Suzanne Segal

suzanne_segal.bSe non comprese le esperienze spirituali non portano beneficio, anzi, possono risultare terrifiche.
Di seguito l’affascinante esperienza di Suzanne Segal da estratti del suo libro “Collision with the Infinite” (Collisione con l’Infinito), presentato dal Wanderling e tradotto da Aliberth.  Il testo è tratto da http://www.centronirvana.it/articolididharma62.htm

 

PARTE I

Nella primavera del 1982, Suzanne Segal, una donna di 27 anni in gravidanza, che allora viveva a Parigi, era in attesa dell’autobus per tornare a casa di ritorno da una riunione di gestanti. Quando l’autobus arrivò lei salì insieme ad altri pendolari. Improvvisamente, sentì un ‘pop’ nelle orecchie, e fu subito chiusa in una sorta di bolla che la tagliò fuori dal resto della scena, e la lasciò a muoversi ed agre in un modo molto più meccanico.

Lei dice: “Sollevai il mio piede destro per salire sull’autobus e mi sentii spingere sulla testa da una invisibile forza che entrò nella mia consapevolezza come la silenziosa esplosione di un bastone di dinamite, e che scoppiò davanti alla mia abituale coscienza e, come aprendo delle cerniere, mi spaccò in due. Lo spazio aperto che apparve, e che in precedenza avevo chiamato ‘me’, fu spinto con forza dentro di me, dalla sua abituale posizione in una nuova collocazione che era approssimativamente 30 cm. dietro ed a sinistra della mia testa. Ora, ‘Io’ ero dietro il mio corpo e da lì guardavo il mondo senza usare gli occhi del corpo”.

Camminando verso a casa, dalla fermata del bus, lei si sentiva come una “nuvola di consapevolezza” che seguiva il corpo. La nube era un testimone situato dietro ed a sinistra del corpo e da esso completamente separato, oltre che dalla mente e dalle emozioni. La testimonianza era costante, e così anche la paura, il timore di una completa dissoluzione fisica.

La testimonianza continuò per vari mesi, anche durante il sonno, e la Segal dovette sopportare la paura e il concomitante stress, trovando sollievo in lunghi e frequenti sonni.

Il ‘beneficio’ della presenza del testimone era che esso manteneva un certo senso di ‘sé’ personale, il ‘me’. Ma dopo pochi mesi il testimone scomparve, e con esso ogni traccia del ‘sé’ personale. Lei dice: “Quando il ‘sé’ personale scompare, non c’è niente e nessuno all’interno che possa essere collocato come ‘me’. Il corpo è solo un contorno, vuoto di tutto ciò di cui prima si era sentito così pieno e completo”.

Ora non c’era nessuno che pensava, sentiva e percepiva, tuttavia queste funzioni proseguivano senza intoppi e nessuno notava qualcosa di strano. Eppure, lei si sforzava di capire chi è che stava vivendo e perché il suo corpo continuava le proprie funzioni. “La vita divenne un lungo ininterrotto koan, sempre insolubile, eternamente misterioso, totalmente fuori dalla portata e la capacità della mente di poterlo comprendere”.

Con la sparizione del testimone e passate anche tutte le vestigia di un familiare ‘me’, emerse un più intenso livello di paura. Lei lo ha chiamato addirittura ‘terrore’.

Sentiva anche una costante ed abbondante sudorazione e una continua agitazione delle estremità. Ora il sonno non era più una droga ‘benedetta’, perché non c’era nessuno che dormiva. Non gli portava più sollievo. Lei non poteva identificare qualcuno che ricavasse riposo dal dormire, così come non vi era qualcuno che era sveglio.

“Ciò che era scomparso era il punto di riferimento di un ‘sé’ personale che sentiva personalmente le sensazioni. Era costantemente presente un senso di ‘vacuità’ in tutti gli stati mentali o emotivi, e questa copresenza precludeva che potesse esistere qualsiasi qualità personale. Niente pensieri, sentimenti, o azioni che sorgessero più per qualsiasi scopo personale”.

“L’ipervigilanza da parte della mente era massacrante. Poiché essa era continuamente impegnata a contrastare l’esperienza del vuoto, c’era poco spazio per farla restare attenta a tutte le altre cose. La mia vita era piena di visione del ‘non-sé’, e mi facevo continue domande riguardo a questo ‘non-sé’. Perfino nel sonno la vacuità di identità personale continuava imperturbata. Nessuna attività mentale in qualsiasi modo poteva mai cambiare l’esperienza del non-sé, e nessun tentativo di comprenderlo, organizzarlo, o valutarlo mi riportò mai un senso di identità individuale”.

PARTE II

Dopo dieci anni, lei cominciò ad esplorare la prospettiva spirituale sulla vacuità del non-sé. Così trovò volumi di materiale sull’Anatta (non-sé) e sulla Sunyata (vacuità) nel Buddismo. Quindi, scoprì che non solo la sua esperienza era stata compresa, ma veniva ricercata da coloro che si trovavano sul cammino spirituale.

Forse la più grande sfida degli ultimi dieci anni della Segal fu il funzionare giorno dopo giorno senza un ‘me’. “[La personalità] funziona galleggiando in una vastità che è riferita a nessuno”, ha scritto. Scoprì anche che il Buddismo spiega tutto ciò descrivendo gli skandha, ‘aggregati’, come funzioni della personalità che restano anche quando si è vuoti della persona e del ‘me’. I cinque  skandha includono la forma, le sensazioni, le percezioni, i pensieri e la coscienza. La loro interazione crea l’illusione del sé. Essi in realtà non costituiscono il ‘sé’. Non esiste il ‘sé’. Quando la verità degli skandha è rivelata, come accadde improvvisamente alla Segal alla fermata dell’autobus, si può vedere che non c’è alcun sé, ma solo gli skandha che funzionano nel modo in cui funzionano, e la verità è che sono vacui, essi non costituiscono il sé, ma la loro interazione crea l’illusione del sé.

La Segal non riuscì trovare descrizioni letterarie della paura che aveva provato per dieci anni. Lei sostiene che il linguaggio e le ipotesi che vanno a creare il concetto di ciò che è l’esperienza spirituale reale, sono un sistema chiuso, e che chi parla di esperienze al di là di tale sistema chiuso è considerato come se stesse navigando verso l’illuminazione con l’uso di termini altamente discutibili, di cui uno di essi è la paura.

“Ci siamo convinti che la presenza di particolari pensieri, sentimenti, o azioni è il solo modo con cui possiamo realmente sapere se qualcuno si è Illuminato. La lista di attributi Illuminati è molto lungo e complesso. ‘È questo realmente ‘amore’’ ci chiediamo, in presenza di un Essere presumibilmente Illuminato. Oppure ‘È beatitudine? Hanno ancora pensieri questi esseri’ vorremmo sapere, dato che abbiamo sentito che una mente priva di pensieri è sicuramente un segno di progresso spirituale. ‘E che cosa è questa? È davvero paura?’. Beh, la presenza della paura dimostra che non è possibile avere una vera esperienza spirituale. In realtà la presenza di paura significa solo che la paura è presente, e nulla di più”.

PARTE III

Nella sua ricerca trovò sui libri o di persona altre cose che offrivano verifiche. Di tutto quello che lei aveva incontrato e letto, sentì che Bhagavan Sri Ramana Maharshi era il più chiaro, e così considerò Ramana il proprio padre spirituale. La Segal estrasse una parte dei suoi colloqui, e in generale afferma che: “Egli descrisse la mia esperienza in un modo così diretto e semplice che non lasciava assolutamente alcun spazio a dubbi su quello che mi era davvero successo”. E la Segal dice ancora: “Leggendole sempre di più, le parole di Ramana mi hanno portato ad un sorprendente passaggio. Quando un suo discepolo gli chiese se fosse necessario essere associati con un saggio (Sat-Sanga), al fine di poter realizzare il vero ‘Sé’, Ramana rispose: ‘[È richiesta] l’associazione con il Sat-non-manifesto o l’esistenza assoluta… Il sastra dice che uno deve servire (essere associato a) il Sat-non-manifesto per un periodo di dodici anni, al fine di raggiungere la realizzazione del vero ‘Sé’… ma siccome molto pochi sono in grado di farlo, essi dovranno perciò prendere il meglio del secondo, che è l’associazione con il sat-manifesto, cioè il Guru’.”

Ciò che la stupì, ovviamente, circa quel passaggio è che lei stessa era alla fine del dodicesimo anno della sua esperienza di ‘non-sé’, del ‘Sat-non-manifesto’. Altri incontri, oltre Sri Ramana, furono:

Christopher Titmuss, un insegnante di meditazione Vipassana Buddista, il quale le assicurò che lei non era pazza, ma che la pazzia era proprio la mancanza di esperienze come la sua, la cui assenza permette che vi sia il ‘me’ e le tragiche conseguenze dei limiti su scala personale, sociale e globale. Titmuss disse alla Segal che lei aveva bisogno di essere rassicurata sul significato spirituale della sua esperienza, e che alla fine una serena accettazione della sua esperienza avrebbe tranquillizzato i pensieri e sentimenti che generavano la paura, e da tale serenità verrà una piena e profonda comprensione dell’esperienza. Lei arrivò presto a realizzare che la sua esperienza non era né pazzia né fraintendimento, ma era solo impossibile da afferrare.

Tenshin Roshi Reb Anderson, del ‘Green Gulch Zen Center’ di San Francisco, che l’aiutò ad allentare la sua rigidità così che la sua mente poté interpretare l’esperienza. Egli la aiutò a vedere che la sua esperienza del vuoto era beatitudine, ma non un tipo di felicità o gioia relativa, quanto piuttosto la beatitudine della vacuità di conoscere se stessi. Egli le impartì la conoscenza che questa beatitudine assoluta non può essere conosciuta tramite gli skandha, da qui l’abbandono della rigidità nella sua mente.

Poonjaji, il ben noto discepolo di Ramana, convalidò l’esperienza della Segal, dicendole: “Tu stessa sei diventata la liberazione (Moksha) dei saggi realizzati”.

Gangaji, un altro eminente insegnante del lignaggio Ramana-Poonjaji, dichiarò: “Questa realizzazione della vacuità inerente di tutti i fenomeni – che è pura coscienza – è vero completamento. Di fronte all’esistenza condizionata, può essere inizialmente sentita molta più paura. In definitiva, anche la paura si rivela essere soltanto quella stessa coscienza vuota”.

Andrew Cohen, che la Segal incontrò con vero beneficio. Essi trascorsero molte ore insieme parlando della vacuità del ‘sé’ personale, e Cohen in quel momento impartì alla Segal la consapevolezza che il vuoto “era pieno di squisito infinito”. Nel mese che seguì, quella consapevolezza si approfondì e divenne la radice della sua stessa capacità consapevole. Andrew Cohen aveva espresso e trasmesso un grande entusiasmo verso la ‘condizione’ della Segal, perché lei era una persona rara, non solo per aver avuto l’esperienza del non-sé, ma nel persistere a vederlo tramite una stabile risolutezza. Cohen le disse: “La tua apertura e ricettività è un segno di vera umiltà, che da sola rende possibile tutte le cose”.

PARTE IV

Eppure, tutte le rassicurazioni non stavano producendo gioia, finché una brusca transizione produsse un cambiamento nella conoscenza dal ‘non c’è alcun sé personale’, al ‘Non ce n’è nessun altro’. Ciò si verificò mentre la Segal era alla guida per andare a trovare alcuni amici: “Sono diventata improvvisamente consapevole del fatto che stavo guidando tramite ‘me-stessa’. Per anni, non c’era stato affatto alcun sé, ma qui su questa strada, tutto era me, e io stavo guidando grazie a me per arrivare dove già ero stato. In sostanza, io non stavo andando da nessuna parte perché ero già in ogni luogo. L’infinita vacuità in cui io sapevo di essere, ora era evidente come l’infinita sostanza di tutto ciò che vedevo”.

Quindi, la vacuità che lei aveva conosciuto come uno stato di coscienza divenne ora la vastità di tutta l’esistenza [per un interessante confronto vedi anche le parole del maestro del Chan Buddista, della tarda dinastia Ming,  Han-Shan-Te Ching (1546-1623)].

Poco tempo dopo, mentre si trovava a passare un week-end di ritiro in un centro buddista nel nord della California, arrivò una nuova consapevolezza. Vi fu una fluidità di percezione in cui le varie entità erano percepite come la stessa vastità, cioè come lo spazio stesso, e tutto era pervaso da calma. Ora arrivò a sentire che anche lei era della stessa sostanza della vastità. Sapeva questo non attraverso gli organi di senso, ma tramite la sostanza che ‘ella era’. Lei descrive questo, come un dito che disegna nella sabbia, in cui la sostanza della vastità è insieme il dito, il disegno e la sabbia.

E ora finalmente vide la paura per quello che era. In precedenza aveva attribuito alla paura un significato, vedendola come espressione dell’invalidità derivante dall’esperienza di non-sé. Ora vedeva la paura come senza senso. La paura non era differente dalla forma, dal vuoto, dal dolore, dall’Illuminazione. Tutto è fatto della stessa sostanza, come la vastità. Vedendo questo, sapendo questo, la morsa della paura si ruppe ed emerse finalmente la gioia. 

PARTE V

Il resto della ‘Collisione con l’Infinito’ è una confessione diretta della non-dualità. Le seguenti sono citazioni selezionate dal libro:

  • Questa vita ora è vissuta in una costante onnipresente consapevolezza dell’infinita vastità che io sono.
  • La presenza di eventuali pensieri, sensazioni o azioni non è mai interpretata in modo diverso dal puro fatto che essi sono presenti.
  • Nessun giudizio sul bene o male, giusto o sbagliato si pone mai poiché tutto è semplicemente quello che è.
  • Una volta che la mente accettò i parametri della propria sfera e fermò ciò che patologicamente era fuori di essa, il sapore impersonale di una gioia indescrivibile della vastità che sperimenta se-stessa si mosse spostandosi radicalmente ed eternamente sul piano mentale.
  • La vita come al solito continua a dispiegarsi, tutto viene fatto, proprio come aveva fatto prima che si fosse verificata la realizzazione della vastità. Poiché in ogni caso, non vi è mai stato un ‘agente’ personale, la realizzazione di questa verità non fa nulla per cambiare il modo in cui il funzionamento si verifica.
  • Per vivere nella vastità dello stato naturale, occorre fare un bagno nell’oceano della gioia e piacere impersonale. Questa gioia o piacere, che non appartiene a nessuno, è differente da qualunque gioia o piacere che sembrano riferirsi e appartenere a qualcuno. La vacuità è così piena, così totale, e così infinitamente beata in se stessa.
  • In nessun modo… sto suggerendo che le pratiche non dovrebbero essere fatte, ma solo che non vi è alcun praticante che sia l’agente che sta dietro di esse. Questo è vero di ogni attività. … Solo perché non vi è alcun praticante (e non c’è mai stato) non significa che non può esserci la pratica. Se è ovvio che una particolare pratica spirituale abbia a verificarsi, allora si verificherà.
  • In realtà, ancora non c’è alcun ‘Io’ individuale in grado di capire come scoprire l’infinito. E, ancora più importante, dove starebbe l’infinito? Voglio dire, noi non stiamo parlando di qualcosa che può essere nascosto sotto il tappeto. Se si potessero vedere le cose solo ed esattamente per quelle che sono, si vedrebbe che ‘colui’ che sta vedendo è la vastità stessa.
  • Il ‘carattere di lavoro’ prescritto in psicoterapia, così come da alcune tradizioni spirituali, tra le quali il Buddismo Zen, conduce ad una uguale trappola creata dal fatto di non vedere le cose per quelle che realmente sono. Un naturale rilassamento dell’essere si verifica se uno non viene sedotto prendendo le idee come verità. Questo rilassamento è antitetico al carattere dilavoro, con la sua posizione chiara su come potremmo essere se operassimo sui nostri caratteri. Quando bussiamo alla porta del carattere di lavoro, siamo invitati in un labirinto di futurismo. È intrinsecamente impossibile arrivare ad un obiettivo che si basa su un ‘io’ che ci spinga là. Il carattere di lavoro si basa sulla stessa erronea convinzione che vi sia un ‘agente’ o ‘attore’ individuale che gestisce lo spettacolo della vita e crede di poter diventare un ‘Io’ migliore.
  • Io non posso più chiamare ‘psicoterapia’ ciò che faccio, poiché essa non aderisce in nessun modo a normali principi di teoria o intervento psicologico. Il mio obiettivo per tutti è la libertà, libertà totale. Non voglio che essi modifichino il loro modo di ‘sentire’, il lavoro attraverso i traumi infantili, o smettere di avere sintomi. Voglio che siano liberi di vedere che le cose sono proprio quelle che sono.
  • Chi discrimina tra il vero e il falso (sé)? E vero e falso per chi? Pensieri, sentimenti, sensazioni, e le frequenze di energia non significano nulla per qualche immaginario qualcuno, ma semplicemente sono solo quello che sono.
  • Noi siamo la vastità, e noi conteniamo tutto – pensieri, emozioni, sensazioni, preferenze, paure, idee, ed anche le identificazioni. Nessuna cosa deve andare da nessuna parte. In ogni caso, dove dovrebbe andare?
  • Lo scopo della vita umana è stato rivelato. La vastità ha creato questi circuiti umani perché voleva un’esperienza di Sé, fuori da se stessa, che non avrebbe potuto avere senza di essi.
  • La sostanza della vastità è così direttamente percepibile a se stessa ad ogni momento che questi circuiti a volte richiedono un’altra fase di adeguamento per adattarsi ad una più infinita consapevolezza. Quando mi chiedo “Chi sono Io?” l’unica risposta possibile è: io sono l’infinito, la vastità che è la sostanza di tutte le cose. Io sono tutti e nessuno, tutto e niente – proprio come lo siete voi.

PARTE VI

Nella primavera del 1996, il presente libro era stato completato e Suzanne fu in grado di offrire i suoi insegnamenti al pubblico attraverso dialoghi settimanali e un gruppo di pratica per i suoi terapisti. Nel febbraio del 1997 le fu diagnosticato un massiccio tumore cerebrale.

Morì il 1° aprile 1997 all’età di 42 anni.

Nella postfazione al suo libro, Stephan Bodian, amico suo molto vicino che la incoraggiò a scrivere, dichiara: “Quando questa straordinaria autobiografia fu completata nella primavera del 1996, Suzanne Segal iniziò a tenere regolari incontri pubblici, dialoghi settimanali e guidava un “gruppo di formazione” bisettimanale per terapisti in cui dimostrò il suo modo unico di lavorare con la gente. Era piena di energia ed incarnava un radiante amore incondizionato che attirava la gente come un magnete. Ma lei non si considerava un maestro, insistendo sul fatto che noi siamo “tutti insieme in questo”, tutti siamo la vastità che lei aveva sperimentato così all’improvviso e così articolatamente descritto. Tuttavia, quelli di noi che erano più vicini a lei, spesso trovavano che in sua presenza la nostra esperienza della vastità diventava ancor più profonda e più chiara.

Informazioni su Sergio Cipollaro

Io e gli altri Maestri della nostra famiglia spirituale – Anna Gagliano, Cristina, Marco Mineo, Renato Cadeddu, Roberta Gamba e Sara Salvatico – insegniamo l’Autoindagine, la ricerca del Sé, secondo la nostra esperienza diretta e gli insegnamenti dell’Advaita “classica”. Nessun fine di lucro! Unici due requisiti richiesti agli allievi: sincero desiderio di realizzare l’Assoluto, accedere all’insegnamento con abbandono e amore. Dato che abbiamo ricevuto molte e-mail da persone non mosse da serie intenzioni, che hanno chiesto la nostra guida e dopo uno o due contatti non si sono più vive, per verificare la serietà delle intenzioni abbiamo deciso che chi vuole ricevere la nostra guida per l’autoindagine deve prima partecipare a un nostro Ritiro di Autoindagine.
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