non separarti nel tuo cuore

Non sempre è possibile esprimere amore per gli altri esteriormente. Tuttavia qualsiasi sia il comportamento necessario sul piano esteriore, interiormente l’amore deve rimanere inalterato, pena la decadenza dallo stato di Unione interiore, cioè la decadenza nella dualità.

In ‘Autobiografia di uno Yogi’ di Paramahansa Yogananda vi è un passo in cui Sri Yukteswar insegna all’allievo che il primo comandamento del Dharma, ‘non uccidere’, non è sempre praticabile in questo mondo. ‘Non uccidere’, spiega Sri Yukteswar, vuol dire fondamentalmente ‘NON UCCIDERE NEL TUO CUORE’.

Per chi anela alla Liberazione, il primo comandamento diventa ‘non separarti’. Ma come è possibile farlo sul piano fisico? Quando una separazione diventa inevitabile sul piano esteriore, devi esser capace di ‘NON SEPARARTI NEL TUO CUORE’, mai!!!

Ecco il passo da ‘Autobiografia di uno Yogi’ (cap. 12):

“I miei primi mesi con Sri Yukteswar culminarono in un’utile lezione: “Come sconfiggere le zanzare”. A casa, la mia famiglia aveva sempre fatto uso di tende protettive durante la notte. Rimasi sconcertato nel constatare che nell’ashram di Serampore, invece, questa prudente abitudine non vigeva affatto, nonostante gli insetti vi risiedessero permanentemente; ero ricoperto di punture da capo a piedi. Il mio guru ebbe pietà di me.

«Comprati una zanzariera, e comprane una anche per me». Rise e aggiunse: «Se ne compri una sola, per te, tutte le zanzare si concentreranno su di me!».

Fui ben lieto di assecondare la sua richiesta. Ogni notte che trascorrevo a Serampore, il mio guru mi chiedeva di sistemare le zanzariere per la notte.

Una sera le zanzare erano particolarmente virulente, ma il Maestro non mi diede le sue abituali istruzioni. Rimasi nervosamente in ascolto del ronzio anticipatore degli insetti. Nel mettermi a letto, lanciai nella loro direzione una preghiera propiziatoria. Una mezzora più tardi, tossii ostentatamente per attrarre l’attenzione del mio guru. Mi pareva d’impazzire a causa delle punture e, soprattutto, del salmodiante ronzio degli insetti mentre celebravano i loro riti sanguinari.

Nessuna reazione da parte del Maestro; mi avvicinai con cautela. Non respirava. Era la prima volta che lo osservavo durante la trance yogica; fui invaso dalla paura.

«Deve aver avuto un arresto cardiaco!». Gli misi uno specchio sotto il naso: non si appannò per il vapore del respiro. Per accertarmene ulteriormente, per qualche minuto gli serrai con le dita la bocca e le narici. Il suo corpo era freddo e immobile. Sconvolto, corsi alla porta per chiamare aiuto.

«Guarda un po’! Uno sperimentatore in erba! Oh, il mio povero naso!». La voce del Maestro era scossa dalle risate. «Perché non vai a letto? Il mondo intero dovrebbe forse cambiare per te? Cambia te stesso: liberati dalla consapevolezza delle zanzare».

Umilmente me ne tornai a letto. Nessun insetto osò avvicinarsi. Compresi che precedentemente il mio guru aveva acconsentito all’uso delle zanzariere soltanto per farmi piacere; non temeva affatto le zanzare. Il suo potere yogico era tale da indurre queste ultime a non pungerlo oppure da permettergli di rifugiarsi in un’invulnerabilità interiore.

«Mi stava dando una dimostrazione» pensai. Quello è lo stato yogico che devo sforzarmi di raggiungere». Uno yogi deve essere capace di entrare nello stato di supercoscienza e di continuare a rimanervi, a prescindere dalle innumerevoli distrazioni, immancabili su questa terra. Sia nel ronzio degli insetti che nella luce abbagliante del giorno, la testimonianza dei sensi deve essere bandita. In verità, i suoni e le immagini poi giungono comunque, ma in mondi più ameni dell’Eden proibito.

Le istruttive zanzare mi servirono per un altro dei primi insegnamenti che ricevetti all’ashram. Era l’ora dolce del crepuscolo. Il mio guru stava interpretando in modo impareggiabile gli antichi testi. Ai suoi piedi, ero in perfetta pace. Una zanzara insolente ruppe l’idillio, entrando in lizza per catturare la mia attenzione. Quando conficcò nella mia coscia il suo ago ipodermico avvelenato, automaticamente levai una mano vendicatrice. Esecuzione sospesa! Mi ricordai, opportunamente, di uno degli aforismi sullo yoga di Patanjali, quello su ahimsa (la non violenza).

«Perché non hai completato l’opera?».
«Maestro! Sostenete dunque che si possa togliere la vita?».
«No, ma nella tua mente avevi già inferto il colpo mortale».
«Non capisco».
«Ciò che Patanjali intendeva era l’eliminazione del desiderio di uccidere».

Sri Yukteswar aveva letto i miei processi mentali come un libro aperto. «Questo mondo, così com’è congegnato, mal si presta a una pratica letterale di ahimsa. L’uomo può essere costretto a sterminare le creature dannose. Egli, tuttavia, non è ugualmente tenuto a provare rabbia o animosità. Tutte le forme di vita hanno pari diritto all’aria di maya»”.

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