CAPITOLO XVII
CHITRAKUT
1. Il mouni nudo
Mentre faceva il bagno nel fiume, un sadhu scuro e alto informò Ramdas di un luogo chiamato Anasuyaji, a sette miglia da Chitrakut. Aveva pensato di visitare il santuario quel giorno e sarebbe stato lieto di avere Ramdas come compagno. Ramdas accettò la sua proposta, Dio organizza sempre le cose per lui. Lo condusse al sadhu–ashram di Phatakshila, dove cenò in compagnia di circa due dozzine di sadhu.
Un incidente qui è degno di nota. Per mancanza di spazio all’interno del piccolo ashram, Ramdas per mangiare dovette sedersi nel portico esterno. Le foreste di Chitrakut brulicavano di scimmie. Nel momento in cui un piatto contenente roti, riso e dal fu posto davanti a Ramdas, una scimmia robusta e possente arrivò da dietro e, con una presa improvvisa portò via un roti e del riso. A ciò, il sadhu che serviva il cibo, guardò Ramdas e disse con rabbia:
«Perché hai permesso alla scimmia di rubare il roti? Idiota!».
«Non importa, maharaj, ha preso la porzione di Hanuman. Non è forse Hanuman?» disse Ramdas con un sorriso.
In risposta, il sadhu guardò intensamente Ramdas e rimase in silenzio.
Finito di mangiare, insieme al sadhu scuro e ad altri due che facevano parte del gruppo, Ramdas partì alla volta di Anasuyaji. Dovevano attraversare una vasta foresta di alberi giganteschi. Quando entrarono nelle profondità della foresta, poterono distinguere impronte di animali selvatici sul loro sentiero. Poco dopo si avvicinarono a una piccola capanna di paglia di un sadhu che stava spaccando legna per il fuoco della notte. Per pochi minuti, il gruppo si riposò accanto all’ashram e bevve l’acqua fresca offerta dal sadhu. Era un vecchio con una barba grigia, radioso, vigoroso e allegro. Parlava degli animali selvatici come se fossero animali domestici.
Procedendo Il gruppo raggiunse Anasuyaji prima del tramonto. Era un luogo maestoso, una stretta striscia di giungla vicino al fiume, che aveva come sfondo alte e scoscese rupi dall’aspetto bizzarro. Di fronte al fiume sorgeva un edificio a terrazze nel quale vivevano i sadhu residenti, e, a una certa distanza, quasi nascosto nel folto boschetto di alberi, c’era il tempio di Anasuyaji, la celebre pativrata (sposa devota), moglie del grande saggio Atrimuni. Anche qui l’immagine era di marmo nero, abbigliata vistosamente in abiti femminili, secondo il costume dell’India settentrionale.
Dopo essersi dissetati al fiume, l’acqua del ruscello era di trasparente purezza, il gruppo si riposò sotto un albero enorme di fronte all’edificio a terrazze. La notte si stava avvicinando e con essa anche il freddo. I sadhu andarono in cerca di legna per accendere un fuoco per la notte.
Mentre Ramdas stava seduto da solo sotto l’albero, udì un battito di mani proveniente dalla terrazza. Un sadhu gli faceva cenno. Salì una rampa di scale e si avvicinò al sadhu. Era completamente nudo. Fece segno a Ramdas di sedersi su un rozzo kambal che stese sul pavimento. Ramdas prese posto e anche lui si sedette. Era giovane, ma il suo corpo era magro e consumato dalle severe austerità. I suoi capelli e la barba incolti mostravano la sua totale indifferenza per l’aspetto fisico. Il suo sguardo era distante e sognante e c’era un sottile bagliore sul suo volto scuro. Dato che si esprimeva a gesti era evidente che stava osservando anche il voto di silenzio. Teneva in mano un corto japa-mala di semi di rudraksha che continuava a far ruotare tra le dita.
A gesti fece capire a Ramdas che sarebbe dovuto rimanere con lui per la notte. Lo condusse all’interno della stanza, che Ramdas trovò in uno stato di perfetto disordine. Preparò un posto per Ramdas accanto al fuoco che ardeva al centro della stanza. In silenzio passò la notte in compagnia del sadhu.
La mattina presto chiese al sadhu il permesso di andarsene. Questi chiese a gesti perché non portasse con sé un recipiente per l’acqua. Ramdas rispose che era la volontà di Ram. Allora lui scorse tra i detriti sparsi nella stanza una piccola zucca essiccata e pulita, trasformata in una borraccia. La pose davanti a Ramdas e gli fece segno di prenderla. Esitò, ma il sadhu non si fece scoraggiare. Con gesti eloquenti indicò a Ramdas che non avrebbe mai dovuto andarsene in giro senza un recipiente per l’acqua. Alla fine Ramdas cedette, prese la zucca e salutandolo lasciò il luogo.
Sceso in basso, si unì al sadhu scuro che lo stava aspettando. Gli altri sadhu erano partiti prima. Ramdas e il sadhu scuro procedettero verso Bharat Coop. Sulla strada incontrarono le capanne dei contadini. Furono ospitati da questi uomini, umili e poveri, che non mancarono di offrire loro un pasto di riso e cagliata. In serata raggiunsero Bharat Coop.
Qui c’era un grande pozzo, su cui pendevano i rami di un vecchio gigantesco albero di peepal. Nelle vicinanze c’erano i templi di Rama, Sita, Lakshmana, Bharat e Hanuman. Si sistemarono per la notte sotto l’albero di peepal, sulla piattaforma che girava intorno al pozzo. La mattina seguente, dopo il bagno con l’acqua del pozzo, ripartirono. Ora il sadhu scuro si separò da lui.
2. Dio è per chi ha sete di verità
Rimasto solo, Ramdas vagò liberamente nella giungla per tre giorni. Di notte si fermava tra le rovine o sotto gli alberi; si nutriva di fiori di mowah.
Ramdas era arrivato a Chitrakut una settimana prima delle celebrazioni di Ramnavami (festa per la nascita del Signore Rama). Mancavano ancora due giorni alla festa. Mentre vagava, giunse di nuovo sulla parikrama, il sentiero intorno alla collina di Kamtanath (la circumambulazione di luoghi sacri costituisce una pratica di purificazione; il devoto viene irraggiato dalla vibrazione di santità di cui il posto è pregno e ne trae beneficio. N.d.c.). Su questo sentiero, a una certa distanza l’uno dall’altro, c’erano templi, ashram e vasche. Mentre compiva il giro, si avvicinava mezzogiorno. Due madri devote che vivevano nella dependance di un tempio, lo invitarono con grande amore ad accettare il loro cibo.
Una sera salì sulla collina chiamata Lakshman Tekri. Passò lì la notte in un luogo solitario.
Lungo la parikrama c’era un ashram di brahmachari dove una dozzina di giovani ragazzi ricevevano insegnamenti sulla sapienza vedica e venivano educati ad osservare la disciplina e i rituali dei tempi antichi. Davanti all’ashram era stato allestito un yajna kund (braciere rituale per le offerte al fuoco sacro, n.d.c.) dove i brahmachari si riunivano ogni giorno con il loro precettore ed eseguivano lo yajna secondo i riti vedici, accompagnati dalla magica ripetizione dei mantra.
Di fronte all’ashram, oltre allo yajna kund, c’erano anche piccole costruzioni artistiche dell’architettura indiana. Ramdas passò la notte in una di queste.
Durante i giri intorno alla collina, si era imbattuto in un sadhaka dall’aspetto folle – in verità i devoti ebri di Dio sono in un certo senso folli –, che pronunciava ad alta voce il Ram-nam senza sosta, ora seduto all’esterno dei piccoli templi lungo la parikrama, ora camminando in circolo lungo il percorso.
Una notte Ramdas per meditare sedette sul piedistallo rialzato dello yajna kund. Qui, fu raggiunto da questo sadhaka, che si sistemò accanto a lui. Mentre Ramdas recitava il Ram-nam a bassa voce, lui lo ripeteva a voce alta. Scorsero le ore, continuarono il japa. Passate le tre di notte, il sonno sopraffece il sadhaka, che rotolò giù dal suo posto e si addormentò.
Non era passata mezz’ora che si svegliò di colpo con un grido. Poi vide Ramdas seduto che continuava il suo japa e si infuriò con se stesso:
«Miserabile sciocco che sono! Ho permesso al sonno di privarmi del bhajan. Guarda lui: è ancora sveglio: che controllo ha sul sonno! Ora capisco, è stato il cibo che ho mangiato ieri sera il responsabile di questa mancanza. Oh, ho perso tempo prezioso!».
In verità Dio è per chi è preso da una tale sete bruciante di Verità.
Le celebrazioni del Ram-navami di solito continuavano per nove giorni. Arrivò il primo giorno e migliaia di pellegrini da varie parti dell’India affluirono a Chitrakut per la parikrama, la circumambulazione della sacra collina di Kamtanath, sulla quale Sri Ramchandra e Sita praticarono tapa (intense pratiche spirituali). I devoti le attribuiscono un elevato potere spirituale, folte folle di pellegrini le giravano intorno.
Durante le sue passeggiate su questo sentiero, Ramdas aveva notato l’ashram di Pilikoti, dove risiedevano Swami Nirbhayanand e sua moglie, la coppia di santi che aveva incontrato a Jhansi. Trovò l’ashram decorato con festoni, bandiere e shamianas (grandi tende cerimoniale dai colori vivaci, usata per i raduni all’aperto), e centinaia di sannyasi attirati da diversi luoghi dell’India riuniti nella sua cintura. La regola dell’ashram era di offrire cibo a qualsiasi sannyasi che lo visitasse. La guida dell’ashram era Swami Akhandanand, un famoso sannyasi delle Province Unite. Il suo discepolo, Swami Satchidanand, un esperto di sanscrito, era il direttore dell’istituto. L’ashram, inoltre, aveva annessa una piccola scuola gratuita di sanscrito per ragazzi.
Swami Nirbhayanand, sua moglie e un fratello di lui, Swami Ramanand, che all’epoca si trovava all’ashram, erano anche loro seguaci di Swami Akhandanand, che aveva un vasto seguito sia tra i sannyasi che tra i capifamiglia. Lui e i suoi discepoli sannyasi, nella loro vita itinerante in certe stagioni vivevano per un periodo a Jhansi. Avevano sentito parlare di Ramdas da Ramkinkar, ma non avevano avuto occasione di incontrarlo di persona.
Quando Swami Nirbhayanand partì da Jhansi, aveva raccomandato a Ramdas di non mancare di visitare l’ashram di Pilikoti. Ora però Ramdas entrò nell’Ashram e si mescolò alla folla dei sannyasi senza farsi riconoscere. A mezzogiorno si unì a loro nel banchetto comune. Nel pomeriggio completò un giro intorno alla collina e rientrò all’ashram in serata. La notte occupò una panchina in pietra, ve n’erano un certo numero nel cortile. La loro peculiarità stava nel fatto che la lastra superiore era leggermente inclinata, in modo da tenere la testa più in alto quando vi si sdraiava. Di notte però queste lastre diventavano fredde come il ghiaccio.
Con l’avanzare della notte, Ramdas, desideroso di riposare, si coprì con una parte dell’unico telo che possedeva, mentre l’altra era stesa sulla panca sotto di lui, e si sdraiò. A quell’epoca dormiva pochissimo. Un’ora dopo, un giovane sannyasi arrivò con due coperte.
«Maharaj, prendete queste kambal, il freddo è pungente», disse rivolto al sadhu. Dietro sua insistenza, Ramdas si alzò, il sannyasi stese una coperta sulla lastra di pietra e dopo che si fu coricato lo coprì con l’altra. Tutti quanti sono gentili con lui perché tutti quanti sono Lui.
Il giorno dopo, all’alba, si recò al fiume per il bagno. La zucca essiccata era diventata ormai la sua compagna. Tornò all’ashram verso mezzogiorno. Quella sera, il giovane sannyasi che la notte prima gli aveva offerto le coperte, volendo restare in sua compagnia, lo invitò nel suo kuti dall’altro lato del viale. Ramdas gli contò del suo incontro, a Jhansi, con Swami Nirbhayanand e sua moglie. Allora il sannyasi chiese di conoscere il suo nome e Ramdas glielo disse.
La notte passò. Il giorno seguente, di buon mattino come al solito, Ramdas andò al fiume per il bagno e riapparve all’ashram a verso mezzogiorno. Nel portico anteriore di una piccola dependance si era radunato un gruppo di sannyasi. Mentre entrava nel cortile, tutti lo fissavano intenzionalmente e ridacchiavano! Stava per oltrepassarli quando Swami Satchidanand, il direttore dell’istituzione, gli gridò di fermarsi.
«Venite qui», disse facendogli cenno di entrare nel portico. «Abbiamo riflettuto sul tipo di punizione da infliggervi»,.
Uno dei santi teneva in mano un robusto bastone. Sorridendo Ramdas lo prese dal proprietario e offrendolo allo Swami disse:
«Ecco il bastone, punite Ramdas a vostro piacimento», e chinandosi presentò la schiena per il trattamento. Tutti risero!
«Non così» precisò lo Swami. «Abbiamo deciso di farlo in maniera migliore: dovrete rimanere in questo ashram per un anno intero. Questa è la punizione!».
«E se Ram non lo volesse?» chiese quieto Ramdas.
«È Ram che parla attraverso noi» replicò.
«Ram parla anche in Ramdas. Dice che Ramdas non dovrebbe accettare la vostra offerta».
«Vedremo. Vi sistemeremo in una stanza appartata e uno di noi monterà di guardia alla porta. Non potrete sfuggirci», sentenzio scuotendo la testa.
«Sia fatta la volontà di Ram» rispose Ramdas.
«Ora vi siete fatto un’idea dell’accusa che vi viene mossa?».
«Avete già pronunciato la sentenza. Che importanza può avere che Ramdas conosca o meno l’accusa?».
«Vi dirò di che si tratta. Ci avete ingannato per due giorni! Siete arrivato in incognito e vi siete mescolato a noi che, avendo sentito parlare di voi, nutrivamo l’ardente desiderio di conoscervi. Da qui, dunque, la punizione per il vostro inganno».
3. La prova dell’abbandono di sé a Dio
Per Ramdas si allestì una stretta stanza in cui c’era un lettino di legno con una trapunta sopra e una pentola di terracotta piena d’acqua. Venne affidato alla custodia di Swami Ramanand, un anziano sannyasi che badava delle sue necessità. Meravigliosa la natura infantile dei sannyasi in questo ashram! Venivano spesso nella stanza di Ramdas per parlargli e persino accarezzarlo quasi fosse un bambino! In questo luogo Ramdas ricevette un vero e proprio banchetto d’amore.
Un giorno Swami Ramanand e Swami Guptanand, il giovane sannyasi che aveva procurato le coperte la prima notte, erano seduti sul lettino accanto a lui. Ramdas parlò dell’abbandono di sé a Dio. Narrò l’episodio della difficile situazione in cui venne a trovarsi Draupadi, quando Dushasana cercò di disonorarla nella sala del durbar (assemblea di corte) dei Kaurava. Finché ella gridava invocando l’aiuto di Krishna ma allo stesso tempo lottava per difendersi, il Signore non intervenne in suo aiuto. Alla fine Draupadi si rese conto del suo comportamento contraddittorio, allora smise di difendersi, alzò le mani in totale abbandono e invocò Krishna. In quel momento il Signore la salvò.
N.d.c. – È uno dei momenti più drammatici è cruciali del Mahabharata che condurrà alla guerra del Kurukshetra. Dushasana conduce a forza Draupadi nella sala del consiglio dei Kaurava. Per umiliarla ulteriormente cerca di strapparle il sari. Quando Krishna accorre in suo aiuto, la stoffa del sari si allunga all’infinito; così Dushasana continua a tirare finché non cade a terra esausto, senza riuscire a toglierle l’indumento.
Nel momento in cui Ramdas giunse a parlare dell’abbandono a Dio di Draupadi, Swami Guptanand, che ascoltava parecchio assorto, fu così sopraffatto dall’emozione che scoppiò in lacrime; anche gli occhi di Swami Ramanand si inumidirono.
In compagnia di Guptanand, Ramdas un giorno salì sulla famosa collina Kamtanath che si erge di fronte all’ashram di Pilikoti. Alcuni indù considerano un sacrilegio calpestare il suolo della collina che è ritenuta sacra in quanto, si dice, che Sri Ramchandra e Sitadevi vi abbiano risieduto nei tempi antichi. La collina si eleva dalla base per centocinquanta metri circa. Non restano in essa strutture né reliquie. È ricoperta di arbusti e alberi spontanei, dei quali una certa specie produce frutti commestibili chiamati thendu. Mentre scendeva Ramdas si inoltrò lungo il letto di torrente asciutto, cosparso di massi lisci e arrotondati.
Un altro giorno, un sannyasi di Kashi portò Ramdas fuori per una passeggiata intorno alla collina. Dopo aver percorso un po’ di strada, si sedettero sotto un albero su una piattaforma rialzata di pietra. Qui il sannyasi confidò a Ramdas il suo stato interiore.
«Maharaj», disse, «sono in questa linea di sannyas da quasi trent’anni, ma la mia mente è ancora disperata. Lussuria, avidità e ira hanno continuato a persistere in essa come sempre. Cosa devo fare?».
«L’unico modo per controllare la mente e liberarla dai mali che menzioni è pronunciare di continuo il Nome di Dio, meditare sui Suoi grandi attributi e abbandonare a Lui tutte le tue azioni» rispose Ramdas.
«Io ho fatto tutto questo e ho fallito».
«Dovresti praticare in solitudine».
«Oh, non parlatemi di solitudine: ho terrore della solitudine! Quando sono solo, la mia mente diventa un vortice di desideri molto impuri. Per questo vado dietro ai santi, in loro compagnia trovo pace. So bene che non dovrei dipendere esclusivamente da aiuti esterni per raggiungere la pace; tale pace non sarebbe certo permanente».
Fece una pausa e guardò Ramdas in cerca di una soluzione al suo problema.
«Quello che dici è giusto», disse Ramdas e parlò a lungo: «Dio, che è assoluta esistenza, coscienza e beatitudine, è dentro di te; anzi, tu e Lui non siete diversi. A meno che tu non Lo realizzi, non ci può essere vera liberazione né pace duratura. Il primo requisito indispensabile al ricercatore di Dio è l’essere intrepido. Né terrore della solitudine né paura della folla dovrebbero scoraggiarti. Ma la solitudine è di grande aiuto. Sappi che Dio, che dimora in te, è onnipotente. Cerca il Suo aiuto con il ricordo costante di Lui, la meditazione e la preghiera. Allora la mente è destinata a stare sotto il tuo controllo. Le passioni malvagie devono allontanarsi da essa.
«Non dimenticare la verità centrale che Dio è seduto nel tuo stesso cuore. Non scoraggiarti per i fallimenti negli stadi iniziali. Coltiva lo spirito di resa all’operato della Sua volontà in te e fuori di te, finché non avrai completamente abbandonato il tuo senso dell’ego e avrai saputo che Egli è in tutto ed è tutto, e che tu e Lui siete Uno. Sii paziente, il cammino dell’autodisciplina che porta alla realizzazione di Dio non è facile. Vi sono ostacoli e sofferenze sulla via. Le ultime dovrai sopportarle, i primi dovrai superarli: tutto con il Suo aiuto. Il Suo aiuto viene solo attraverso la concentrazione e la ripetizione del Nome di Dio aiuta la concentrazione».
Il sannyasi ascoltò Ramdas in silenzio e non fece più domande. Tornarono sui loro passi verso l’ashram.
4. Ramdas è un bambino di Dio
Qualche giorno dopo lo stesso sannyasi corse da Ramdas e chiese:
«Non sapete? Il grande Swami Akhandanandji è qui. Lo avete visto?».
«Vedere te è vedere lui», rispose Ramdas.
«No, Maharaj, dovete vederlo», asserì con sguardo serio. «È solo a pochi metri dall’ashram, seduto in un boschetto di alberi. Preferisce sempre stare in un bosco piuttosto che sotto un tetto. È un famoso mahatma e se ne andrà domani mattina. Se non riceverete il suo darshan oggi perderete un’occasione d’oro».
«Per Ramdas Dio è ovunque. Non ha bisogno di andare appositamente da nessuna parte per vederLo», rispose Ramdas.
«Cosa?» esclamò il sannyasi sbalordito. «Non volete vederlo? C’andrete», aggiunse con enfasi. Afferrò il braccio di Ramdas e quasi lo trascinò:
«Andiamo, verrò anch’io con voi». Era forte e Ramdas non resistette.
Una passeggiata di pochi minuti li portò a una grande assemblea di sannyasi, seduti all’ombra di una mezza dozzina di alti alberi maestosi. Su un lettino accostato a un albero sedeva un sannyasi con solo un perizoma addosso, mentre tutti gli altri stavano seduti a terra.
Ramdas andò direttamente dallo Swamiji, chinò la testa ai suoi piedi e si sedette per terra vicino al lettino. Una grande calma sembrò essere calata sull’assemblea. Tutto fu silenzioso per alcuni minuti.
Lo Swamiji ruppe il ghiaccio. Chiese a un devoto capofamiglia seduto accanto a Ramdas:
«Chiedigli se ha dei dubbi da chiarire». Lo Swamiji parlava in hindi , il devoto era un uomo istruito che palava l’inglese. Tradusse la domanda a Ramdas in inglese in quanto la conoscenza di Ramdas dell’hindi era ancora limitata. Ramdas rispose in inglese:
«Ramdas è un bambino di Dio e Dio ha rimosso molto tempo fa tutti i dubbi del Suo bambino». Il devoto comunicò allo Swamiji in hindi ciò che Ramdas aveva detto.
«Qual è allora il suo stato?» fu la domanda successiva dello Swamiji.
«Il suo stato è questo» rispose Ramdas, «è come il fiume Gange che, avendo raggiunto l’oceano e diventato uno con esso; continua comunque a correre verso l’oceano».
Quando lo Swamiji e gli altri udirono la risposta, un risolino si diffuse tra i presenti. Lo Swamiji rimase in silenzio.
Poi il devoto, per conto suo, pose una domanda:
«Cosa vi ha portato allora qui?».
«Ramdas è venuto semplicemente perché Ram lo ha trascinato qui», rispose e guardò sorridendo dalla parte del sannyasi che lo aveva accompagnato.
«Cosa ha detto?» chiese con aria interrogativa lo Swamiji. Il devoto tradusse la risposta e dall’assemblea si levò un boato di risate. Dopodiché Ramdas si alzò in piedi velocemente e, inchinatosi di nuovo davanti allo Swamiji, andò via di corsa verso la sua stanza nella dependance, che raggiunse in meno di un minuto.
Swami Ramanand era un’anima semplice e gentile. Si prendeva cura di Ramdas con grande tenerezza. Contava su una permanenza piuttosto lunga di Ramdas nell’ashram. A modo suo era vigile. Ramdas aveva chiaro che abbandonare il luogo senza che se ne accorgesse era fuori questione. Però Ram lo stava spingendo ad andarsene. Ma in che modo?
Un giorno Ram gliene offrì l’opportunità. Il sole era insolitamente caldo. A mezzogiorno alcuni degli anziani sannyasi facevano un pisolino, ma quel giorno particolare il calore del sole aveva prostrato sia i giovani che i vecchi. Verso l’una del pomeriggio tutta la dependance risuonava di una grande varietà di russamenti e Swami Ramanand guidava il coro. Ramdas che invece era sveglio e pimpante, prese in mano la zucca per l’acqua e lentamente, in punta di piedi, uscì dal recinto dell’ashram. Raggiunse la strada facendo il minor rumore possibile a ché i sannyasi non si accorgessero della sua fuga. Una volta sulla strada, partì al trotto che si tramutò presto in un vero e proprio galoppo. Corse per un miglio e poi continuò di buon passo.