la paura della morte e il potere dell’amore

La paura della morte è qualcosa che prima o poi deve essere affrontata nella sadhana. Può essere affrontata durante la sadhana o alla fine. Michael Langford ad esempio la sperimenta immediatamente prima della realizzazione, e parla della paura che si incontra nell’attraversare la ‘porta di manonasa’, la dissoluzione definitiva dell’ego. Sri Ramana Maharshi racconta che a 16 anni sentì di stare morendo, lui lo accettò e si stese a terra proprio come se fosse morto osservando curioso. Quindi scoprì il ‘vero Io’ che non muta mai e vi rimase sempre immerso. La sua sadhana durò in tutto 2 ore.

Lester Levenson la superò prima, con la pratica del trasformare i sentimenti negativi in amore. Ma per riuscirvi dovete essere già ben allenati a farlo, così da avere rafforzato il potere del vostro amore. Dunque non sceglierei la paura della morte come primo sentimento da trasformare.

Se leggete la storia di Lester Levenson, vedete che all’inizio trasformare in amore sembra difficile e i casi durano parecchio. Poi il potere dell’amore diventa forte e trasforma ogni sentimento negativo in pochissimo tempo. Per dissolvere la paura della morte e necessario che questo potere sia diventato forte.

Ma che cos’è il potere dell’amore. Ve ne mostro un aspetto che riguarda voi stessi. Tentando di trasformare in amore, scoprite (se non l’avete già fatto) di avere un rubinetto la cui apertura dipende soltanto da voi. Aprendo questo rubinetto potete dare amore in qualsiasi condizione, a chiunque e a qualsiasi cosa. Quando chiudete il rubinetto, state male e diventate effetto del mondo. Quando aprite il rubinetto diventate come Dio, che è puro incondizionato amore, vi sentite bene, eliminate tutta la negatività dalla vostra vita e cominciano ad avvenire guarigioni e altri miracoli, per così dire, perché la realtà che viviamo dipende da ciò che pensiamo.

Etty Hillesum era un ebrea olandese; di lei vi sono due libri, il Diario e le Lettere. Viveva in un campo di concentramento nazista, ma dal suo diario non si capisce che viva lì, tanto è il potere del suo amore. Descrive le nuvole mutevoli che facevano da sfondo alla torretta, la bellezza di qualche crocus nato al di là della rete elettrificata, descrive amorevolmente e con compassione persino i carcerieri; ne vede le paure, la debolezza, non la cattiveria. Non è forse già questa una siddhi?

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