due approcci alla realizzazione

Vi sono due approcci alla Realizzazione:
quello tramite l’ESPERIENZA e quello tramite la COMPRENSIONE.

Quello esperienziale è tipico dello yoga. Ma non soltanto… Prendete ad esempio Michael Langford: spinge spinge spinge e poi ha un’esperienza che provoca ‘uno spostamento globale della percezione’. La gestalt (il modo di vedere le cose) viene ristrutturata, e là dove prima vedevi una moltitudine di oggetti, adesso vedi solo pura Coscienza. Un altro esempio sono gli Intensivi di Illuminazione. Il maestro ti dice: “Nessuna intellettualizzazione; cerca solo esperienza diretta”. In genere l’approccio esperienziale considera l’intelletto una barriere, ma è una visione molto limitata.

Il vantaggio di questo approccio è che quando arriva l’esperienza diretta, o il nirvikalpa, questa è profonda e ha quindi molta forza per provocare una significativa o radicale trasformazione della gestalt (il modo di vedere), cui la forma dell’aspirante si adatterà col tempo.

Il difetto è che rende l’aspirante dipendente dall’idea che lui è un’esperienza (il nirvikalpa, il sahaja ecc.), in cui diventar stabile e da cui non uscire più, mentre la Realizzazione è fondamentalmente lo spostamento dell’identità dalla persona alla pura Consapevolezza, da cui poi deriva un’esperienza. Lui non è l’esperienza, lui è Quello! È l’identità. Perciò può succedere che questo tipo di aspirante sperimenti le esperienze più elevate del mondo e ancora non abbia ‘chiaro’ chi è lui. Infatti lo spostamento di identità è una comprensione profonda.

È il caso del Buddha. Lui padroneggiò gli 8 livelli di assorbimento (samadhi). Gli altri maestri dicevano che era ormai realizzato, ma lui sentì di non esserlo ancora.

Vi è una storia che riguarda proprio Atmananda. Quand’era ragazzo uno yogi gli diede un mantra. Quando Atmananda raggiunse la piena realizzazione ebbe l’impulso di rincontrarlo. Questo yogi era quasi sempre in nirvikalpa samadhi (la pura consapevolezza senza oggetti), ma quella volta, quando Atmananda andò da lui, era una di quelle rare occasioni in cui non era in assorbimento. Lo yogi aveva una mente molto pura e confessò ad Atmananda che per quanto stesse in nirvikalpa poi ne usciva e non sentiva di aver completato il percorso. Allora Atmananda gli parlò, e quel che gli disse fece sì che allo yogi giungesse la profonda comprensione di chi è lui e raggiungesse la Realizzazione.

Avete compreso? Le esperienze vanno e vengono. Se il nirvikalpa non porta alla profonda Comprensione di essere la Consapevolezza, non c’è ancora la Realizzazione, per quanto beatifica l’esperienza.

Per questo Sri Ramana diceva: “Voi mi vedete in assorbimento, camminare, parlare, mangiare, dormire, ma io sono sempre lo stesso”.

L’altro approccio è alla COMPRENSIONE. Questi aspiranti usano buddhi (l’intelletto). Studiano i testi sacri – ad empio Shankara – e usano quello che in inglese viene chiamato ‘The Higher Reasoning’ (il ragionamento superiore). Ponderano quei testi, li confrontano con la loro esperienza e analizzano il mondo alla luce delle verità enunciate. Se hanno lavorato bene hanno delle comprensioni che vanno a destrutturare i concetti che deformano la visione della Verità, e in questa maniera progrediscono.

Il vantaggio è che non si legano all’esperienza, che poi si pensa debba durare per sempre. Ciò che dura per sempre è l’IDENTITÀ che è nata dalla Comprensione, che ovviamente genera un’esperienza… Nisargadatta diceva “Io Sono Quello”, non “io ho un’esperienza”.

Il difetto è: quanto profonda è stata questa comprensione? E quindi: quanto profondo e stabile è lo spostamento della visione, da quella della persona a quella del Sé? In genere è meno forte perché questo tipo di lavoro è assai meno intenso di quello necessario per raggiungere l’esperienza diretta. Per questo motivo essi dicono “Porta questa comprensione nella vita”, così il corpo e la mente hanno il tempo di adattarsi alla nuova comprensione e la comprensione stessa ha il tempo di approfondirsi.

Per questi motivi, l’approccio esperienziale dà più sattva alla forma; perciò la forma del realizzato che viene da questo approcciò apparirà avere qualche numero in più. L’approccio alla comprensione fa sì che il realizzato semplicemente si distacchi dalla forma ignorando com’essa è. Perciò il realizzato che viene da questo approcciò può anche apparire con una personalità quasi ordinaria.

Qual è l’elemento che collega entrambi questi approcci: l’ESPERIENZA! Quando tu confronti l’asserzione “Tutte le apparenze (cioè il mondo) non sono altro che forme-pensiero”, per avere una comprensione profonda, devi avere un’esperienza Profonda, altrimenti tutto rimane a un livello mentale. Il ‘ragionamento superiore’ serve solo come mezzo per destrutturare i falsi concetti e farti vedere la Verità, ma tu devi avere l’esperienza della comprensione, altrimenti non c’è progresso.

Autori come Klein, Lucille, Spira, Dennis Waite, Greg Goode usano il ragionamento superiore. Se leggete Sri Atmananda noterete che egli stesso usa questo strumento a un livello elevatissimo.

Io vi consiglio di non rinunciare a sviluppare questa facoltà del ragionamento superiore. Anche se non vi siete abituati, usatela almeno un po’; a volte basta pochissimo – una piccola riflessione, un breve esame delle cose – per evitare di continuare a cercare l’esperienza senza capire cosa sta ostacola il progresso. Affiancato all’approccio esperienziali, il ‘ragionamento superiore’ può far risparmiare tantissimo tempo. l’ideale è coltivare entrambi approcci, poi ognuno avrà la propria combinazione personale secondo il proprio temperamento.

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