Ramdas: ‘Nella Visione di Dio’ – Capitolo 28

CAPITOLO XXVIII

HIMALAYA – VASISHTASHRAM

 

1. Sulla rupe a picco

Ora si misero in viaggio, confidando unicamente nella guida divina. Inizialmente, un negoziante indicò loro la direzione da prendere. Attraversarono diversi campi e poi guadarono la fitta vegetazione di una giungla. Uscendone, giunsero sulla riva del Gange. Qui incontrarono un contadino che li indirizzò a procedere lungo la sponda del fiume. Allo stesso tempo, li avvertì che non c’era un sentiero battuto per il Vasishtashram e che, senza una guida che conoscesse il percorso, non sarebbe stato possibile per loro raggiungere il luogo. La distanza da coprire era di oltre trenta chilometri. Dio era la loro guida: avanzarono.

La riva del Gange era cosparsa di grandi massi ed essi dovettero procedere saltando da una pietra all’altra. Proseguirono così per circa cinque chilometri, quando si trovarono di fronte a una sporgenza inclinata di una collina, o promontorio, al bordo del fiume. Ogni ulteriore progresso era interrotto. Dovettero quindi scalare la montagna alla loro sinistra e attraversare un labirinto di alberi, arbusti e rampicanti per circa un chilometro e mezzo. Dopo una breve discesa, tornarono in vista della riva del fiume. Mentre viaggiavano sulla montagna, dovettero attraversare una zona chiamata Brahmapuri, di cui non si accorsero al momento. Sulle rive ripresero il cammino saltando di nuovo da masso a masso e continuarono così per circa tre chilometri.

Qui accadde un fatto che in parte invalidò Bhavanishankerrao: la prodezza di un salto gli slogò una caviglia. Cominciò così a rallentare. Ramcharandas gli fece compagnia, mentre Ramdas correva in avanti. Ramdas si fermò in un punto dove ogni ulteriore progresso era di nuovo interrotto, proprio come nel caso precedente. Questa volta, però, il promontorio non era un pendio, bensì una rupe a picco verticale con leggere creste sulla superficie piatta, rivolta verso il fiume. La montagna che formava questa parete si ergeva dritta fino a grande altezza, quindi non c’era modo di scalarla lateralmente. L’unica via era strisciare lungo l’orlo della roccia, affidando mani e piedi ai solchi irregolari sulla superficie verticale della minacciosa scogliera. Sotto, con una tumultuosa corrente, scorreva il Gange. Scivolare dalla roccia avrebbe significato precipitare nei vortici spumeggianti del fiume.

Questa era la situazione che si parava davanti a loro. Dopo aver atteso circa mezz’ora, Ramdas fu raggiunto dai due amici. Le condizioni del piede di Bhavanishankerrao erano gravi e accusava un forte dolore. Valutarono il pericolo e la difficoltà nel proseguire. Ramcharandas suggerì che l’unica alternativa era tornare indietro e Bhavanishankerrao diede il suo assenso silenzioso alla proposta. Ma Ramdas doveva obbedire alla volontà di Ram, che era di affrontare il sentiero pericoloso. Comunicò agli amici la sua decisione. Ramcharandas era contrario e dichiarò che era pura follia avventurarsi su un sentiero inaccessibile. Ramdas non aveva argomenti da offrire, rispose solo che il richiamo interiore di Ram era insistente e che doveva obbedirgli, fosse follia o meno.

Mentre Ramcharandas stava ancora protestando, videro tre montanari, due uomini e una donna, strisciare lungo lo stesso precipizio verso di loro provenendo dalla direzione opposta. Dopo che ebbero attraversato, Ramdas si alzò e stava per avanzare verso l’insidiosa roccia, quando i montanari gridarono:    

«Attenzione, non tentate l’impresa solo perché noi ci siamo riusciti. Siamo gente di montagna, addestrata a tali arrampicate fin dall’infanzia. Il vostro caso è diverso e correte un grave rischio. Siate ragionevoli. Per l’amor di Dio, non siate temerari e non gettate via la vita».

«Swamiji», parlò di nuovo Ramcharandas, «ciò che dice quell’uomo è totalmente ragionevole; vi prego, rinunciate all’idea».

Ramdas, divertito da quelle parole, rispose con calma: «Ebbene Ram (Ramcharandas), non hai osservato che l’impresa è stata compiuta con successo da una donna, mentre Dio ci ha fatti uomini e noi esitiamo?».        

A questa osservazione pungente, Ramcharandas si infiammò. Il suo ardimento si risvegliò e rispose: «Sappiate che per quanto mi riguarda non mi dispiace condividere la sorte con voi, ma che dire di Bhavanishankerrao? Sapete bene che, poiché la sua caviglia è distorta, non può affrontare l’impresa».

Ramdas era irremovibile, spinto da una forza interiore a cui non poteva resistere. Si lanciò verso il precipizio e il suo corpo agile si arrampicò sulla parete. Le dita si aggrappavano alle fessure, le punte dei piedi cercavano i solchi, il respiro era sospeso. Strisciò avanti con fatica e, dopo dieci minuti di sforzo estremo, fu dall’altra parte, sulla cima. Poteva vedere i due amici seduti sulla sabbia sul lato opposto e cominciò a richiamarli freneticamente perché lo seguissero. Ramcharandas scomparve improvvisamente dalla vista, poiché stava tentando la scalata; dieci minuti dopo, era al suo fianco. Ma Bhavanishankerrao era ancora seduto dove l’avevano lasciato: certamente sarebbe salito anche lui, se il suo piede fosse stato in buone condizioni. Ramdas comprese allora la gravità della situazione.

Lasciare Bhavanishankerrao da solo, menomato com’era e per di più a metà strada in un luogo sconosciuto, non era pensabile, tanto più che non era abituato a simili avventure. Rivolgendosi a Ramcharandas, Ramdas disse: «Ram, Bhavanishankerrao non può essere lasciato solo con una caviglia slogata. Dovresti tornare da lui e scortarlo fino a Swargashram. Per quanto riguarda Ramdas, non si torna indietro: egli deve procedere alla ricerca del Vasishtashram. Dipende solo da Ram se ci rivedremo ancora, poiché egli sta per perdersi nello sconcertante labirinto delle colline e delle foreste himalayane».

Ramcharandas dovette ritirarsi. Si unì al suo compagno sull’altro lato e insieme partirono per Swargashram. Ramdas era ora solo, sebbene, occorre ricordare, che Ram era sempre in sua compagnia. Corse avanti, danzando sulle rive del Gange. Girò una curva della sponda e proseguì per circa ottocento metri, solo per incontrare un altro promontorio. Guardò in alto e scorse, a circa quindici metri di altezza, una cavità, un’ampia apertura spalancata nella collina. Poiché aggirare la parete lungo il bordo scosceso del fiume era fuori questione, risalì il pendio a quattro zampe e, arrampicandosi come un topo, giunse alla cavità. Era una grotta poco profonda dove riusciva a stare appena eretto. All’interno, sulla volta, scorse un enorme favo e migliaia di api che ronzavano intorno alla loro pittoresca dimora. La dolce musica del loro ronzio riempiva la grotta ed egli l’ascoltò per un po’ in rapimento. Uscendo, osservò il panorama: l’enorme roccia davanti a sé era molto liscia e scivolosa e si estendeva per oltre novanta metri. Cosa fare? Ramdas parlò:       

«Ram, sembra essere Tua volontà che Ramdas non visiti il Vasishtashram, sebbene sia per Tua volontà che egli abbia iniziato questa avventura. Cosa importa a Ramdas? Tornerà per la via da cui è venuto».        

Non provò alcun senso di delusione. Scese sulla riva del Gange e, voltandosi indietro, riprese a correre vicino al bordo dell’acqua. Non aveva percorso cinquanta metri quando si imbatté in una vista che ne arrestò il cammino: uno scheletro umano giaceva davanti a lui, lambito dalle acque. Dalla taglia sembrava appartenere a un ragazzo adolescente. Era uno scheletro recente e le ossa conservavano ancora la loro lucentezza naturale; a parte alcune ciocche di capelli e brandelli di pelle sul cranio, era stato completamente spogliato della carne.

Finora silenzioso, Ram si rivolse allora a Ramdas:   

«Ramdas, vedi lo scheletro, questa mera massa inerte di ossa? Anche il tuo corpo è fatto della stessa sostanza e un destino simile lo attende. Il corpo è transitorio, perituro, e non hai alcuna ragione per esserne orgoglioso. L’unico scopo per cui ti è concesso è di utilizzarlo per il Mio servizio, finché non cade e si riduce alla stessa condizione di questo scheletro senza valore».     

Ramdas imparò la lezione. Ram è il più grande maestro del mondo e, a seconda delle occasioni, assume qualsiasi parte scelga. È un attore consumato e maestro in tutte le arti.

 

2. Siete nelle mani di Dio

Ora Ramdas tornò sui suoi passi e si avvicinò alla rupe a picco dove si era separato dai due amici. Mentre vi si dirigeva, una voce lo chiamò dalla riva del fiume. Si fermò e vide due montanari, che erano certamente Ram in quelle forme, intenti a riempire le loro brocche d’acqua. Uno di loro gli andò incontro e gli chiese dove fosse diretto. Ramdas spiegò che desiderava visitare il Vasishtashram, ma poiché Ram non gli aveva mostrato la via, stava tornando indietro. Le vie di Ram sono meravigliose. 

L’uomo disse: «Il Vasishtashram è ancora lontano. Non c’è sentiero lungo la riva del fiume. Dovete scalare l’alta montagna di fronte: lì vedrete una traccia in mezzo alla giungla. Seguitela. Raggiunta la cima, dovete scendere dall’altro lato, dove vedrete da lontano la cupola di un mandir. Prendetela come punto di riferimento: dovete procedere verso di essa e raggiungere Shivapuri, il piccolo villaggio in cui sorge il tempio».

Indicò di nuovo il sentiero, di cui si poteva scorgere una sottile striscia sulla montagna. Ramdas vi si diresse subito, inerpicandosi sempre più in alto. Era una salita ripida, ma Ramdas non si fermò nemmeno per prendere fiato. Il potere divino in lui lo aveva dotato di una meravigliosa agilità e di una non comune resistenza. Un’ora di cammino lo portò alla vetta, da cui poteva osservare la cupola del mandir menzionata dal montanaro. Qui iniziò la discesa. La montagna era ricoperta da una fitta foresta e in alcune occasioni egli dovette farsi strada tra l’intricato labirinto di arbusti e alberi. Corse giù per il pendio a tutta velocità finché, in fondo, incontrò di nuovo il fiume amato. Bevve a sazietà la sua acqua simile a nettare e proseguì verso Shivapuri, ormai vicina.

Oltre al tempio, Ramdas trovò nel villaggio solo cinque o sei capanne di contadini. Uno di loro, vedendolo, lo invitò nella sua dimora. Ramdas entrò e si sedette su una stuoia stesa per lui. Vide un bel bambino giocare vicino a una macina: lo prese subito in grembo e cominciò a vezzeggiarlo e a ridere con lui. Il contadino e la moglie lo guardavano teneramente, come se un nuovo figlio fosse venuto a giocare con il loro. Quando egli disse che era in viaggio per il Vasishtashram, entrambi lo fissarono con meraviglia. Non soltanto era da solo, ma non aveva nulla con sé tranne il suo lungo cappotto di khaddar e un maglione economico come biancheria intima, che consegnò all’amico contadino prima di ripartire, e un pezzo di coperta.

«Guardate qui, sadhuji», disse il contadino, «sta facendo buio. Erano allora circa le sei e mezza di sera. Potete dormire nel tempio e mia moglie vi manderà un po’ di khichadi[1]. Per quanto riguarda il vostro viaggio al Vasishtashram, non so cosa dirvi. Non esiste un percorso segnato e senza una guida non potete sperare di raggiungerlo. So che persone come voi non possono essere dissuase, quindi vi dirò solo questo: andate lungo la riva per circa tre chilometri finché vedrete, sull’altro lato del fiume, un gruppo di alberi che si piegano sull’acqua. Ricordate quel punto. Proprio di fronte a quegli alberi, sul vostro lato della collina, scoprirete un sentiero. Lì, abbandonando la riva del fiume, prendete la traccia e salite sulla collina. Cos’altro potrei dirvi? Siete nelle mani di Dio ed Egli provvederà a voi».

Con queste parole accompagnò Ramdas al mandir e lo lasciò. A tempo debito arrivò il khichadi: aveva un sapore celestiale, perché era colmo di prem, ovvero di amore.

L’interno del tempio misurava circa due metri per due e la sua guglia si stagliava alta nel cielo. L’intera struttura era costruita su una piattaforma di pietra rialzata. Le porte erano aperte e gli ultimi raggi di luce del giorno morente, filtrando all’interno, mostrarono a Ramdas una serie di piccole effigi di ottone poste su uno sgabello basso e largo, appoggiato alla parete posteriore. Sopra le immagini, appeso a due pioli sul muro, c’era anche uno scialle ruvido di lana rossa del Kashmir. Con l’avvicinarsi della sera il freddo si era fatto sentire; Ramdas stese sul pavimento la coperta che aveva portato con sé, prese lo scialle del tempio per coprirsi e si sdraiò. In verità, la Divina Madre dell’universo è sempre vigile per proteggere i Suoi figli. Non appena Ramdas chiuse gli occhi, sentì qualcuno entrare; si sedette e vide un uomo davanti a sé, i cui lineamenti non erano distinguibili nella luce fioca.

«Sono il pujari di questo tempio», si presentò l’uomo. Lo scrutò da vicino, tastò lo scialle e poi, guardando i pioli vuoti sul muro, esclamò:        

«Dunque avete preso lo scialle. Esso appartiene a Thakurji», riferendosi a Dio.
Ramdas gli pose allora una semplice domanda: «Potete mostrare a Ramdas dove si trova il vostro Thakurji?».   

Subito l’uomo esclamò: «Vi chiedo perdono, sciocco cieco che sono! Voi siete Lui, voi siete Lui. Avete ogni diritto di usarlo, Maharaj». All’istante divenne tutto gentilezza e amore e aggiunse: «Posso portarvi qualcosa da mangiare? Ho del cibo pronto a casa mia. Sarebbe per me una grande gioia potervi nutrire: vi prego, accettate il mio umile pasto».

«Ramji», rispose Ramdas, «Ramdas ha già cenato. Grazie per la vostra gentilezza. Voi siete davvero Ramji». L’uomo allora lo lasciò.

Alzatosi presto la mattina seguente, Ramdas lasciò Shivapuri e riprese il viaggio lungo la riva del fiume. Il segnale indicato dal contadino andò perduto e una camminata di circa cinque chilometri lo portò a un punto dove ogni ulteriore progresso era interrotto. Tentò di scalare una scogliera, ma dovette rinunciare, poiché era troppo ripida e priva di appoggi. Si fermò e parlò a Ram:

«Ram, stai giocando un gioco divertente con Ramdas. Fa’ come vuoi. Ramdas torna indietro. Se gli chiedessero perché non ha raggiunto il Vasishtashram, direbbe chiaramente che l’hai ingannato e l’hai rimandato indietro a metà strada». Era tutta volontà di Ram, era il gioco di Ram.

Ancora una volta Ramdas tornò sui suoi passi e verso le nove raggiunse nuovamente Shivapuri. Non sentendo l’impulso di entrare nel villaggio, proseguì il cammino. Superò la sponda del fiume vicino all’abitato ma, dopo pochi metri, incontrò due montanari, forme di Ram, poiché tutte le forme sono Sue, che venivano verso di lui con due bidoni di cherosene vuoti legati alle spalle. Erano giovani alti. Lo salutarono con un «Ram, Ram» e gli chiesero dove fosse diretto. Egli spiegò il suo desiderio di visitare il Vasishtashram, gli ostacoli incontrati e la sua decisione finale di ritirarsi verso la pianura.

Uno di loro disse: «Tornate di nuovo indietro. Noi verremo con voi, poiché anche la nostra strada è verso il Vasishtashram. Possiamo scortarvi e farvi da guida».         

Ram, che giocatore volubile sei! I due amici erano camminatori veloci, abituati alle arrampicate in collina; pensarono quindi che sarebbe stato meglio far camminare Ramdas davanti a loro affinché non rimanesse indietro. Ma il potere di Dio pulsava nelle vene di Ramdas: egli saltellò, danzò e corse, mentre gli amici lo seguivano come meglio potevano. Iniziò quindi una salita tra le colline e, ancora una volta, la sua andatura fu assai rapida. Correva su come uno scoiattolo e, dopo aver guadagnato un po’ di altezza, si fermò a guardare indietro. I due compagni erano ancora a una cinquantina di metri più in basso e lo inseguivano con foga. Agitarono le mani e chiamarono perché si fermasse, lo raggiunsero ansimando e, scrutandolo con uno scintillio curioso negli occhi, dissero:    

«Non siete un uomo comune. Ci avete quasi tolto il fiato e non è bene avervi davanti. D’ora in poi ci seguirete». A quelle parole Ramdas non poté trattenere una risata, alla quale essi si unirono di cuore. Dovette così procedere dietro di loro. Il galoppo fu ridotto a un trotto, ma egli, stando a ridosso delle loro schiene, saltava come una palla di gomma elastica: il gioco della shakti in lui era irresistibile.

Verso l’una del pomeriggio il gruppo raggiunse la cima di un’alta montagna dove sorgeva una lunga e stretta capanna, abitata da contadini e dal loro bestiame. Il sole era caldo, così gli amici proposero di riposarsi un po’. Fu chiesto a Ramdas di sedersi sul fieno steso sul pavimento di una piccola capanna esterna. I compagni entrarono nella costruzione principale e prepararono, con le provviste fornite dagli ospitali abitanti, un pasto sostanzioso a base di riso, curry con verdure e yogurt. Quando tutto fu pronto, lo invitarono a unirsi a loro ed egli consumò una cena rinfrescante. Partecipò a quel cibo degli dei, così semplice, pulito e delizioso. Dopo un’ora di riposo, riprese il viaggio con i due amici. Ora il sentiero attraversava rovi, cumuli di foglie secche e un intreccio di alberi e rampicanti. Era una discesa graduale e verso le sei il trio scorse nuovamente la riva del fiume. Uno di loro disse: «Ora siamo molto vicini alla grotta di Vasishta».

«Dove? Dove?», gridò Ramdas con gioia irrefrenabile. Arrivarono sulla sponda. «Là», indicò l’amico verso l’ampia apertura della grotta a breve distanza. Ramdas non riuscì a trattenersi e si precipitò in quella direzione rapido come il vento, lasciandosi i compagni alle spalle. All’ingresso della grotta trovò un sadhu alto e magro, che indossava solo un kaupin[2]. Gli amici che lo guidavano gli avevano detto che la grotta era abitata da un mahatma.

Appena vide il sadhu, Ramdas corse verso di lui e si prostrò ai suoi piedi. Il sadhu non sembrò gradire quella modalità di saluto e glielo manifestò con un gesto delle mani. Entrò nella grotta e Ramdas lo seguì. Era una cavità grande e spaziosa, alta circa tre metri, larga quattro metri e mezzo e lunga sei. Mentre Ramdas entrava, notò nell’angolo sinistro una serie di barattoli disposti in fila. Il pavimento era coperto nella parte anteriore da due sacchi di juta e, all’estremità più lontana, da un’ampia trapunta bianca che fungeva da giaciglio per il sadhu. Al centro della grotta c’era un piccolo focolare. Presso l’ingresso, sulla destra, vi era una pila ordinatamente accatastata di legna da ardere. Ramdas si sedette su uno dei sacchi di juta e il sadhu occupò il suo posto. Intanto erano arrivati anche gli amici che lo avevano guidato: rimasero per alcuni minuti, poi presero congedo e partirono. Ram, dopotutto, aveva condotto il Suo bambino all’ashram.


[1] Piatto unico, nutriente e facile da digerire, ottenuto cuocendo insieme riso e lenticchie con spezie, erbe e ghee (burro chiarificato).

[2] Pezzo di stoffa indossato dagli asceti a coprire le proprie parti intime; perizoma.