà liberato persino mentre è ancora in vita.

D: Se la ricerca dev’essere fatta all’interno, è necessario essere nella vicinanza fisica del maestro?

R: È necessario finché tutti i dubbi avranno fine.

D: Non sono in grado di concentrarmi. Sono in cerca di una forza che mi aiuti.

R: Sì, questa si chiama grazia. Individualmente siamo incapaci perché la mente è debole. È necessaria la grazia. ‘Sadhu seva’ (servire un ‘sadhu’) la provocherà. Comunque non c’è nulla di nuovo da ottenere. Proprio come un uomo debole giunge sotto il controllo di uno più forte, la mente debole di un uomo giunge facilmente sotto controllo alla presenza di sadhu dalla mente forte. Ciò che esiste è soltanto grazia; non c’è null’altro.

D: È necessario servire il Guru fisicamente?

R: Le sastra dicono che si deve servire un Guru per dodici anni al fine di conseguire la realizzazione del Sé. Cosa fa il Guru? La consegna al discepolo? Il Sé non è sempre realizzato? Cosa significa allora la comune credenza? L’uomo è sempre il Sé e tuttavia non lo conosce. Invece lo confonde con il non-Sé, col corpo, eccetera. Tale confusione è dovuta all’ignoranza. Se l’ignoranza sarà spazzata via, la confusione cesserà di esistere e la vera conoscenza verrà dischiusa. Rimanendo in contatto con saggi realizzati l’uomo perde gradualmente l’ignoranza finché la rimozione è completa. L’eterno Sé viene così rivelato.

D: Dici che l’associazione col saggio (‘sat-sanga’) e il suo servizio sono necessari per il discepolo.

R: Sì, la prima cosa in realtà significa associazione con l’immanifesto ‘sat’ o esistenza assoluta, ma poiché pochi possono farlo, devono ricorrere alla seconda cosa che è l’associazione col ‘sat’ manifesto, cioè il Guru. L’associazione coi saggi dovrebbe essere praticata, perché i pensieri sono così persistenti. Il saggio ha già sopraffatto la mente e rimane in pace. Restare nella sua vicinanza aiuta a provocare questa condizione negli altri, altrimenti non c’è senso nel cercare la sua compagnia. Il Guru fornisce la forza necessaria per questo, non visto dagli altri. Il servizio è soprattutto dimorare nel Sé, ma comprende anche il prendersi cura del corpo del Guru e del luogo in cui egli dimora.
Anche il contatto col Guru è necessario, ma questo significa contatto spirituale. Se il discepolo trova il Guru internamente, allora non importa dove vada. Si deve comprendere che restare qui o altrove è la stessa cosa ed ha lo stesso effetto.

D: La mia professione richiede che io stia vicino al mio luogo di lavoro. Non posso restare in compagnia dei sadhu. Posso ottenere la realizzazione anche senza ‘sat-sanga’?

R: ‘Sat’ è ‘aham pratyaya saram’, il Sé dei sé. Il sadhu è quel Sé dei sé. Può qualcuno restare senza il Sé? No. Così nessuno è lontano dal sat-sanga.

D: La vicinanza del Guru aiuta?

R: Intendi vicinanza fisica? Qual è il suo beneficio? Solo la mente importa. Deve essere contattata la mente. Il ‘sat-sanga’ farà sprofondare la mente nel Cuore.
Tale associazione è sia fisica che mentale. L’essere estremamente visibile del Guru spinge la mente all’interno. Egli è anche nel Cuore del cercatore e così attira nel Cuore la mente rivolta all’interno.

D: Tutto ciò che voglio sapere è se il ‘sat-sanga’ sia necessario e se l’essere venuto qui mi gioverà o meno.

R: Innanzitutto devi decidere cos’è il ‘sat-sanga’. Significa associazione con ‘sat’ o realtà. Uno che conosce o ha realizzato ‘sat’ è anch’egli considerato ‘sat’. Tale associazione con ‘sat’ o con colui che conosce ‘sat’ è assolutamente necessaria per tutti. Shankara ha detto che nei tre mondi non c’è battello come il ‘sat-sanga’ per attraversare l’oceano delle nascite e delle morti.
‘Sat-sanga’ significa ‘sanga’ (associazione) con ‘sat’. ‘Sat’ è soltanto il Sé. Poiché ora non si comprende che il Sé è ‘sat’, si cerca la compagnia del saggio che ha compreso questo. Quello è ‘sat-sanga’. Ne risulta l’introversione. Allora ‘sat’ viene rivelato.

Informazioni su Sergio Cipollaro

Io e gli altri Maestri della nostra famiglia spirituale – Anna Gagliano, Cristina, Marco Mineo, Renato Cadeddu, Roberta Gamba e Sara Salvatico – insegniamo l’Autoindagine, la ricerca del Sé, secondo la nostra esperienza diretta e gli insegnamenti dell’Advaita “classica”. Nessun fine di lucro! Unici due requisiti richiesti agli allievi: sincero desiderio di realizzare l’Assoluto, accedere all’insegnamento con abbandono e amore. Dato che abbiamo ricevuto molte e-mail da persone non mosse da serie intenzioni, che hanno chiesto la nostra guida e dopo uno o due contatti non si sono più vive, per verificare la serietà delle intenzioni abbiamo deciso che chi vuole ricevere la nostra guida per l’autoindagine deve prima partecipare a un nostro Ritiro di Autoindagine.
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