Ramdas: ‘Nella Visione di Dio’ – Capitolo 18

Capitolo XVIII

VERSO BANDA

 

1. L’acqua, nettare di puro amore

Ramdas non aveva idea di quale fosse la sua destinazione, né gli importava quale direzione prendere. Verso sera si ritrovò nuovamente a Karvi. La mattina presto, ripreso il cammino lungo i binari della ferrovia, procedeva calpestando il letto di pietre di granito taglienti poste tra le rotaie. Percorso circa un miglio, giunse a un passaggio a livello dove il casellante, vedendolo, esclamò con voce brusca:           

«Cosa vi succede? Siete forse pazzo? Non sentite che state camminando su pietre appuntite?». Indicando una strada, aggiunse: «Prendete quella: conduce direttamente a Banda».

Seguendo il suggerimento dell’uomo, egli si diresse sulla strada e continuò il viaggio. A mezzogiorno raggiunse un piccolo villaggio con alcuni negozi sul ciglio della via. Un commerciante lo invitò nel suo locale; Ramdas entrò e si sedette su una stuoia. Appena entrato, la prima cosa su cui cadde lo sguardo fu un’immagine incorniciata di Kali appesa alla parete e decorata con una ghirlanda di fiori. Diversi clienti erano seduti davanti a lui intenti a sorseggiare un liquido chiaro e trasparente da piccole tazze di latta: l’odore intenso suggeriva che si trattasse di alcolici. Si trovava dunque in una rivendita di liquori. Il negozio vendeva anche ganja (marijuana), poiché poco distante un uomo, dopo averla acquistata, ne stava preparando il fumo.

Anche il negoziante preparò un chilam di ganja e, dopo averlo acceso, lo offrì a Ramdas: si dava per scontato che ogni sadhu la fumasse. Egli non era abituato al chilam né alla pipa locale; lo fece presente al commerciante pregandolo di scusarlo.      

«Vi insegnerò io come maneggiare il chilam», disse l’uomo con tono gentile. In un istante Ramdas fu istruito e tirò qualche boccata dalla pipa.

Un’ora dopo, il premuroso negoziante gli offrì un pasto. Verso le tre del pomeriggio Ramdas lasciò il villaggio e riprese il cammino. Al crepuscolo raggiunse un piccolo borgo. Sul bordo della strada, sotto gli alberi, vi era un recinto formato da alte panche di pietra ed egli si accomodò su una di esse.           

Di norma un solo pasto al giorno gli era sufficiente, poiché non provava alcun desiderio di cibo durante la notte. Tuttavia quel giorno avvertiva un chiaro senso di fame: il fumo della ganja, pur non avendo avuto altri effetti su di lui, gli aveva provocato quell’appetito. Egli ne parlò e a chi poteva farlo se non a Ram?

Non erano passati neppure cinque minuti quando un ragazzo di circa quattordici anni corse verso di lui e, balzando sulla lastra dove sedeva, gli si avvicinò dicendo:
«Desidero offrirvi un pasto. Cosa vorreste mangiare?».

«Riso e latte», rispose Ramdas.

Egli non era sorpreso da quell’offerta: la sua vita era colma di una serie continua di simili sorprese e la mano premurosa di Ram gli era visibile ovunque. Il giovane scomparve per poi tornare due ore dopo; scortò Ramdas alla sua capanna, dove la sua gentile madre gli servì riso e latte. Terminato il pasto, egli tornò a sedersi sulla lastra di pietra.

La notte passò. Il giorno seguente riprese il cammino. Era mezzogiorno e l’aria immobile bruciava dal calore. Procedeva a piedi scalzi e a capo scoperto: per lui la sofferenza era gioia. La sua suprema indifferenza verso i comfort fisici aveva trasformato ogni sua emozione in estasi; così, avanzava immerso nella gloria ardente del sole. Un carrettiere di passaggio lo interpellò:   

«Maharaj, il sole è rovente. Alla vostra sinistra, a un passo da voi, nei i campi, c’è un piccolo ashram del sadhu Ramdasji. Andate là».

Ramdas, volgendosi nella direzione indicata dal carrettiere, si diresse verso l’ashram. Qui incontrò un sadhu molto anziano, gentile e affabile. Ramdas fece un bagno al pozzo, consumò un pasto semplice e riposò per un’ora su una panca traballante, poi si mise di nuovo in marcia. Al tramonto si ritrovò nel cuore della giungla. Provava sempre un peculiare senso di esaltazione quando si trovava solo tra i boschi di notte. Si ritirò sotto un grande albero per trascorrere la notte e si distese sul terreno irregolare. In meno di cinque minuti ricevette una pioggia di escrementi d’uccello dai rami soprastanti; si spostò allora all’aperto, adagiandosi sull’erba morbida.

La luna era alta e i suoi raggi freddi illuminavano la foresta. La luce, filtrando tra le foglie e i rami, formava sul terreno splendidi disegni scintillanti: la foresta sembrava ricoperta da un tappeto dai mille motivi. L’aria era fresca e soffiava una brezza leggera. Il silenzio notturno era interrotto di tanto in tanto dal battito d’ali dei grandi pipistrelli che volavano da un albero all’altro e dai richiami lontani dei gufi, intenti ai loro discorsi notturni. La notte passò tra veglia e beatitudine.

Il giorno seguente, sempre a mezzogiorno, fu fermato sulla strada da un altro carrettiere che lo indirizzò a un tempio vicino. Gli disse che avrebbe fatto bene a ricevere il darshan di un sadhu di nome Kamtanath che risiedeva lì. Erano circa le tredici. Il tempio si trovava a una cinquantina di metri dalla strada. Ramdas vi entrò. All’interno tutto era immobile e non c’era nessuno, eccetto un sadhu che russava su una brandina. Egli sedette in silenzio, poco distante dall’uomo. Il sadhu si svegliò di soprassalto e il suo sguardo cadde su Ramdas. Facendogli cenno di avvicinarsi, con un panno gli asciugò il sudore che rigava il volto e le braccia.

«Non ho cibo da offrirvi», disse con volto sorridente, «per ora dovete accontentarvi della sola acqua. Questa notte riceverete una buona cena».

«La sola acqua andrà benissimo, Maharaj» rispose Ramdas ridendo.      

«Andate a fare il bagno», disse l’altro subito dopo. 

Ramdas terminò il bagno al pozzo e tornò; il sadhu, prendendolo per un braccio, lo condusse verso la stanza principale del tempio, dove erano custodite effigi divine riccamente decorate. Portandolo poi in uno stretto passaggio, lo fece sedere su una stuoia. Entrato in una stanza interna, l’uomo portò una ciotola di dal e un grosso roti; sedutosi accanto a Ramdas, sminuzzò il roti nel curry di dal e improvvisamente gli infilò un boccone in bocca. Ram ha davvero modi unici di nutrire Ramdas! Mentre egli deglutiva, il sadhu continuò a introdurgli un boccone dopo l’altro finché non fu del tutto sazio. Usciti fuori, sedettero sulla brandina mentre l’uomo, traboccante d’amore, cingeva con un braccio il collo di Ramdas.

«Resterete qui per alcuni giorni, non è vero?».        

«No, Maharaj, Ramdas ripartirà tra poco», rispose Ramdas con tono supplichevole.
«Non vi permetterò di andare. Voglio che rimaniate con me per almeno quattro o cinque giorni», disse l’uomo stringendo le labbra.          

Discutere con lui sembrava inutile, così Ramdas rimase in silenzio.         

«Vedete che il sole è ancora rovente: fate un sonnellino» concluse l’altro, e distendendosi sulla brandina si addormentò.

Ramdas attese alcuni minuti e, vedendo che il sadhu dormiva profondamente, si alzò lentamente e uscì dal tempio in punta di piedi, proprio come aveva fatto all’ashram di Pilikoti. Non appena imboccò il sentiero laterale, corse a tutta velocità finché non raggiunse la strada principale. Qualche miglio più avanti si imbatté in un carro trainato dai buoi; alla sua vista, un uomo saltò giù dal carro e avvicinandosi implorò:        

«Maharaj, vi prego, sedetevi sul mio carro. Non sopporto di vedervi camminare sul terreno ardente sotto il sole infuocato».      

Ramdas gli spiegò che era diretto a Banda e che il suo percorso andava nella direzione opposta.

«Allora, vi prego, accettate questo denaro: è solo un anna e mezzo, il costo del biglietto ferroviario da una stazione qui vicina fino a Banda. Un treno è previsto tra pochi minuti: prendetelo». Costrinse Ramdas ad accettare le monete.

Ramdas si recò alla piccola stazione, ma alle sue domande gli fu risposto che la tariffa era di due anna. Uscì dalla stazione e continuò il viaggio a piedi. Prima del tramonto raggiunse la periferia di Banda. Qui, sul ciglio della strada, una donna possedeva sotto un albero una piccola capanna di paglia in cui conservava acqua potabile in grandi vasi di terracotta; distribuiva gratuitamente l’acqua ai viaggiatori assetati che passavano di lì.
Quando vide Ramdas, lo chiamò a gran voce: «MahatmajiMahatmaji, venite qui: riposatevi un po’ nel mio umile riparo».        

Egli rispose al suo invito.          

La gentile madre lo fece sedere su una panca e gli lavò i piedi e le gambe fino al ginocchio con l’acqua fresca dei vasi. Bevve anche l’acqua che lei gli offrì. Era il nettare del puro amore.

 

2. Il sadhu militante

Ramdas stava attraversando le strade affollate di Banda, quando un mercante lo chiamò dal suo negozio e disse:      

«Maharaj, a breve distanza dalla città, in un luogo appartato, risiede un sadhu di nome Vishuddhanand. Il posto si chiama Budh Ram Kuva. Egli è un santo puro: andate da lui». Gli indicò la via attraverso un vicolo laterale.

Ramdas camminò nella direzione indicata dal mercante ma, procedendo nell’intrico delle strade, perse l’orientamento. Chiese informazioni a un passante, il quale si offrì di scortarlo fino a destinazione. Ramdas lo seguì. Giunsero a un tempio di Mahadev ai piedi di una collina e, oltrepassato un alto portico, iniziarono l’ascesa. Dovettero arrampicarsi per alcuni metri a quattro zampe prima di raggiungere uno spiazzo pianeggiante davanti a una grande grotta poco profonda. Diverse persone erano sedute a terra. Un sadhu, un giovane che indossava solo un kaupin, stava in piedi ispezionando la costruzione di un dhuni, un focolare, all’imboccatura della grotta.

Vedendo Ramdas, gli offrì come sedile un sacco di juta vuoto, su cui egli si accomodò. In quel momento l’attenzione del sadhu fu attirata da un uomo tra i presenti: andando su tutte le furie, prese a insultarlo pesantemente con linguaggio scurrile. Ramdas chiese alla guida se quel sadhu adirato fosse Vishuddhanand.        

«No», rispose l’uomo, «questo è Balak Ram Paramhams. Vishuddhanand risiede a circa un miglio da qui».         

«Potete accompagnare Ramdas da lui?» chiese allora Ramdas.   

«Molto volentieri» rispose la guida.

L’ultima parte di questo dialogo giunse alle orecchie dell’irascibile sadhu, il che non fece altro che alimentare le fiamme. Egli rovesciò allora tutto il suo furore sulla guida di Ramdas: «Cosa? Volete portar via il sadhu? Sparite da qui, sciocco: andatevene all’istante!», e sollevò la gamba destra verso di lui per sferrargli un calcio. La guida, spaventata, corse giù dalla collina e scomparve.  

«Maharaj» disse il sadhu volgendosi a Ramdas, «rimanete qui: farò in modo che ogni vostra necessità sia soddisfatta».

Ramdas acconsentì, ma gli fece capire che i suoi bisogni erano pochi e che avrebbe preferito vivere lì seguendo una dieta di solo latte. Un mercante di nome Seth Moolchand riforniva il sadhu di cibo due volte al giorno e un ragazzino era incaricato di recapitare i pasti. Scese la notte e la folla si disperse. Circa un’ora dopo, il ragazzo arrivò con il pasto come al solito. Il sadhu aveva un altro ospite, che uscì proprio allora da un anfratto sul lato sinistro della grande grotta aperta.

«Tapaswiji fate presto, la cena è arrivata» disse il sadhu Balak Ram.       

Tapaswiji era un uomo di circa trentacinque anni dal corpo robusto e ben piantato, ricoperto da un fitto strato di cenere. Portava una grossa corda di cocco intorno alla vita e indossava solo un kaupin; i capelli intrecciati erano raccolti sulla testa a mo’ di corona. Teneva in una mano un yogadanda, un appoggio per le braccia a forma di croce, e nell’altra un japa-mala di grani di rudraksha.

I due sedettero per il pasto e invitarono Ramdas a unirsi a loro, ma egli li pregò di scusarlo. Balak Ram cercò di convincere il ragazzo a procurare del latte per Ramdas, ma questi esitò dicendo di non sapere dove trovarlo.         

«Non importa» intervenne Ramdas, «Ramdas non ha fame: per la notte gli basterà un bicchiere d’acqua».

Terminato il pasto, i sadhu prepararono il chilam di ganja e Balak Ram esortò Ramdas a fumare con loro. Anche in questo caso egli rifiutò ringraziandoli; rimase in silenzio osservando. L’ebbrezza della ganja portò i due sadhu a perdersi in discorsi strani e sconnessi.

Ramdas si fermò sulla collina per circa quindici giorni e quel breve soggiorno fu colmo di episodi emozionanti e divertenti. La collina era chiamata Bambeshwar Pahad. A eccezione di qualche arbusto e di due o tre alberi, il rilievo era arido e roccioso, dunque l’acqua scarseggiava; doveva essere trasportata fin lassù dal pozzo del tempio situato a valle.

Balak Ram Paramhams era un giovane di circa trentadue anni dalla figura flessuosa e retta. La mascella inferiore e le labbra serrate mostravano determinazione. I suoi occhi erano teneri e il volto si illuminava di sorrisi quando non era preda di scatti d’ira: questi lo travolgevano come tempeste furiose, lasciando poi spazio alla calma e a un cielo limpido. Ramdas poteva scorgere in lui, nel profondo, un cuore tenero e compassionevole. Per mancanza di una disciplina adeguata e di una buona compagnia, la sua mente era ribelle e incontrollata. Nutriva un forte rifiuto per le finzioni del mondo e il suo distacco era ammirevole. L’unico metodo che adottava per domare le bramosie della mente era il fumo della ganja, ma quella sostanza finiva solo per risvegliare in lui uno spirito collerico. Un suo tratto predominante era la passione nel servire i santi. era fermamente convinto che solo attraverso tale servizio si potesse ottenere la liberazione, moksha. Il suo unico messaggio per tutti coloro che gli facevano visita era di usare le proprie ricchezze per servire i sadhu. La sua ambizione era fare della collina una dimora per i rinuncianti e di porsi lui stesso al loro servizio, lasciando ai laici il compito di fornire il necessario.

Egli era aggressivo con i visitatori e li sferzava con il suo linguaggio. Si riporterà qui un esempio del modo in cui parlava con loro. Un giorno, a quanto pare, mandò a chiamare il vice-collezionista del distretto che si trovava a Banda in quel periodo. (Si tratta di una figura chiave dell’amministrazione coloniale nell’India britannica. Era il capo del distretto, responsabile della riscossione delle tasse e dell’ordine pubblico). Era un indù. Il povero funzionario, avendo un’indole religiosa e non sapendo cosa lo aspettasse, obbedì alla chiamata del mahatma. Venne a trovare Balak Ram al termine del turno, indossando la consueta divisa d’ufficio; il funzionario si inchinò a Balak Ram e si sedette.

Balak Ram, dopo aver squadrato da cima a fondo l’uomo di fronte a lui, fece roteare la lingua per inumidirla. Era dotato di eloquenza unita a tale veemenza da poter ridurre l’avversario in poltiglia.     

«Ah, ah», esordì in modo derisorio, «che bel pheta indossate! Un cappotto lungo ben stirato, pantaloni bianchi puliti, stivali inglesi di prima qualità e, come se non bastasse, un bastone alla moda. Che damerino lussurioso che siete! Quanti soldi preziosi state sprecando in queste frivolezze? Pensate di essere molto scaltro con questi ornamenti. Sciocco, credete ancora di poter sguazzare nel fango come un verme immondo, faticando e sgobbando da mattina a sera per procurarvi questi ninnoli e immergervi nel godimento di desideri egoistici e peccaminosi?».

«Badate bene» continuò, «la morte, come un enorme cobra, vi striscia sempre alle spalle, aspettando il momento giusto per inghiottirvi. Riflettete sul motivo per cui siete qui. L’unico modo per voi, vermi del fango, di ottenere la salvezza è il servizio ai santi. Se non lo fate, siete spacciati. Se avete del denaro con voi, tiratelo fuori».

Il funzionario, stordito e perplesso, rispose che avrebbe inviato del denaro una volta tornato a casa e, biascicando qualche scusa, se la svignò. Il denaro non arrivò mai. In seguito Balak Ram lo mandò a chiamare una mezza dozzina di volte, ma l’ufficiale, com’era prevedibile, non si fece più vedere.

 

3. La via della pace

I ragazzi di scuola provano un fascino particolare per i sadhu e i mahatma: in loro compagnia possono divertirsi molto. Osservano e poi imitano le bizzarre movenze del mondo dei rinuncianti. I capricci, i pregiudizi e le eccentricità di questa stirpe di mendicanti religiosi sono perennemente oggetto di attenta osservazione da parte dei giovani, poiché assistono a uno spettacolo delizioso senza pagare alcun biglietto. Non era così con Balak Ram. Indubbiamente egli nutriva un grande amore per i ragazzi, ma essi dovevano pagare a caro prezzo sia lo spettacolo che l’affetto che portava loro. Terminato l’orario scolastico, un gruppo di giovani si arrampicava sulla collina di Bambeshwar. Balak Ram teneva con sé una dozzina di vasi di terracotta per l’acqua, di buone dimensioni e pronti all’uso.

«Figlioli, miei cari», li chiamava. Aveva il vezzo di contrarre le labbra sottili a forma di imbuto schiacciato per mostrare il suo affetto. «Non mi prendereste un po’ d’acqua dal pozzo qui sotto? Ecco i vasi, uno per ciascuno: siete bravi ragazzi, potete farlo in un baleno».

Tali erano i suoi modi insinuanti e lusinghieri! Una volta Ramdas fu spettatore di un episodio simile: un gruppo di sei ragazzi fu spronato a raccogliere l’acqua e ricevette i vasi necessari. Di quel gruppo, solo due ragazzi riuscirono a risalire sani e salvi con i vasi, mentre gli altri portarono con sé solo i colli spezzati o i fondi di terracotta. Alla perdita di quattro vasi in un solo colpo, a Balak Ram saltò la mosca al naso: i suoi sorrisi svanirono e, fissando severamente i quattro colpevoli, tuonò:         

«Pensate forse, mascalzoni, che i vasi appartenessero ai vostri nonni? Li ho pagati in contanti. Li avete rotti, monelli trascurati! Andate subito dai vostri genitori e portatemi un anna e mezzo a testa. Correte, veloci: dovete tornare con il denaro entro l’imbrunire».

I ragazzi se la svignarono per non farsi mai più rivedere. Un altro giorno arrivò un nuovo gruppo e la storia si ripeté identica.

Per alcuni giorni Balak Ram tormentò un certo geometra che aveva ceduto un paio di rupie al suo primo assalto di insulti, proprio come in India una bufala da latte non ne dà finché non viene colpita sulla schiena con un fusto di banano. Egli era ansioso di mettere alla prova il geometra una seconda volta, ma questi era più scaltro; ogni messaggero inviato da Balak Ram tornava riferendo che l’uomo era introvabile. Per quanto riguardava Balak Ram, anche il vice-collezionista si era rivelato un totale fallimento: non se ne sentiva più l’odore.

Una notte Ramdas gli chiese perché trattasse i visitatori con insulti così aspri, ed egli rispose con un soffio di disprezzo:        

«Vedete, le dolci parole e i ragionamenti non sono fatti per gli asini, a loro serve un bastone robusto per farli lavorare. Lo stesso vale per questa gente egoista e schiava dell’ignoranza. Io voglio il loro bene, ma la loro pelle ha bisogno di colpi di martello per essere risvegliata».       

«Vi sbagliate» disse allora Ramdas, «non esiste al mondo potere più grande dell’amore. Con la mitezza e la gentilezza potete conquistare il mondo. Siete diventato un sadhu per conoscere Dio: Dio è amore e pace! Una lingua offensiva e una mente colma d’ira sono segni di ignoranza. Finché l’amore, la compassione e il perdono non dimoreranno nel vostro cuore, e la pace perfetta nella vostra mente, non potrete realizzare Dio».

«Oh, come le vostre parole mi guariscono: fate di me un uomo migliore» esclamò con entusiasmo. «So di essere pieno di difetti. Volevo che rimaneste con me solo per questa ragione: desidero ardentemente trarre beneficio dalla vostra compagnia».        

In quel momento l’attenzione del tapaswiji fu assorbita dal chilam di ganja che aveva appena acceso e la conversazione si interruppe.

Ramdas gli fece capire in diverse occasioni che, quando si rivolgeva ai visitatori con un linguaggio duro, avrebbe preferito dirgli addio piuttosto che restare con lui ad ascoltare i suoi insulti. Egli temeva di perdere Ramdas, poiché lo amava e lo adorava. Molte volte frenò la lingua per timore che Ramdas se ne andasse.

Le cose giunsero quasi al culmine una notte. Balak Ram aveva riposto una rupia in un anfratto all’interno della piccola grotta. Quel pomeriggio cercò la moneta ma non riuscì a trovarla. Il ragazzo che portava il cibo era solito spazzare il pavimento della grotta e il sospetto cadde su di lui. Poiché il giovane era assente, Balak Ram schiumava di rabbia. «Che venga pure il ragazzo. Gli farò scontare il conto, a quel mascalzone!», tuonò.

Come al solito, verso le otto di sera, il ragazzo arrivò con il pasto notturno. Non appena ebbe posato a terra il contenitore del cibo, Balak Ram lo afferrò saldamente per un braccio e gridò:

«Tu, ladro, dov’è la mia rupia?». Davanti agli occhi fiammeggianti e al tono minaccioso di Balak Ram, il ragazzo tremò.       

«Non lo so. Non l’ho presa io» rispose con voce lamentevole.     

«Bugiardo!» ruggì Balak Ram, «dopo aver commesso il furto, osi pure mentire. Non sei degno di vivere: se te lo permettessi, diventeresti un vero criminale. Ti strangolerò all’istante». Facendo seguire l’azione alle parole, con furia omicida, strinse le dita intorno alla gola del ragazzo.

Subito Ramdas si fece avanti e gli disse: «Ascoltate, Ram, Ramdas se ne va. Non può restare con voi un momento di più». Così dicendo saltò oltre una roccia per scendere dalla collina. 

Balak Ram, allentando la presa sulla gola del ragazzo, corse dietro a Ramdas e, gettandosi ai suoi piedi, disse: «Perdonatemi, perdonatemi: ho perso il lume della ragione. Non farò mai del male al ragazzo, vi prego, tornate».          

Ramdas tornò. Anche quella notte ebbe con lui un colloquio schietto.

«Dovete controllare il vostro temperamento, Ramji, e non permettergli di infuriare come avete fatto poco fa. Nella vostra rabbia avreste potuto uccidere quel povero ragazzo. Pensate di correggere la condotta altrui mentre la vostra non è retta. Conoscete il detto: “Medico, cura te stesso”? Si applica a voi in modo molto appropriato. State ferendo senza riguardo i sentimenti degli altri con i vostri discorsi ingiuriosi. No, non potete continuare così. La gente viene da voi per conoscere la via della pace e voi cosa offrite loro? Una pioggia di insulti. Un amore infinito dimora nel vostro cuore, ma lo state sommergendo in una tempesta di passioni sfrenate». 

«Davvero reco dolore alle persone con le mie parole? Come vorrei non farlo! Non sapevo di essere un tale tiranno. Le mie intenzioni sono sempre buone. Che miserabile senza cuore che sono!». Disse questo con profondo rimorso e, coprendosi gli occhi con entrambe le mani, pianse amaramente. Poi implorò: «Mostratemi una via per controllare questa mente folle. A volte brucia come una fornace e mi sembra che la testa mi scoppi. Vi prego, mostratemi una via».

«Per il controllo della mente il metodo migliore è la ripetizione del Nome di Dio» affermò Ramdas. «Tenete il Nome sempre sulla lingua, parlate poco, nutritevi in modo adeguato. Soprattutto, abbandonate il fumo della ganja. Questa abitudine è stata la vostra rovina».