Ramdas: ‘Nella Visione di Dio’ – Capitolo 29

CAPITOLO XXIX

VASISHTASHRAM

 

1. La coppa di latte

Il sadhu guardò Ramdas e chiese: «Cosa ti ha portato qui?».        

«Ram ha portato Ramdas qui per vedere la grotta e anche per il tuo darshan», rispose Ramdas.

«Hai mangiato durante il giorno?», indagò l’altro.

«Sì», disse Ramdas, «le guide che lo hanno scortato fin qui sono state così gentili da nutrirlo lungo la strada».     

Ora, fissando Ramdas più da vicino, egli chiese:      

«È tutto quello che hai con te? Possiedi del denaro?».       

«No, Ramdas non ha ricevuto da Ram alcun comando di portare denaro con sé», rispose Ramdas.

«In tal caso, sei venuto qui per morire di fame», disse il sadhu con tono risoluto. «Ora ascolta», continuò, «ti dirò come stanno le cose per me. Non sono né un sadhu né un mahatma: sono un semplice mercante vaishya[1]. Occupo questa grotta per tre o quattro mesi all’anno, poiché non è possibile rimanere qui durante le piogge, quando il fiume si gonfia e le sue acque inondano la cavità. Il resto dell’anno lo trascorro nel mio luogo natale, in pianura; lì mi dedico a qualche commercio e metto da parte circa duecento rupie, con le quali vengo qui. Non devo nulla a nessuno. Spendo i miei soldi per soddisfare i miei bisogni e da un mese vivo solo di latte. Ne prendo quotidianamente non più di tre quarti di litro, che procuro dai villaggi sulle montagne.     

Un uomo del villaggio mi porta il latte ogni giorno a mezzogiorno e io lo pago in contanti. Capisci? Se vuoi del cibo, dovresti salire sulle colline e chiedere la bhiksha nei villaggi. Salire e scendere ti porterebbe via gran parte della giornata e, a quel ritmo, non varrebbe la pena per te restare qui. Quindi ti consiglierei di lasciare questo posto il prima possibile. Quali sono i tuoi piani? Quanto a lungo intendi fermarti?».   

«Ramdas non ha piani, non sa quanto a lungo Ram desideri che si fermi qui. Tutto dipende da Lui. Per quanto riguarda il cibo, Ramdas è contrario ad assumere cibo solido in un luogo in cui voglia dedicare tutto il suo tempo a Dio, nella veglia e nella meditazione. Poiché Dio gli ha concesso la forza di resistere anche solo con l’acqua per alcuni giorni, preferirebbe non scalare la collina in cerca di cibo».

Il sadhu fu provocato da quella risposta. Fissando intensamente Ramdas, disse in modo derisorio:

«Basta con le tue chiacchiere. Ho conosciuto molti sadhu del tuo tipo che parlano fluentemente di digiuni a base d’acqua, ma non sono riusciti a osservarli nemmeno per un giorno. Niente spacconate con me». Ramdas vedeva chiaramente che Ram era tornato al Suo vecchio gioco. «Bene», proseguì l’altro, «dici che non prenderesti cibo solido: il che significa che preferisci i liquidi, eh!».

«Esattamente, solo acqua, o latte se Ram provvede», replicò tranquillamente Ramdas.

Il sadhu sbottò: «Ah! Eccoti. Ora il gatto è fuori dal sacco». Chinandosi verso Ramdas e puntandogli il lungo indice, con sguardi pieni di disprezzo e parole tinte di sarcasmo, parlò di nuovo: «Sei venuto qui per condividere una parte del mio latte quotidiano e farmi morire di fame, è questo che intendi?».        

Ram, che attore consumato sei! Come è il maestro, così è il servo. Ramdas, che ha imparato quest’arte ai Tuoi piedi, può incontrarti sul Tuo stesso terreno. Il gioco stava assumendo una piega interessante.

Ramdas rispose con calma: «Ramji, non v’è alcun desiderio da parte di Ramdas di avere una parte del tuo latte. Se Ram, che è tutto amore, provvederà, egli avrà del latte; ma se Egli sceglierà di non farlo, Ramdas si accontenterà della sola acqua che può essere ottenuta in abbondanza dalla madre Ganga».        

«Vedremo, vedremo», lo interruppe l’uomo. «Ora, per la notte che si avvicina rapidamente, ti mostrerò due grotte. Vieni». Si alzò e uscì: «Puoi occuparne una qualsiasi».

Portò Ramdas all’aperto e indicò due piccole grotte, una a sinistra e l’altra a destra della grande cavità in cui viveva. Ramdas scelse quella a sinistra: era appena sufficiente per starvi dentro e, inoltre, il pavimento era coperto da uno strato di fieno. Quando Ramdas vi entrò, sentì che il freddo all’interno era intenso, come se tutto il gelo esterno avesse trovato rifugio lì dentro con l’avvicinarsi della sera. 

«Puoi occuparla più tardi, vieni con me nella mia grotta. C’è ancora luce e possiamo sederci insieme per un po’» disse l’uomo, e Ramdas lo seguì.

Da uno dei suoi barattoli, il sadhu prese alcuni pezzi di zucchero e, sciogliendoli in una coppa d’ottone piena d’acqua, offrì lo sciroppo a Ramdas. Ramdas bevve l’acqua zuccherata. Poi l’altro preparò un chilam di tabacco e chiese se Ramdas fumasse. Ramdas rispose che non aveva obiezioni a fumare, quando Ram lo offriva.

«Sei un tipo sorprendente» esclamò l’uomo, «sei abituato a fumare, eppure non porti con te niente per fumare!».

Ramdas spiegò di essere schiavo solo di Ram e di nessuna abitudine, poi tirò qualche boccata dal chilam. Si stava facendo ormai buio e il sadhu aveva acceso una piccola lampada di terracotta sospesa a un supporto di legno. Ramdas si alzò per dirigersi verso la piccola grotta che aveva scelto di occupare, quando il sadhu lo fermò dicendo:           

«Stasera puoi stare con me. Da domani vivrai nell’altra grotta».  

Ram era davvero gentile. Ramdas desiderava profondamente rimanere almeno per una notte nella grande cavità, la famosa grotta di Vasishta. Tornò sui suoi passi e sedette di nuovo accanto al sadhu. In seguito non ci fu più alcuna conversazione; egli rimase seduto per circa due ore in silenzio e poi, ottenuto il permesso del sadhu, si sdraiò. Per tutta la notte restò in uno stato di dormiveglia. Il sadhu non dormì affatto: appoggiato a un cuscino, fumava a brevi intervalli il suo hookah e, di tanto in tanto, metteva in bocca un pezzo di zucchero.

La notte passò. All’alba Ramdas si mise a sedere, ma non sentì alcun impulso a muoversi. Dopo un po’ il sadhu improvvisamente divampò e disse con voce aspra:       

«Esci, cosa stai facendo qui? Vai nella tua grotta. Desidero entrare in samadhi».
Ramdas scivolò fuori tranquillamente ed entrò nella piccola grotta, dove rimase immobile per l’intera giornata. Verso mezzogiorno due uomini passarono portando il latte per il sadhu. Mezz’ora dopo, uno di loro si presentò con una coppa di latte, dicendo che il sadhu gli aveva chiesto di offrirla a Ramdas. Egli recitò allora la sua parte con la stessa abilità con cui Ram recitava la Sua: rifiutò il latte e chiese all’uomo di riportarlo indietro. Fu allora il sadhu in persona a venire con la coppa e, avvicinandosi a Ramdas, lo esortò a bere.

«Maharaj, scusa Ramdas. Come puoi aspettarti che egli riceva una parte del latte che ti occorre per la giornata? Ricorderai come lo hai avvertito dicendo: “Sei venuto qui per condividere il mio latte quotidiano e farmi morire di fame?”».    

A quel discorso diretto l’uomo trasalì e abbassò gli occhi, ma continuò a insistere.
«Ti prego» insistette, «desidero che tu prenda questo latte. Ho aggiunto abbondante acqua del Gangaji e per me ne è rimasta una quantità sufficiente».       

«È chiaro che Ram vuole che Ramdas viva a dieta d’acqua per alcuni giorni, ma poiché sei così insistente, per questa volta egli accetta il tuo latte a condizione che non gli venga offerto di nuovo; se anche lo facessi, non lo accetterebbe in alcun modo».      

Il sadhu disse concitato: «Va bene». E Ramdas bevve il latte.

 

2. La visione di Cristo

Fino a sera Ramdas rimase nella sua grotta. Quando la notte si avvicinava, scorse il sadhu fare capolino dall’ingresso della cavità principale e gridare:          

«Ti andrebbe di venire da me per fumare un po’?».

Era evidente che desiderasse la compagnia di Ramdas. Questi, di conseguenza, lo seguì nella sua grotta; l’uomo gli offrì alcune boccate del suo hookah e una coppa di acqua zuccherata. Non ci fu molta conversazione. Prima che diventasse completamente buio, Ramdas lo lasciò e tornò alla propria grotta. Il freddo notturno all’interno era molto intenso: egli si avvolse nel pezzo di coperta e sedette in meditazione. Circa due o tre ore dopo la mezzanotte, fu spinto da Ram ad andare dal sadhu per chiedere un tizzone ardente. C’erano pezzi di legno secco sparsi davanti all’ingresso e pensò di accendere un fuoco. In realtà egli poteva sopportare il freddo, eppure, perché quell’idea del fuoco? Ram, forse vuoi divertirti un po’, altrimenti perché lo sproni a questo? Ramdas strisciò fuori nell’oscurità, raggiunse l’altra grotta ed entrando chiamò:     

«Maharaj, vorresti gentilmente dare a Ramdas un po’ di fuoco? Vorrebbe accenderne uno nella sua grotta».         

«Eh!» ringhiò l’altro, «non puoi sopportare il freddo e vuoi il fuoco. Stai cedendo, ragazzo mio. Ecco, prendilo».       

Ramdas prese un tizzone ardente e tornò indietro. Mentre si allontanava, sentì il sadhu borbottare qualcosa nel suo tipico tono beffardo e non poté fare a meno di ridacchiare tra sé: «Ram, sei un vero burlone!». Il fuoco fu acceso e bruciò tutta la legna che egli riuscì a raccogliere al buio.

Allo spuntare dell’alba, Ramdas uscì all’aperto. La luce del mattino gli offrì una scena affascinante. Il fiume scorreva a circa venti metri dalla grotta e numerosi massi enormi erano sparsi sulla riva. Si arrampicò su una di queste rocce per ammirare l’incantevole panorama.

Tra una catena di alte montagne che sfioravano il cielo, le acque scintillanti del Gange sgorgavano oltre le grotte. Le vette erano ricoperte da una fitta vegetazione e sembrava che un tappeto multicolore fosse steso su di esse. Nuvole color arancione si muovevano lentamente nel cielo, su uno sfondo di puro blu. La quiete, la frescura e la nebbia grigia pervadevano l’intera atmosfera. L’anima di Ramdas vibrò di una gioia inesprimibile. Per un istante, ogni cognizione del tempo, del luogo e delle circostanze andò perduta. Non c’è da meravigliarsi che Vasishta abbia scelto questo luogo per il suo ashram: respirare quell’aria è meditazione stessa. Il tuo intero essere rimane fuso nell’esistenza infinita di Dio e ti ritrovi semplicemente inebriato di pace e gioia eterna.

Tranne che per andare al fiume due o tre volte al giorno a bere, Ramdas trascorse tutto il suo tempo sulla roccia. Quando la notte gettò il suo manto oscuro sulla scena, egli tornò alla sua grotta. Se durante la prima notte aveva avvertito il freddo, pur riuscendo a sopportarlo, durante le notti successive ne fu completamente libero. Come al solito, anche la seconda notte passò in uno stato di dormiveglia beato; al mattino si ritrovò di nuovo sulla roccia e, quando il sole fu alto nel cielo, vide un montanaro in piedi davanti a lui.
L’uomo domandò: «È vero che sei deciso a morire di fame?».          

Ramdas non ebbe risposta da dare e si limitò a sorridere. L’uomo gli diede alcune bacche acerbe: erano dure, eppure, per il sentimento d’amore con cui erano offerte, Ramdas le mise in bocca, le masticò un po’ e poi le gettò via. Anche il sadhu dell’altra grotta giunse sul posto e, fissando Ramdas, disse: 

«Sei venuto qui non per lo yoga ma per atmaghata[2], sciocco bello e buono che sei!».

A questa nuova frecciata, l’ilarità di Ramdas si accese di nuovo ed egli scoppiò in una risata di cuore. Poi si rivolse a sadhu dicendo:      

«O Ram, dopo aver portato qui il tuo bambino, lo fai digiunare e, per di più, lo chiami sciocco. Ebbene, fa’ come vuoi».

Qui Ramdas scoprì la verità del detto che descrive l’uomo come Dio che fa il matto. Il sadhu controllava a fatica la sua rabbia e, non riuscendo a dire altro, si girò e tornò nella sua grotta. Passò un altro giorno e da allora in poi il sadhu si curò di evitare Ramdas. I giorni trascorrevano sulla roccia e le notti nella grotta; così passarono altri tre giorni.

Giunse infine la notte memorabile. Era il quinto giorno e forse era passata la mezzanotte; le notti erano di un buio pesto. Ramdas di solito sedeva tutta la notte nella grotta, quando improvvisamente questa fu illuminata da una luce strana. Egli vide seduta davanti a lui sul pavimento, a circa un metro di distanza, la figura di un uomo. Il suo volto era abbagliante, di uno splendore celestiale; i lineamenti erano fini, regolari e bellissimi. Aveva una barba corta, nera e lucida e i baffi. Le labbra erano color cremisi e rivelavano denti bianchi come il latte e lucenti, mentre morbidi riccioli neri scendevano sulle sue spalle. Indossava una lunga veste, una tunica color cioccolato scuro con maniche molto larghe. Ciò che affascinò Ramdas furono i suoi occhi: scintillavano come stelle gemelle e i raggi che emettevano erano pieni di tenerezza, amore e compassione.

Ramdas li fissò, incantato e deliziato. Gli venne in mente: «Questo è Gesù Cristo». C’era un’altra figura accanto a lui, ma gli occhi di Ramdas non erano per lei, sebbene fosse consapevole della sua presenza: poteva trattarsi di un discepolo. Ora le labbra di Cristo si mossero. Stava parlando. Ramdas ascoltò, ma non riuscì a comprendere ciò che diceva; la lingua gli suonava strana e sconosciuta. Parlò forse per un minuto, poi la visione svanì, mentre il bagliore della luce rimase nella grotta ancora per alcuni istanti. Ramdas fu completamente immerso nell’estasi e tornò alla coscienza esterna solo a giorno inoltrato.

 

3. L’egoismo: radice di ogni ignoranza

Ora Ram gli fece capire che il suo soggiorno in quel luogo stava per concludersi. Non aveva pensato all’ora precisa per la partenza e, fino alle tre, rimase come al solito sulla roccia all’aria aperta. Ram, dentro di lui, gli disse: «Cinque giorni di digiuno hanno indebolito il tuo corpo, quindi non sei in condizioni di affrontare il viaggio di ritorno a Swargashram. Vai dal sadhu e chiedigli di nutrirti con roti e dal e poi parti».

Ramdas andò direttamente dal sadhu nella grotta. Questi mostrò sorpresa alla sua vista: con gli occhi dilatati lo guardò e scosse la testa con aria interrogativa. Ramdas osservò in lui un marcato cambiamento: il volto era pallido, scavato e tormentato. I suoi frequenti eccessi di rabbia dovevano averlo logorato profondamente.  

Ramdas disse: «Maharaj, Ram vuole che Ramdas prenda ora congedo da questo luogo, ma poiché le sue membra sono deboli a causa del digiuno, è venuto a pregarti di nutrirlo con roti e dal, in modo che possa recuperare la forza necessaria per il viaggio di ritorno».

Per un istante il sadhu rimase in perfetto silenzio, poi un sorriso brillò sul suo volto. Per prima cosa sciolse un po’ di zucchero nell’acqua e, dopo averla fatta bere a Ramdas, gli chiese di seguirlo. Lo condusse all’aperto ed entrambi camminarono fino ai piedi di una montagna, a circa duecento metri di distanza. Lì, presso un piccolo ruscello che scendeva dalla collina, trovarono cinque montanari robusti al lavoro. Stavano lavorando il legno su un tornio rudimentale azionato dall’acqua, una ruota di legno grezza che ruotava su un lungo fuso alla cui estremità era fissato un tronco arrotondato. Con strumenti affilati modellavano il legno, producendo vasi dalla forma bellissima. Il sadhu, avvicinandosi a loro, disse: 

«Guardate, qui c’è un sadhu che ha digiunato per cinque giorni e ha bisogno di cibo. Io non ho provviste con me. Uno di voi potrebbe salire al villaggio sulle colline e procurarmi il necessario per un pasto? Ecco i soldi per l’acquisto», e mostrò alcune monete.

Gli uomini lanciarono un’occhiata a Ramdas e, rivolgendosi al sadhu, dissero: «Dalle scorte di farina di grano, burro e lenticchie che abbiamo con noi possiamo offrirgli un pasto, ma non accetteremo denaro».       

Il sadhu ribatté: «Non va bene. Dovete accettare il prezzo di ciò che date. Desidero nutrirlo a mie spese».

Così li persuase ad accettare il denaro. Tornarono alla grotta con le provviste; il sadhu si dimostrò veloce e accurato in cucina e, in meno di mezz’ora, preparò quattro roti spalmati di burro e un curry di lenticchie verdi. Mentre era impegnato in quel compito, scelse di scambiare qualche parola con Ramdas.

«Che bravo compagno che siete! In questi cinque giorni mi avete fritto proprio come ora sto friggendo questi roti. Il vostro digiuno ha creato un grande fermento in tutti i villaggi sulle colline, da dove così tante persone hanno portato latte e cibo per voi, mentre sedevate su quella roccia ignaro di tutto. Li ho rimandati tutti indietro, perché non osavo venire a dirvelo. Mi avete negato persino il piacere di nutrirvi con il latte…».  

Qui Ramdas lo interruppe: «Cosa Maharaj? Rimproveri Ramdas di averti negato il piacere di nutrirlo? Lo hai provocato tu stesso con le tue parole».          

A questo egli rispose spazientito: «Me lo rinfacciate continuamente!».  

Ramdas lo fissò dritto negli occhi e il sadhu si accasciò sotto quello sguardo. Poi Ramdas disse:

«Maharaj, per favore ascolta. Ramdas è un umile servitore e un bambino innocente di Dio, ed è venuto qui solo per Sua volontà. È ancora Lui che lo ha spinto a digiunare in questi giorni. Ramdas non si è mai aspettato che tu lo nutrissi. Fin dal primo momento hai pensato di scacciarlo: hai cercato di spaventarlo, ma Ramdas non poteva essere spaventato. Gli hai parlato duramente, ma egli non poteva essere intimidito. Lo hai biasimato, eppure Ramdas è rimasto calmo e di buon umore. Questo da una parte. Dall’altra, sei stato molto gentile con lui: lo hai costretto a bere del latte il primo giorno, gli hai concesso il felice privilegio di restare per una notte nella tua grotta, lo hai deliziato con bevande dolci e tabacco e gli hai dato il fuoco persino nel cuore della notte. Il tuo aspetto mostra che, a causa di questo digiuno, ti sei sentito in ansia per Ramdas. Egli sa che tutto questo è il gioco di Ram. Gentilezza e durezza sono la stessa cosa per lui. Non sa cosa significhino yoga o atmaghata: è un semplice credente nell’onnipotente Nome di Dio. È quel Nome che ha portato Ramdas faccia a faccia con Lui».

Qui il sadhu interruppe: 

«Che voi non conosciate lo yoga, adesso non posso crederlo. Ammetto di aver commesso un errore: avrei dovuto capirlo dal colore della vostra veste. Nutro un vero terrore per i sannyasi. Il digiuno non vi fa bene e vi sprofonda in tamoguna[3], altrimenti non avreste parlato in questo modo».          

Ramdas rispose: «Ramdas non sa come agiscano in lui i guna. Fa tutto per volontà di Ram e anche ora sta parlando solo per Sua volontà. Ramdas non prova né odio né amore per nessuno, poiché è stato istruito da Ram che l’egoismo è la radice di ogni ignoranza in questo mondo, la causa di ogni miseria e dolore. Abbandonandosi al Signore dell’universo, il Maestro supremo del nostro essere, possiamo sradicare il senso dell’ego, ottenere l’illuminazione e raggiungere la pace e la gioia eterna. Questa grotta benedetta è la dimora dei rishi che realizzarono la Verità suprema. L’atmosfera qui è elettrizzante per il fervore della loro tapasya[4]. Vivendo in essa, non dimentichiamo lo scopo e la meta della vita, ovvero la realizzazione della Divinità dentro e fuori di noi».


[1] La terza casta nel sistema delle caste indiane, sotto a bramini (casta sacerdotale) e ksatriya (guerrieri). Comprende agricoltori, allevatori di bestiame, artigiani, mercanti e contabili.

[2] Suicidio, autodistruzione.

[3] Una delle tre qualità fondamentali (guna) della natura nel pensiero indiano, associata a inerzia, oscurità, ignoranza, pigrizia, sonno eccessivo e negatività.

[4] Intensa pratica spirituale.