CAPITOLO XIV
JUNAGAD – LIMBDI
1. I santi sono come bambini
La mattina seguente il battello raggiunse il porto di Veraval. Dopo essere sbarcato, Ramdas entrò in città, un importante scalo commerciale, e si incamminò direttamente verso la stazione ferroviaria. Lungo il tragitto fu invitato da alcuni lattai che gli offrirono delle tazze di latte per ristorarlo. Alla stazione incontrò un sannyasi in compagnia del quale compì il viaggio in treno. Arrivato a Junagad verso le dieci di sera, Ramdas si diresse verso l’ashram principale dei sannyasi, di cui Kashigirji era il Mahant. Ramdas aveva avuto il privilegio di alloggiare per tre settimane in questo ashram durante la sua precedente visita a Junagad. Kashigirji lo accolse con grande letizia. Il giorno dopo incontrò Maganlal nella sua residenza: anche lui fu inondato dalla gioia nel vederlo. Bisogna ricordare che, durante il primo soggiorno a Junagad, Maganlal e Kantilal, gli erano stati estremamente devoti, trattandolo con affetto e cura.
Fu deciso che avrebbe alloggiato in un giardino di proprietà dell’ashram di Kashigirji, a mezzo miglio dalla città. Nel giardino c’era una piccola capanna aperta, dal tetto di paglia, occupata da due sadhu; Ramdas si unì a loro. Uno dei due portava una lunga barba, mentre l’altro, di nome Atmanand, era un sannyasi rasato. Atmanand era un uomo imponente, tranquillo e silenzioso per natura; una delle sue peculiarità era una risata spontanea in cui scoppiava, apparentemente senza motivo, ogni cinque o dieci minuti. Era incurante della pulizia, sia del corpo che dei vestiti. Lo si poteva trovare seduto nello stesso posto per ore, in silenzio e con lo sguardo assente, come se per lui il mondo non esistesse. L’altro sadhu, quello con la barba, era un uomo anziano e attivo, impegnato tutto il giorno in qualche lavoro. Aveva un temperamento allegro e piacevole, tranne quando il suo unico figlio veniva dalla città per stuzzicarlo e attaccar briga. Erano soliti litigare come due galli in una rissa corpo a corpo. Alla radice di quei frequenti litigi, come Ramdas poteva chiaramente vedere, c’era un profondo attaccamento reciproco. In fondo, tutti i conflitti e la violenza del mondo possono essere ricondotti alla stessa fonte. Entrambi i sadhu furono gentili e ospitali con Ramdas. Poiché era inverno, il freddo era pungente. Per riscaldarsi avevano a disposizione un focolare posto nel mezzo del capanno. I sadhu dormivano attorno al fuoco, disposti ad angolo retto l’uno rispetto all’altro. Unendosi a loro, al momento di coricarsi Ramdas formava un ulteriore angolo.
Ogni giorno Maganlal si recava da lui in quel giardino e lo portava a casa propria per il pranzo. Nel capanno, il vecchio barbuto cucinava i roti (focacce) per sé e per Atmanand; molto spesso, per cena, dovevano accontentarsi solo di focacce secche con sale e peperoncino. Un mattino presto Atmanand, sentendosi insolitamente affamato, chiese al vecchio sadhu se fossero rimasti degli avanzi della sera prima. Il vecchio gli pose davanti un tovagliolo con alcuni pezzi di roti che sembravano frammenti di cuoio bianco, duri e spessi. Facendosi coraggio, Atmanand iniziò a mangiare. Un pezzo dopo l’altro, quel pane secco trovò posto nella sua bocca capiente e, grazie ai denti forti, si mise a masticare. Mentre proseguiva il pasto, per ingannare il palato desideroso di cibo prelibato, mormorava a ogni boccone di quella roba insapore: «Dolcetto, dolcetto, dolcetto… Frittella dolce, frittella, frittella… Dolce al cocco, al cocco, al cocco».
Quello stesso pomeriggio si lamentò per un forte mal di stomaco: evidentemente il pane secco gli aveva messo fuori uso l’apparato digerente. «Vado dal medico», disse, e lasciò il giardino. Tornò verso sera, in perfetta forma e di ottimo umore.
Parlò il vecchio sadhu: «Maharaj-ji, avete ricevuto le medicine dal dottore?».
«Sì» rispose Ramdas con un leggero sorriso, «il dottore mi ha dato quattro pillole e le ho ingoiate tutte quante. Erano grosse come palle da cricket… erano ladoo (dolci sferici indiani), avete capito! Il dottore mi ha prescritto i ladoo come miglior rimedio. Ora sto proprio bene, sono davvero delle pillole portentose!», e scoppiò a ridere.
In seguito Maganlal portò Ramdas a far visita a un famoso santo di Junagad, Viasji. Era un uomo di circa settant’anni, magro e di bassa statura. La cosa straordinaria era che la sua pelle rugosa aveva un riflesso dorato. Ramdas trascorse un’ora nella sua piacevole compagnia, trovandolo semplice e puro come un bambino. Egli dimostrò un profondo affetto per Ramdas e gli pose due domande fondamentali: «Come si può controllare la mente irrequieta?».
«Con la costante ripetizione del Nome di Dio e affidando a Lui tutte le nostre azioni», rispose Ramdas.
«Dove conduce questa pratica?».
«Alla visione di Dio ovunque, il che significa immortalità e beatitudine».
Il santo fu soddisfatto delle risposte e abbracciò Ramdas con affetto.
In un’altra occasione Maganlal lo accompagnò al lontano ashram di Muchkund, sulla strada per la collina di Girnar, dove Ramdas aveva già alloggiato in passato. L’ashram era allora occupato da una sannyasini, nota come Mataji. Era una giovane donna vestita con abiti color ocra che viveva da sola nell’edificio. I suoi lineamenti sereni emanavano una pura lucentezza. Il suono «Shivoham» (il mantra “Io sono Shiva”) usciva costantemente dalle sue labbra. Espresse una grande gioia nel ricevere Ramdas. Conduceva una vita austera e santa. O Mataji! Ogni gloria a te.
Dopo una breve sosta, Ramdas e Maganlal tornarono verso la città. Kantilal e suo padre possedevano una casa a Limbdi, uno Stato del Kathiawar. Saputo dell’arrivo di Ramdas a Junagad, Kantilal si precipitò lì per accompagnarlo a casa sua. A tempo debito, egli partì dunque da Junagad con Kantilal e Maganlal.
2. Madri dolcissime come zucchero candito
Limbdi è un piccolo Stato governato da un principe sovrano Rajput, che porta il titolo di Thakore Saheb. Il principe regnante è Sir Daulat Singh, uomo di ampie vedute e dal cuore generoso. Molto amato dai suoi sudditi, si è dimostrato un vero custode del loro benessere e dei loro interessi.
A Limbdi, Ramdas venne alloggiato nella casa di Kantilal, situata in una stradina secondaria. Appena si diffuse la notizia del suo arrivo, centinaia di abitanti accorsero a vederlo. Persone di ogni ceto sociale giungevano in massa: funzionari dello Stato, mercanti e medici lo visitavano quotidianamente, come uomini e donne delle classi più umili. Ogni casta, credo e setta era rappresentata, sebbene i membri delle comunità bramina e giainista costituissero la maggioranza. Egli accoglieva i visitatori in un ampio appartamento al secondo piano, dal pavimento coperto di tappeti, mentre per la notte si ritirava in una piccola stanza al terzo piano.
Davanti a un pubblico gremito, Ramdas parlava della gioia e dell’amore, del fascino e del potere del Nome di Dio e della beatitudine dell’autorealizzazione. I visitatori ascoltavano i suoi discorsi con rapita attenzione. In quel luogo egli scelse di nutrirsi di solo latte. La notizia si diffuse e centinaia di madri si presentarono con recipienti colmi, dal mattino presto fino al pomeriggio inoltrato. La quantità di latte che portavano era tale che avrebbe potuto quasi farci il bagno; per far contenti i gentili donatori, era obbligato a berne un sorso da ogni contenitore, o a volte anche solo una goccia bagnandovi la punta delle dita. La casa di Kantilal divenne presto un luogo di vivacità e movimento costante, dal mattino fino a tarda notte. Kantilal osservò: «Swamiji, avete trasformato la nostra umile dimora in un vero tempio».
Informato del suo arrivo, il Thakore Saheb inviò uno dei suoi funzionari per invitare Ramdas a palazzo. Verso le undici del mattino fu condotto in carrozza alla residenza principesca, accompagnato da Kantilal e Maganlal.
Fu ricevuto dal principe in una piccola stanza ben arredata. Ramdas sedette sul tappeto nella posizione dello yoga e anche gli altri presenti si accomodarono sul pavimento. Accanto al principe sedeva una gentildonna inglese. Ramdas iniziò a parlare liberamente, raccontando le esperienze accumulate durante i suoi viaggi. Parlava con la semplicità e la franchezza di un bambino che racconta ciò che ha fatto alla propria madre, mentre lei lo ascolta con affetto. In effetti, tra gli ascoltatori c’era proprio una madre simile: era la signora inglese Elizabeth Sharpe, alla quale, in futuro, si sarebbe rivolto chiamandola «Madre Elizabeth», e il Thakore Saheb, che avrebbe chiamato «Raja Ram».
Anche Raja Ram era entusiasta dei discorsi schietti e semplici di Ramdas, dai quali era profondamente assorbito da perdere la cognizione del tempo. Alle dodici e mezza, Raja Ram guardò l’orologio da polso ed esclamò: «Oh! Sono già le dodici passate. Devo essere nel mio ufficio entro l’una». L’incontro si sciolse e Ramdas, con i suoi giovani amici, tornò a casa di Kantilal.
Rimase a Limbdi per due settimane e ogni giorno si recava a palazzo per trascorrere un’ora o due in compagnia di Raja Ram e Madre Elizabeth, che venivano a prenderlo a turno con la loro automobile. Egli dissertò a lungo dell’Amore Divino e della felicità eterna, portando esempi dalle sue peregrinazioni su come il primo avesse sempre prevalso. Essi lo ascoltavano perdendosi in uno stato di dolce abbandono. Un giorno, il puro amore nel cuore di Madre Elizabeth la indusse a condurre Ramdas nel suo grazioso bungalow, immerso in uno splendido giardino. Aveva chiamato la sua dimora Shri Krishna Nivas (Casa del Signore Krishna). Era amorevole e gentile.
Di pomeriggio, la stanza in cui Ramdas riceveva i visitatori si riempiva di signore; tra queste, due madri molto anziane non mancavano mai. A dispetto dell’età, salivano le scale quasi a carponi e, avvicinandosi con passo malfermo, gli infilavano in bocca grossi pezzi di zucchero candito: da qui il soprannome di «madri di zucchero candito». Lo accarezzavano dolcemente sulle guance e, guardandolo con un sorriso affettuoso, gli dicevano: «O mio amato!».
Una sera, su invito dell’anziana Rani Saheb (la vedova del defunto Thakore Saheb), Ramdas visitò lo zenana, la parte del palazzo riservata alle donne della famiglia del principe. Il Dewan (ministro) in pensione di Limbdi, un uomo anziano, tranquillo e pio, lo scortò allo zenana. La Rani Saheb osservava naturalmente il purdah (velo o segregazione femminile); sedeva dietro un paravento traforato. In un piccolo salotto, Ramdas fu fatto accomodare su un asan (tappeto o sedile per la meditazione) rialzato. Le signore, da dietro il paravento, potevano vedere i presenti nella stanza senza essere viste. Era presente anche un bramino puranik (narratore delle Scritture). La devota e anziana madre desiderava evidentemente trascorrere le ore pomeridiane ascoltando le Scritture e chiese a Ramdas di parlare.
Egli si espresse in hindi, soffermandosi a lungo sulla vacuità di una vita che non sia dedicata alla conoscenza di Dio e all’Amore Universale. Le sue parole fluirono come una corrente spontanea per quasi mezz’ora. Al termine del discorso seguì un silenzio di tomba per circa cinque minuti, finché la voce della principessa, con tono calmo e misurato, filtrò attraverso il paravento metallico: «Guardate il suo magnifico Vairagya (distacco). Come vorrei essere un uomo, piuttosto che una donna intrappolata senza speranza in una gabbia dorata! Se fossi stata un uomo, avrei potuto avere una vita come la sua: libera e felice». Le sue parole erano rivolte al Dewan Saheb e nel suo tono vibrava una marcata sfumatura di rammarico.
Dopo aver consumato latte e frutta, gentilmente offerti dalla principessa, Ramdas prese congedo e tornò alle sue stanze.
3. Dal labirinto dell’illusione al labirinto di Dio
Ramdas visitò un ashram di sannyasi. Su loro richiesta, disse alcune parole sulla realizzazione di Dio, che aveva sempre sostenuto essere l’unico scopo della vita. Ebbe anche l’occasione di visitare i sadhu giainisti nel loro ashram principale a Limbdi. Il giainismo è considerato antico quanto i Veda, e i suoi precetti, per molti aspetti, somigliano a quelli del buddismo. Il principio della non-violenza è osservato dai giainisti in forma estrema: i sadhu indossano una mascherina di stoffa che copre la bocca e portano con sé un panno morbido per spazzare il pavimento prima di sedersi, nel timore di uccidere piccoli insetti. Per ragioni simili, bevono solo acqua bollita e non mangiano mai alla luce delle lampade, terminando il pasto serale prima del tramonto. Il giainismo persegue l’assoluta purezza della vita e la non-violenza come Via, e la liberazione e la Pace come meta.
Dopo aver trascorso una mezz’ora deliziosa con i sadhu di quell’asilo, Ramdas fu condotto in un altro ashram giainista, dove quasi duecento donne si erano radunate per ascoltare un suo discorso. Egli fu letteralmente beatificato dalla vista di quelle gentili madri. Sedette su un palco rialzato e parlò per circa tre quarti d’ora di purezza, amore e pace, pervaso da un’estasi indescrivibile. Due importanti e caritatevoli mercanti giainisti, Ugurchand e Mohanbhai, che nutrivano per lui grande affetto, avevano organizzato le visite agli ashram e lo avevano ospitato nelle loro residenze.
Durante una delle visite a palazzo, Raja Ram condusse Ramdas nella sua stanza della puja, dove vide numerose icone d’argento di incarnazioni divine e immagini di santi. Raja Ram era un devoto del Signore Krishna; pur avendo superato i sessant’anni, possedeva una corporatura alta, forte e robusta. La sua vita era regolata da una stretta disciplina: si alzava alle tre ogni mattina e trascorreva le ore fino all’alba in adorazione e meditazione. Una volta insistette affinché Ramdas accettasse in dono un costoso scialle di seta, ma Ramdas declinò l’offerta facendogli notare che un simile indumento era destinato ai principi e non ai fachiri. Ramdas indossava unicamente un pezzo di khadi.
Era inverno, il freddo era pungente e soffiavano brezze gelide. Ramdas era indifferente ai rigori della stagione, ma il cuore materno della signora inglese si preoccupava per lui. Ella convinse Raja Ram a regalargli alcuni abiti semplici e caldi. In realtà Ramdas era soddisfatto del suo abito tradizionale; tuttavia, in seguito alle ripetute insistenze di Raja Ram e della madre, accettò di scambiare il suo khadi di cotone con un altro, altrettanto semplice, ma di lana. Il suo vecchio khaddar (variante di khadi) fu diviso tra loro e i pezzi conservati come preziosi ricordi. La madre, tuttavia, non era ancora soddisfatta. Il giorno seguente volle che Ramdas indossasse una lunga veste di lana. L’abito era stato approntato in poco tempo: era un capo pesante di tweed spesso al quale Raja Ram attribuiva un grande valore. Ramdas lo indossò solo una volta in loro presenza, eseguendo un paio di capriole che suscitarono un’allegra risata. Quella fu la prima e ultima occasione in cui indossò quella veste.
Ramdas si ritirava per la notte nella piccola stanza al terzo piano, dove Kantilal e Maganlal gli tenevano compagnia. Quest’ultimo possedeva uno spiccato senso dell’umorismo e riusciva a imitare alla perfezione le pose e i tic dei visitatori che giungevano a trovarlo, facendolo ridere di cuore con le sue imitazioni. Una volta osservò argutamente: «Swamiji, ho ascoltato con attenzione i vostri insegnamenti, ma non vi ho trovato né capo né coda. Mi sembra si tratti solo di un salto dal Maya-Ghotala (Labirinto dell’Illusione) al Brahma-Ghotala (Labirinto di Dio)».
Tra i visitatori che vennero a vedere Ramdas da fuori lo stato di Limbdi, ce ne furono due in particolare: il dottor Shukla, un bramino, e Chunibai, un giainista; provenivano entrambi da Wadhwan. Espressero il desiderio di averlo con loro per qualche giorno nel loro Stato; Ramdas accettò l’invito e si recò a Wadhwan. Ricevette anche una lettera e un vaglia postale da Kashirambhai di Surat. Quest’ultimo aveva incontrato Ramdas durante una sua visita a Junagad; ora si era stabilito a Surat e gli chiese di raggiungerlo per qualche giorno, dopo aver concluso il suo tour nel Kathiawar.