Ramdas: ‘Nella Visione di Dio’ – Capitolo 13

CAPITOLO XIII

BANGALORE – BOMBAY

 

1. Un sadhu mago

Il gruppo raggiunse Bangalore. Per il primo giorno fece sosta in casa di Bhavanishankerrao, a Malleswaram. Ramdas chiese all’amico di procurargli un’abitazione indipendente per il soggiorno; fu scelta una casa vuota vicino alla linea ferroviaria, nota per essere infestata, come sistemazione per il periodo in cui sarebbe rimasto in città.

Ramdas e Ramcharandas si stabilirono nell’edificio, che faceva parte di un ammasso di costruzioni disordinate e dall’aspetto decisamente desolato. Scelsero come dimora una stanza spaziosa. Bhavanishankerrao fornì a Ramdas un piccolo tappeto e due coperte; la stagione era fredda e Ramcharandas si sistemò al suo fianco, sul lato sinistro.

Ramcharandas portava sempre con sé la pelle di tigre. Durante i vagabondaggi nei villaggi di Sholapur non aveva mai mancato di offrirne il pieno utilizzo a Ramdas: ovunque si fermassero a riposare o a dormire, la stendeva sopra la coperta sul pavimento. Indossava inoltre, in modo appariscente, uno scialle di lana rossa drappeggiato sul corpo e un japa mala gli scorreva costantemente tra le dita. Il suo profondo amore si rivelava nel servizio generoso e gioioso che rendeva a Ramdas, prendendosi cura di lui in ogni modo possibile.

La notizia dell’arrivo di Ramdas si diffuse e molti visitatori giunsero dai sobborghi e dalla città per vederlo. Per il bagno e per il pranzo egli si recava a casa di Bhavanishankerrao, dove veniva assistito con particolare affetto da Sadhashivrao, fratello dell’ospite.

Una volta, mentre questi gli stava insaponando energicamente il corpo, Ramdas gli fece notare ridendo: «Fate attenzione Ram, se esercitate una pressione eccessiva, questo vaso di coccio potrebbe anche andare in pezzi».

Molto spesso, durante i pasti, Ramdas veniva servito per primo. Un giorno, preparando il dal al curry, la padrona di casa si scordò di aggiungere il sale. Ramdas consumò il cibo senza notarne la mancanza. Gli altri se ne accorsero solo quando assaggiarono a loro volta la pietanza e gli chiesero perché non avesse chiesto del sale mentre mangiava quella roba insipida. «Ramdas non si è accorto di nulla» rispose lui, «la sua mente non era presente per poter badare al gusto».

Tra i visitatori abituali c’erano il poeta Chattopadhyaya e la sua talentuosa moglie Kamaladevi. Portarono con sé molti amici, tra i quali un anziano allevatore di bestiame e la sua devota madre. Il poeta ricercava spesso la compagnia di Ramdas per molte ore; essendo un devoto della Bellezza e delle emozioni, era per indole affettuoso e amichevole. Ramdas apprezzava immensamente la sua compagnia.

Una sera, conversando con Ramcharandas, Ramdas dissertò a lungo sull’attaccamento e il senso del possesso: «L’attaccamento alle cose è fonte di timore e di ansia, è il distruttore della pace interiore. Il senso del possesso rende irrequieta la mente, che finisce per rifiutare di concentrarsi sulla Verità assoluta del tuo essere. Rinuncia dunque agli oggetti che hai con te: possiedi le cose, ma non esserne posseduto! Ogni volta che ricevi un dono, considera che è il Signore stesso a dartelo; e quando si presenta l’occasione di separartene, dallo via con la medesima gioia con cui lo avevi ricevuto. Comprendi che stai soltanto restituendolo a Colui che te lo ha donato. Considera allo stesso modo ogni guadagno e ogni perdita: il Signore dà e il Signore toglie».

Il mezzogiorno seguente Ramcharandas esordì: «Swamiji, vorrei acquistare alcuni libri religiosi in lingua kannada e ho intenzione di andare in città per questo». «Va bene Ram, ma torna presto e non restare fuori tutta la notte», raccomandò Ramdas. Egli sapeva che il giovane possedeva del denaro e che lo aveva affidato alla madre di Bhavanishankerrao.

Il giovane si recò in città, a circa due miglia da Malleswaram. Sulla via del ritorno incontrò due sadhu che gli raccontarono di non aver mangiato nulla dal mattino e gli chiesero un’elemosina di quattro anna. Sebbene avesse già speso la somma che aveva con sé, Ramcharandas sapeva di avere dell’altro denaro custodito dalla madre di Bhavanishankerrao; promise così ai sadhu che avrebbe soddisfatto la loro richiesta se lo avessero seguito. «Prima però fareste bene a ricevere il darshan di un Mahatma che abita qui vicino. Vi condurrò da lui e poi vi darò il denaro promesso» disse.

sadhu acconsentirono e Ramcharandas, seguito da loro, si recò direttamente da Ramdas. Entrò per primo annunciando: «Swamiji, vi ho portato due sadhu per il vostro darshan», e si sfregava le mani per la contentezza.

«Molto bene, Ram» rispose Ramdas. I sadhu entrarono nella stanza e Ramdas offrì loro di sedersi sul tappeto su cui si trovava lui. Dalle loro età, sembrava che uno fosse il guru e l’altro il chela . Il più anziano era un uomo di mezza età, moro, robusto e ben proporzionato; si fece avanti e si sedette sul tappeto accanto a Ramdas, mentre il più giovane si accomodò sul pavimento a distanza rispettosa. Ramcharandas occupò il proprio posto abituale.

Un esame più attento del sadhu più adulto rivelò ulteriori particolari: aveva una barba corta, nera e folta, e una fitta massa di capelli ben pettinati che gli ricadevano ricci sulle spalle. Il suo viso aveva tratti virili, con lineamenti forti e decisi. Indossava una giacca attillata a mezze maniche; il suo corpo era solido e muscoloso. Intorno al collo portava uno spesso cordoncino rosso con un singolo rudraksha (seme usato per i rosari) al centro, da cui pendeva una boccetta sospesa a un nastro. Aveva i polsi ornati da bracciali in filo di ferro. Parlava con un accento particolare, dal quale si capiva che era originario della regione del Tamil.

 

2. Il meraviglioso gioco divino

ATTO I

vIl sadhu chiamò a sé Ramcharandas e disse: «Portami un filo di paglia secca!». Ramcharandas uscì a prendere la pagliuzza desiderata. Prendendola tra le mani, il sadhu la ruppe in piccoli pezzi e chiese al ragazzo di aprire la bocca. Ramcharandas obbedì e il sadhu gli infilò tra i denti i pezzetti di paglia che, incredibilmente, si trasformarono all’istante in chiodi di garofano.

«Ora, fammi avere un po’ di terra smossa», gli chiese poi. Ramcharandas gliene procurò subito una manciata. Prendendone un poco, il sadhu lo invitò nuovamente ad aprire la bocca e gli infilò la terra tra le labbra; Ramcharandas mostrò, pieno di stupore, una zolletta di zucchero tra le labbra. Ma la sua allegria non era destinata a durare a lungo, come avrebbero presto dimostrato gli eventi successivi. Terminata la dimostrazione di magia, il sadhu si rivolse a Ramdas: «Voi mi sembrate piuttosto emaciato. Guardate me, quanto sono forte e sano! Mi piacerebbe che anche voi foste come me; posso rendervi robusto e vigoroso. Che ne dite?».

«Maharaj-ji» rispose Ramdas a mani giunte, «Ramdas è assolutamente soddisfatto della propria condizione fisica. Dio lo ha creato così com’è ed egli non desidera altro».

«No, no,» insistette l’altro, «dovreste diventare un po’ più robusto; non va bene che restiate come siete ora». Così dicendo, staccò la boccetta che gli pendeva dal collo e ne versò sul palmo una piccola quantità di cenere; poi esclamò con voce alta e imperiosa: «Bene, aprite la bocca!».

Ramdas dovette obbedire e la cenere finì immediatamente all’interno della sua bocca.

«Ingoiatela!», fu l’ordine successivo, e Ramdas deglutì.

«Questa cenere ha il potere di donarvi un fisico robusto», affermò l’uomo, rimettendo a posto la boccetta.

E adesso inizia il secondo atto della commedia.

ATTO II

Poiché faceva molto freddo, a Ramdas era stato fatto indossare un berretto di lana e il suo corpo era stato avvolto con una coperta.

Il sadhu gli chiese il berretto. Ramdas, togliendoselo dalla testa, glielo porse. Quando provò a indossarlo, però, scoprì che era troppo piccolo per lui e non gli calzava, essendo la sua testa molto più grande di quella di Ramdas.

Restituì quindi il berretto esclamando: «Questo non mi entra». Dopodiché chiese la coperta di lana che avvolgeva Ramdas. Prontamente gli venne consegnato. Esaminandola si rese conto che non solo era ruvida e spessa ma anche ingombrante: la gettò lontano da sé.

Poi gli occhi del sadhu si soffermarono sulla pelle di tigre, mentre le sue dita ne sentivano la morbidezza. A questo punto un’occhiata a Ramcharandas ne avrebbe rivelato un’espressione piena d’ansia sul suo viso.

«È proprio una bella pelle», rimarcò il sadhu e, tirandola a sé, aggiunse: «Fammela esaminare attentamente».

Ramdas si alzò perché la potesse prendere. Un sorriso di approvazione illuminò il volto del sadhu. «Ecco» disse al suo chela, «tienila. Puoi avvolgerla intorno alle spalle, è così leggera e morbida».

La faccia di Ramcharandas era adesso pallida come la cenere. Poi però gli occhi del sadhu si distolsero da lui, incurante del pallore e della disperazione stampati sul volto del ragazzo. Il successivo oggetto d’interesse fu lo scialle rosso e lussuoso, sul quale posò uno sguardo fisso e intenso. Ramcharandas capì subito e pensò fosse opportuno consegnare lo scialle prima che il sadhu ne facesse richiesta. Svolgendoselo dal corpo, come un bravo ragazzo obbediente, pose lo scialle davanti all’uomo, il quale parve apprezzare il suo intuito. Lo scialle ebbe la fortuna di adornare l’altra spalla del chela.

La confusione del momento aveva fatto cadere il japa-mala, di perle nere e lucenti, vicino al suo asan. Questo divenne il successivo oggetto di desiderio del sadhu. Bisogna proprio convenire che costui era un uomo di buon gusto oltre che un artista consumato. Senza cerimonie, non ve n’era bisogno, il sadhu si impossessò del japa-mala prendendolo da terra, poi lo allargò con entrambe le mani e un attimo dopo era attorno al suo collo, pendendo graziosamente sull’ampio torace. Con un largo sorriso si ammirò compiaciuto e felice.

Ora viene il terzo e conclusivo atto della commedia.

ATTO III

Ramcharandas aveva promesso al sadhu quattro anna ed era giunto il momento di onorare l’impegno. Ricordatagli la promessa, disse: «Maharaj-ji, i soldi sono custoditi da una madre che abita a duecento metri da qui; devo farmeli dare da lei».

«Non c’è problema» rispose il sadhu con tono incoraggiante, «puoi andare a prenderli. Aspetterò qui il tuo ritorno; non mi disturba affatto. Vai subito ragazzo mio».

Ramcharandas partì per poi tornare dieci minuti dopo, doveva aver corso veloce avanti e indietro, stringendo in mano una piccola borsa a maglie di spago che conteneva tutte le sue ricchezze. Seduto di fronte al sadhu, Ramcharandas aprì la borsa e, capovolgendola, ne fece rotolare fuori il contenuto con un suono tintinnante. Una dopo l’altra le monete caddero sul pavimento: quattro rupie d’argento e una moneta da quattro anna. Ramcharandas stava per raccogliere la moneta da quattro anna per consegnarla al sadhu, quando la mano destra di costui scattò, il suo ampio palmo afferrò tutte le monete e le infilò in tasca. Fu questione di pochi secondi. Ramcharandas alzò di scatto la testa fissando il soffitto, con la borsa vuota in mano.

«Ram, perché sei così scortese da trattenere la borsa? Non vedi che lui ne ha più bisogno di te?». Queste parole di Ramdas gli fecero abbassare la testa che era rivolta al cielo. L’ultima traccia di allegria che aveva provato quando la zolletta di zucchero si era materializzata nella sua bocca era completamente scomparsa. Consegnò la borsa al sadhu che, dopo averla riempita con le monete, la mise in tasca con cura.

Terminata la sua parte nella commedia, il sadhu si alzò per andarsene, senza nemmeno la cortesia di salutare. Uscì in strada con il suo chela e scomparve. Per tutto quel tempo Ramdas aveva trattenuto con difficoltà una risata che ora esplose con tutta la sua forza.

 

3. Festa in compagnia dei rishi

Mentre Ramdas continuava a ridere, Ramcharandas si mantenne cupo e silenzioso per qualche tempo; ma più tardi anche lui finì per unirsi alla risata, non potendo farne a meno.

«Swamiji», esclamò, «non mi è importato molto che il sadhu si appropriasse delle altre cose e neppure del denaro, ma quando ha preteso la pelle di tigre, per dirvi tutta la verità, non ho potuto fare a meno di provare un dolore acuto allo stomaco. Ora però capisco bene», aggiunse con un sorriso complice, «che c’eravate voi alla base di tutta questa faccenda. Date l’impressione di essere così semplice, tranquillo e innocente, ma questa è tutta la vostra lila. Proprio ieri sera mi avete messo in guardia contro l’attaccamento e il senso del possesso, e oggi avete messo in scena questa commedia per darmi una lezione. Senza dubbio tutto ciò che è successo è opera vostra».

«Ram, sei sorprendente» commentò Ramdas. «Dimentichi che sei stato tu a portare qui i sadhu erranti con lo scopo apparente di far sì che incontrassero Ramdas. Ma la tua vera intenzione, a te stesso nascosta, era quella di donare loro tutto ciò che hanno poi portato via. Dopotutto, se ne sono andati con ciò che gli apparteneva. Non c’è motivo di rimpiangere alcuna perdita. Ricorda: il Signore dà e il Signore toglie».

Poco dopo questi avvenimenti, su suggerimento di Ramdas, Ramcharandas partì per l’India settentrionale.

Ramdas ricevette molti inviti a cena da parte dei suoi visitatori. Pose però la condizione che, insieme a lui, venissero nutriti anche una dozzina di sadhu. Le cene si susseguirono l’una dopo l’altra. Quella che si tenne in casa dell’anziano allevatore Kuppuswami Iyengar, a cui parteciparono anche il poeta Chattopadhyaya e sua moglie, fu un’occasione festosa. L’assemblea di dodici sadhu costituiva uno spettacolo pittoresco: ognuno apparteneva a una diversa setta e confessione. C’erano i tilakdhari, con il segno sacro sulla fronte, i jatadhari, shivaiti dai capelli intrecciati, i sannyasi, rasati e in abito arancione, gli yoganandi, seguaci di Paramahansa Yogananda, gli udasi, sikh che mantengono pratiche simili a quelle degli indù, i dashanami, monaci dell’ordine fondato da Adi Shankara, i brijvasi, devoti originari della regione del Braj, i ramanandi, devoti a Rama, e così via. Il cibo fu servito in un ampio salone. Il poeta e Ramdas sedettero nella stessa fila dei sadhu. Il poeta, euforico per l’unicità della situazione, osservò: «Ramdas, mi sento come se fossi trasportato indietro nell’antica India, all’epoca dei rishi. Non sto forse cenando in compagnia di quei lontani antenati?».

Per la verità, l’esperienza fu senza paragoni. Dopo aver consumato il pasto i sadhu si congedarono e anche Ramdas, dopo essersi trattenuto con gli amici, ritornò al suo ritiro.

Alcuni giorni dopo, egli ricominciò la pratica del pranayama, a cui in questo caso si unì anche Bhavanishankerrao. Sia di giorno che di notte, Ramdas si impegnò con rigore nella pratica e ancora una volta venne assalito da una fame insaziabile. Era obbligato a correre a casa di Bhavanishankerrao due o tre volte al giorno per mangiare. Un pomeriggio si ritrovò con un appetito vorace nella cucina di casa, dove una madre della famiglia stava preparando dei dolcetti di riso. Ne chiese qualcuno con una certa insistenza. La madre estremamente gentile all’inizio gli servì due focaccine che sparirono in un batter d’occhio. Lui pregò di averne ancora: ne mangiò circa quattordici, oltre a quattro tazze di caffè e mezza dozzina di banane. Dopodiché, in qualche modo sazio, lasciò il posto e, tornato nel suo ritiro, si sedette in asan per praticare il pranayama. Dopo dieci minuti, il fuoco della fame si riaccese. Balzò in piedi e si diresse di nuovo verso casa di Bhavanishankerrao alla massima velocità, rimpinzandosi ancora una volta. Ramdas confidò ai presenti che, probabilmente, il demone Bakasura, un vero ghiottone, si era insediato nel suo stomaco! Dopo qualche tempo la pratica del pranayama venne interrotta e l’appetito tornò normale.

Il soggiorno di Ramdas a Bangalore si prolungò per oltre due mesi, finché ricevette una chiamata da Jhansi. Gli amici conosciuti durante l’ultima visita avevano espresso, con ripetute lettere, il desiderio di rivederlo.

Lasciò Bangalore per Kasaragod. Bhavanishankerrao e i suoi familiari lo accompagnarono alla stazione per salutarlo: il loro affetto era davvero sconfinato. A tempo debito Ramdas raggiunse Kasaragod, dove incontrò gli amici del posto e il sannyasin Ramcharan, che attendevano con ansia il suo ritorno. Dopo il darshan di Gurudev, si diresse verso Mangalore in compagnia di Ramcharan.

Durante i tre giorni di permanenza a Mangalore visitò la casa di un devoto a Pentland Peth, dove fu trattato con grande amore. Ramcharan era con lui ed entrambi fecero anche delle passeggiate sulla collina di Kadri, teatro delle sadhana di Ramdas negli anni precedenti.

 

4. Non possiede una sola monetina di rame

Dopo tre giorni di permanenza a Mangalore, Ramdas salpò per Bombay. I passeggeri della nave si presero cura di lui con premura. Sbarcò al porto. Sanjivrao non era stato avvertito del suo arrivo, così Ramdas si inoltrò tra le strade della città illuminata, poiché la nave era giunta di sera, ricevendo indicazioni dai poliziotti agli incroci. Si diresse verso Gamdevi, dove risiedeva Sanjivrao. Lui e sua moglie furono colti di sorpresa, ma lieti di accoglierlo. Sembrava che stessero parlando proprio di lui pochi istanti prima di trovarselo davanti. Si fermò a Bombay per circa cinque giorni.

Madre Rukmabai e sua figlia Ramabai, che all’epoca aveva tredici anni, abitavano in quel periodo a Kurla, un sobborgo di Bombay, in casa della sorella della donna. Ramdas ricevette un invito e andò a fargli visita. Rukmabai e sua figlia sedettero di fronte a lui.

«Bene» disse la madre, «cosa ne pensi del matrimonio di questa ragazza che sta crescendo?». Era un problema sbattuto in faccia a Ramdas senza cerimonie. «Non ho neppure un soldo con me» continuò la donna, «e lei deve essere maritata».

«Dato che affermi di non possedere nemmeno un soldo, anche Ramdas deve confessarti di non possedere neppure una monetina di rame» replicò lui con una punta di umorismo e scoppiò a ridere. La risposta irritò profondamente la madre che dipinse un quadro a tinte fosche della sua mancanza di senso del dovere e di responsabilità di Ramdas. Egli la ascoltò con distaccata indifferenza e disse: «Perché ti preoccupi? La Volontà di Dio è immensa, ogni cosa accade secondo i Suoi voleri e nei tempi da Lui stabiliti».

«Come puoi parlare così? Vuoi forse sostenere che gli sforzi umani non hanno alcun valore?» ribatté lei.

«Lo sforzo umano è necessario solo per insegnare che gli sforzi dell’uomo, in quanto tali, sono inutili e che solo la Volontà di Dio è il vero potere che controlla e determina ogni evento. Quando si giunge a comprendere tale verità, lo sforzo umano cessa e il Divino Volere inizierà il suo lavoro dentro di noi. Allora ogni cosa verrà fatta in libertà d’animo, scevra da preoccupazioni, paure e dolori. Questa è la vera vita da raggiungere. Abbandona dunque ogni cosa nelle mani del Signore, con totale fiducia in Lui».

La madre non parve molto impressionata da quel discorso filosofico, e l’argomento fu chiuso. Il giorno dopo egli tornò a casa di Sanjivrao. Da Bombay si imbarcò su un battello a vapore per Veraval. Sulla nave si trovò in compagnia di alcuni musulmani che si comportarono con molta gentilezza. C’era a bordo anche un ragazzo bramino, responsabile di un negozio di tè. Prese in simpatia Ramdas e gli offrì da mangiare. Anche gli altri passeggeri furono molto cordiali.