Dio in noi si presenta come Io, ma il più delle volte bisogna restaurarlo per riconoscere che quello è Dio

La sensazione di Io è come Dio si presenta in noi. Quando una persona comune la contatta, la ritrova con varie sovrapposizioni; fondamentalmente l’identificazione col corpo e la personalità, più varie identità che fanno da corollario: io sono così, io sono cosà ecc. Ma se vi stai sopra con il riflettore della coscienza, gradualmente tutte queste identificazioni evaporano, allora rimane l’Io puro, che è insieme Sat e Chit, Essere e Coscienza. Se ti ci fondi è beatitudine traboccante. Dimorare in quella, chiamiamola Ioità (I-am-ness), è il metodo più diretto per non essere contaminato dall’illusione, come la foglia del loto, che pur vivendo nello stagno, non è bagnata dall’acqua.

Vedete che nella via diretta sadhana e realizzazione sono la stessa cosa. Quando il dimorare nella Ioità è instabile, si chiama sadhana, quando è stabile, si chiama realizzazione.

Quando fate la pratica, avvicinatevi a questo Io con la consapevolezza che è Dio. Perché questo? Se i vostri genitori vi hanno svalutato, avrete voluto essere un altro: qualcuno in grado di ottenere consenso e approvazione, detestando il vostro Io e, di conseguenza, cercando all’esterno personaggi con cui identificarvi. Poi, quando con la ricerca del “chi sono io?”, vi imbattete di nuovo nel vostro Io: sperimenterete quantomeno delusione. “È questa catapecchia di io in cui dovrei dimorare? Sarebbe questo Dio? No, io non lo voglio; voglio qualcos’altro”. Questo processo generalmente non è cosciente; voi osserverete soltanto che la pratica non funziona. Allora proverete col puro Essere o la Pura Coscienza, o la Presenza, che pure funzionano.