79. come può l’io apparente progredire fino alla pura coscienza?

Per l’uomo comune, l’io apparente [l’ego] è un composto di Coscienza e corpo grossolano o sottile. Ammettendo per ora l’esistenza dell’io inferiore, procediamo a esaminare la sua composizione al fine di eliminare dal Principio-Io tutto il resto.

Vediamo che il corpo agisce, i sensi percepiscono e la mente pensa e sente. Ma l’io è presente in tutte queste attività, conoscendo ognuna di esse. Perciò il primo stadio è che io sono il conoscitore del corpo, dei sensi e della mente. Resto separato da loro come testimone – o Coscienza funzionale – in tutte le attività.

Esaminando il testimone, scopriamo che occasionalmente sperimentiamo uno stato in cui tutti gli oggetti scompaiono. Lì rimane solo la Coscienza, il che vuol dire che la parte funzionale [di testimone] è sparita. In questo secondo stadio rimane sola la Coscienza priva di funzione.

Quando il sole splende, l’uomo comune considera tale risplendere come una funzione. Ma per quanto riguarda il sole non c’è nessuna funzione; risplendere è semplicemente la sua vera natura, giacché non può mai rimanere nemmeno per solo un momento senza risplendere. Mentre una funzione dovrebbe necessariamente avere un inizio e una fine.

Perciò, situandoci nella Coscienza senza funzioni, il mondo in quanto tale scompare completamente, trasformandosi nella Coscienza stessa, dimostrando così anche la manifestazione non è altro che Coscienza. In questo terzo stadio si vede che la Conoscenza non è una funzione, ma la natura stessa della Coscienza.

Da ciò è chiaro che il Principio-Io non è mai stato la Coscienza che percepisce, ma è Pura Coscienza.

tanne macannoracivu tonnitilo
pinne macaviyoru kalavum vara.

[La Conoscenza che nasce dal dissolversi dell’ego
non può mai cessare d’essere]

Efuttacchan, Bhagavatam, Tirttha-yatra

[Notes on Spiritual Discourses of Sri Atmananda]

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Commento di Sergio

Vi sarebbe una premessa e una riflessione da fare.
La premessa riguarda l’amore. Il Jnani è molto discreto nel parlarne, non è nel suo carattere farlo, mentre il Bhakta lo esterna profusamente. Sri Ramana scrisse un inno ad Arunachala che considerava il suo Guru, ma niente che sia confrontabile con le intense espressioni liriche di Tagore.
Eppure l’amore è lo stesso. Annamalai racconta che Bhagavan non buttava niente, recuperava anche il piccolissimo granello di sesamo caduto. Una volta gli chiese di recuperare un chiodo torto e arrugginito, quando ne erano arrivati centinaia di nuovi. Quella volta Annamalai gli chiese perché recuperasse tutto, e Bhagavan rispose: “È amore di Dio”.
Sembra una frase massa lì per spiegare un vezzo del carattere. Invece è proprio il vissuto del realizzato.
Ora la riflessione. Quando l’aspirante Jnani scopre la pura Coscienza, come fa a rimanervi immerso? Con uno sforzo intellettuale? Egli vede che la Coscienza è puro Amore, di una tale bellezza che è impossibile a dirsi. E questo rende il suo abbandono così assoluto da cancellare ogni traccia di individualità. Ciò nondimeno pronuncerà raramente la parola amore

 

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