sofferenza

Allieva: — Il mio cammino spirituale appare interrompersi per un attaccamento ad una questione materiale. Un’ingiustizia nella mia vita non mi fa più andare oltre: pensieri ossessivi circa il desiderio di giustizia, di riscatto per il torto ricevuto, l’identificazione con questi pensieri, questo lato oscuro che non avevo mai sperimentato prima d’ora, il rancore… mi riportano al grado più basso della consapevolezza. Non riesco più a ricongiungermi con il mio essere essenziale e nello stesso tempo in cui lo scrivo, so che esso è al di là di queste parole e preoccupazioni illusorie, ma è come se tutto questo fosse un programma che blocca il mio cuore e non so cosa potrei fare per risolvere questo conflitto ed andare oltre queste questioni così basse. Quindi la domanda è: cosa si può fare?

Anna Gagliano: — Tutte le volte che senti emergere questo attaccamento, non importa se tu stia facendo pratica formale o meno, SENTI ‘da dove sorge? a chi appare?’, senza provare a modificare lo stato mentale o cercare di dare risposte.

Nella pratica formale:
Se percepisci, per esempio, questo rancore verso l’ingiustizia subita, lascialo emergere, diventa uno con esso, lascia che ti attraversi, anche con tutte le manifestazioni fisiche annesse, lascia che accada. Senti che tu sei Ciò al cui interno questo si sta manifestando.

C’è una parte di te che non è toccata da tutto questo. Che testimonia tutto questo.

Vedi che questo rancore è solo un oggetto mentale che è apparso nella coscienza e in quanto tale. Ha un inizio, una durata e una fine.

Ciò che appare e scompare non puoi essere TU.

Stai con ciò che non cambia. Questo qualcosa che non cambia sei tu!
Non basta saperlo, devi sentirlo.
Come?
Contattando il senso di “essere” e dimorando li più a lungo possibile e tutte le volte che puoi.

COMMENTO DI SERGIO:

Grazie Anna per questo post e congratulazioni per come hai guidato la tua allievo riportandola dalla mente al Soggetto.

Vi sono altri due modi virtuosi per affrontare questo problema; tutti e tre i modi sono virtuosi e l’uno non esclude l’altro.

La vita umana, quella che stiamo vivendo in questo momento, è dura. Anche se non viviamo in Siria, c’è tanta sofferenza.
Certamente noi siamo trascendenti, non siamo la vita, ma contemporaneamente – uno di quegli apparenti paradossi della spiritualità – tutto quello che ci appare è un nostro riflesso, così che se appare che qualcuno fa qualcosa di sbagliato, e legittimo chiedersi come ci possiamo purificare noi da quell’errore, come se lo avessimo fatto noi stessi – il Mahatma Gandhi digiunava quando nel suo ashram qualcuno faceva qualcosa di sbagliato). Questo è un altro modo virtuoso di affrontare la cosa, che non esclude il primo: risalire al Soggetto, alla Sorgente.

Ma vi è ancora un altro modo, che non esclude gli altri due.

Voi sapete che Sri Ramana Maharshi diceva che la sofferenza è la Via. Ne consegue che tutto ciò che ci appare, per brutto e difficile che sia, non è altro che il Divino, l’amore di Dio che viene a noi per liberarci. Che cosa ci rimane da fare allora se crediamo negli insegnamenti di Sri Bhagavan? RICONOSCERE IL VOLTO DI DIO NELLA SOFFERENZA CHE CI APPARE.

Mi vene in mente San Francesco. Una volta gli dovevano cauterizzare un vaso sanguigno vicino all’occhio con un ferro rovente, e la chirurgia nel medio evo era decisamente brutale. Prima che procedessero San Francesco ringraziò ‘fratello foco’ e lo pregò di non procurargli troppo dolore. Mi viene in mente Gesù nell’orto dei Getsemani, quando vedendo a cosa stava andando incontro pregò: “Padre, allontana da me questo calice amaro” e poi aggiunse: “Sia comunque la Tua e non la mia volontà”.

Noi siamo nati in questa situazione, e questa situazione include tanta tanta sofferenza. Se non vediamo Dio in questa sofferenza, faremo sempre resistenza, rimarremo rinchiusi nella nostra identità umana a difenderci dagli attacchi del mondo e della vita, e… niente liberazione.

Il mio invito a tutti gli aspiranti che desiderano la liberazione è di sforzarsi ripetutamente a vedere, riconoscere il Divino, l’Amato dietro le sofferenze che ci vengono incontro e che sono insite nella vita, nella condizione umana.

Informazioni su Sergio Cipollaro

Io e gli altri Maestri della nostra famiglia spirituale – Anna Gagliano, Cristina, Marco Mineo, Renato Cadeddu, Roberta Gamba e Sara Salvatico – insegniamo l’Autoindagine, la ricerca del Sé, secondo la nostra esperienza diretta e gli insegnamenti dell’Advaita “classica”. Nessun fine di lucro! Unici due requisiti richiesti agli allievi: sincero desiderio di realizzare l’Assoluto, accedere all’insegnamento con abbandono e amore. Dato che abbiamo ricevuto molte e-mail da persone non mosse da serie intenzioni, che hanno chiesto la nostra guida e dopo uno o due contatti non si sono più vive, per verificare la serietà delle intenzioni abbiamo deciso che chi vuole ricevere la nostra guida per l’autoindagine deve prima partecipare a un nostro Ritiro di Autoindagine.
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