che esperienza ha un illuminato?

Partiamo da una base di distacco dalla mente, che è il film della creazione multiforme, e di distacco dall’ego, cioè non c’è più il senso di essere un io personale separato.

Su questa base ha luogo il waking sleep (il sonno profondo da svegli) di varia intensità, e il nirvikalpa samadhi, che è il livello più profondo del waking sleep.

Chiarito questo, va detto che l’illuminato può vivere esperienze molto variegate.

Queste esperienze sono cangiate dall’equilibrio tra i tre guna (tamas, rajas e sattva) che prevale nella forma del realizzato. Ad esempio, Ramakrishna enfatizza la devozione, Ramana enfatizza la beatitudine, la scuola di Siddharameshwar, che include Nisargadatta, Ranjit e Balsecar, enfatizza l’assenza di esperienza del Sé.

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Nota sulla scuola di Siddharameshwar

La loro conclusione circa l’impossibilità di un’esperienza del Sé nasce da una distorsione derivante da un neti-neti (non sono questo, non sono quello) estremo. L’aspirante dice: “Tutto quello che percepisco è un oggetto, dunque non sono io”. Così quando vede il Sé, conclude “Questo non sono io”. Nisargadatta afferma: “Non posso conoscere chi sono io, perché io sono il soggetto. Posso solo conoscere ciò che non sono io”. Invece la mente sattvica, la mente purificata dall’illusione che il mondo fenomenico esista, VEDE IL SÉ!!! E lo contempla a lungo, fino a fondersi nel Sé. Perciò le altre scuole di Advaita Vedanta esortano alla Conoscenza e all’Esperienza del Sé, mentre Siddharameshwar si spinge a dire “Lo jnani che si è fermato alla conoscenza del Sé è un sottosviluppato”. La sua scuola inoltre considera beatitudine e amore come ancora parte della mente. Quale beatitudine si può mai provare per un’esperienza che non c’è, e quale amore ci può essere se non c’è niente.

Sri Ramana Maharshi invece insegna: “Se cercate l’io, questo scompare e al suo posto sorge un Io-Io (il Sé) illimitato, eterno, immutabile e universale”. Sri Ramana, come altri Grandi Jnani, parla di Conoscenza del Sé e di Esperienza del Sé.

Di seguito un colloquio di Ranjit Maharaj tratto del libro “Illusione versus Verità”:

“Domanda – Quando contemplo la mia vera natura, l‘Io Sono, mi pervade un sentimento d’amore senza causa. Questo sentimento è giusto o è ancora un’illusione?

“Ranjit – È la felicità del Sé. Senti la presenza Io Sono, dimentichi tutto: i concetti e l’illusione. È uno stato non condizionato. Questa felicità appare quando dimentichi l’oggetto. Ma nella felicità c’è sempre un leggero contatto col Sé, dopo tutto è ancora un concetto [???]. Quando sei stanco del mondo esterno desideri essere solo, essere nel tuo Sé. È l’esperienza di uno stato più elevato, ma è ancora mente. Il Sé non ha piacere né dispiacere, è senza il senso dell’io. L’oblio totale dell’illusione significa che nulla è, nulla esiste. Tutto continua ancora ad apparire, ma per te non ha più alcuna realtà. Ecco ciò che viene chiamato realizzazione o conoscenza del Sé. È la realizzazione del Sé senza sé, senza l’esperienza”. In pratica sta dicendo che puoi solo conoscere il Sé in negativo, conoscendo ciò che non è il Sé, e quindi senza esperienza del Sé.

Il Grande Rishi Vasistha, il cui yoga consiste nel render chiaro che nulla del mondo fenomenico esiste, dice a Rama: “O Rama, quando tutte le disturbanti onde pensiero sono cessate c’è un ininterrotto flusso di pace ed il cuore è riempito dalla beatitudine dell’Assoluto. Quando la Verità è stata così vista nel cuore, allora questo stesso mondo diventa una dimora di beatitudine”. Grandi Jnani Acharya, come Atmananda (Krishna Menon), Jnaneshwar, Adi Shankara hanno spronato alla Conoscenza e all’esperienza del Sé e hanno enfatizzato le beatitudine; stante alle parole di Siddharameshwar dovrebbero essere tutti sottosviluppati. Lo stesso Nisargadatta ammette qualche esperienza positiva affermando: “La saggezza mi dice che sono niente; l’amore mi dice che sono tutto. fra i due scorre la mia vita”.

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Ritornando alle esperienze variegate dell’illuminato, il loro spunto è dato dal contatto della coscienza con impressioni provenienti dal mondo interiore ed da quello esteriore. La natura di queste esperienze può essere attribuita a un approfondimento della realizzazione, alla compassione per altri esseri, a un movimento di purificazione, allo schiudersi della visione di un aspetto della Verità che prima era occluso, ed altri casi ancora.

Le esperienze più ricorrenti sono: beatitudine, amore, forte presenza ‘Io Sono’, forte senso di ‘non c’è nessuno’, silenzio, gioia, pace, libertà, bellezza, vuoto o nulla, assenza di ogni contenuto e concetto, inclusi il vuoto e il nulla ecc. ecc.

L’errore che si può commettere qui è voler definire quale debba essere l’esperienza propria dell’illuminazione sulla base alla nostra stessa esperienza. Non dimentichiamo che vi è una differenza tra un illuminato e un illuminato saggio (Acharya)

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Conclusioni

Ero comprensibilmente restio a stilare una catalogazione delle possibili esperienze di un illuminato, ma ieri una cara amica mi ha chiamato per dirmi di aver avuto un’esperienza in cui non c’era né amore né beatitudine, e di questo era stupita. Ho così pensato di produrre questo post perché gli aspiranti possano accettare rilassati esperienze che escono dai consueti cliché battuti dai libri spirituali.

Ora permettetemi di concludere con un vocativo: O illuminati, lasciate che la coscienza vi presenti le esperienze che vuole, senza però escludere le esperienze di altri illuminati.

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