Ramdas: ‘Nella Visione di Dio’ – Capitolo 30

CAPITOLO XXX

IL VIAGGIO DI RITORNO

 

1, Dio è un oceano di compassione

roti e il dal erano pronti. Il sadhu procurò alcune grandi foglie dagli arbusti all’esterno e, avvoltovi il cibo, chiese a Ramdas il suo kaupin di riserva; legò il fagotto con quello e glielo consegnò dicendo:           

«Andate alla riva del fiume, mangiate quanto vi occorre e mettete da parte il cibo rimanente che vi servirà lungo la via. Quando avrete finito, vi accompagnerò al bordo dell’acqua dove troverete un uomo con una zattera. Egli vi porterà sull’altra sponda. Potrete tornare indietro seguendo un nuovo percorso lungo l’altro lato del fiume».

Ramdas andò dunque alla riva del fiume e, seduto su una pietra, non riuscì a consumare più di un quarto di un roti e una piccola quantità di dal. Legò di nuovo il resto e si preparò a partire. Il sadhu lo condusse alla zattera e istruì il barcaiolo affinché lo traghettasse. Ramdas salì a bordo e il sadhu tornò alla sua grotta. La corrente era molto forte, ma il barcaiolo ne fu all’altezza e continuò a remare. In mezzo al fiume, chiese a Ramdas cosa portasse nel fagotto; egli rispose che si trattava di dal e roti. Allora, con un radioso sorriso, l’uomo disse:
«Ho così tanta fame che vi sarei grato se voleste darmi quel cibo».

Ramdas non ebbe bisogno di farselo chiedere due volte, né di ringraziamenti: con la più grande gioia gli passò il fagotto. Egli comprese allora che Ram aveva voluto che portasse con sé quel nutrimento proprio per il barcaiolo.

Ramdas giunse all’altra sponda. Mentre procedeva di pochi passi sulla sabbia, trovò un vecchio che con un’ascia tagliava i rami di un albero caduto per farne un palo. Ramdas gli andò vicino e sedette accanto a lui.

«Ramji», chiese Ramdas, «vorreste gentilmente indicare a Ramdas la via che conduce a Swargashram?».

Il vecchio gentile interruppe il lavoro e, alzando lo sguardo su di lui, disse: «Lo Swargashram è molto, molto lontano. Non c’è una traccia battuta né un sentiero tracciato. Dovrete procedere di tappa in tappa, chiedendo informazioni lungo il cammino. L’oscurità è ormai prossima, dunque non potete pensare di iniziare il vostro lungo viaggio adesso. Seguite il sentiero che vi mostro: un miglio più in alto troverete due case circondate da campi di grano. Rifugiatevi in una di esse. La gente del posto vi darà volentieri riparo per la notte e domani mattina potrete rimettervi in cammino».

Egli indicò un sottile sentiero a zigzag che saliva tra le colline in mezzo a una fitta vegetazione. Ramdas salì e, dopo circa un miglio, si ritrovò in una vasta area di campi verdi, con la montagna che si ergeva ancora più alta sullo sfondo. Notò due piccole case, distanti circa quaranta metri l’una dall’altra, in mezzo ai campi. Attraversò le terre coltivate verso una di esse. Davanti all’abitazione vi era una piattaforma rialzata di assi di legno sostenuta da grossi ceppi d’albero; egli vi salì sopra. Oltre a due ragazzi, un uomo di mezza età e un vecchio erano accoccolati lì sopra, intenti a rammendare una coperta lacera. Quando lo videro, l’uomo di mezza età si alzò e, presa in casa una coperta nera, la stese sul pavimento facendogli cenno di sedersi. Sedette. Gli chiesero da dove venisse e dove fosse diretto. Rispose che proveniva dal Vasisthashram ed era diretto allo Swargashram.

L’uomo di mezza età esclamò: «Dovete aver incontrato il sadhu che vive nella grotta. Egli non permette a nessun altro rinunciante di fermarsi in quel luogo: si impegna strenuamente per scacciarli. È un uomo aspro e crudele».        

Ramdas rispose: «Esteriormente può apparire aspro, ma possiede un cuore tenero. La lila di Dio è meravigliosa! Egli gioca in vari modi. Il sadhu ha nutrito Ramdas con dal e roti prima che egli lasciasse l’ashram; in molti modi si è dimostrato gentile e amorevole con lui».

L’altro replicò: «È strano. Noi lo abbiamo trovato tutt’altro che gentile e cortese. Ad ogni modo, cosa possiamo offrirvi per la notte?». Dopo una pausa di riflessione, aggiunse: «Qui possiedo molte mucche», e indicò una mandria che riposava in un recinto aperto di fronte alla dimora, «ma considero una sfortuna che al momento nessuna di loro dia latte, altrimenti sarei così felice di nutrirvi con quello».

Dopo un momento di pensiero chiamò suo figlio, uno dei ragazzi, e gli chiese di correre alla casa vicina con un recipiente per avere del latte. Stese poi due grosse coperte su una brandina di corda, l’unico mobile della casa, e acceso un fuoco davanti ad essa chiese a Ramdas di entrare e accomodarsi. Lo fece distendere e iniziò a massaggiargli le gambe.

Egli si rivolse a Ramdas con il cuore colmo d’amore: «Voi siete veramente Ishwara venuto nella mia umile dimora. Io sono solo un misero samsari, perduto nel vortice di maya. Ho invocato Dio perché mi concedesse la pace ed Egli, in risposta alla mia preghiera, è venuto a me nella vostra forma. Dio è davvero un oceano di compassione e di misericordia». Ramdas soggiunse: «Hare Ram, questa è tutta la Tua lila. Ishwara è l’amico degli indifesi e il servitore dei Suoi devoti. Ramdas è solo un bambino di Dio. Sei Tu, in verità, che lo stai inondando con il Tuo amore infinito».

Ramdas non trova parole per esprimere con quale materna gentilezza e cura quell’uomo lo accudì. Sua figlia, di circa dodici anni, preparò il cibo, poiché la moglie non era più nel mondo dei mortali.

L’interno della capanna era debolmente illuminato da un ciocco che ardeva nel fuoco. L’ospite lasciò Ramdas per tornare con una tazza dal bordo largo piena di latte caldo e un roti morbido, che sminuzzò e mescolò al latte. Nel frattempo, prese alcune cose bianche da un cesto colmo lì vicino e le offrì a Ramdas.    

«Mangiate queste», disse.        

Ramdas le premette tra le dita e le sentì morbide. Nella penombra riusciva a malapena a distinguere cosa fossero; ne mise un pezzetto in bocca: era delizioso.

L’ospite spiegò: «Quello che state mangiando è il kand, una radice. È bollita e in queste zone se ne trova in abbondanza».        

Ramdas rispose: «Ramji, Ramdas preferirebbe mangiare altri due pezzi di questa radice e vorrebbe essere scusato riguardo al roti e al latte».          

«No, no», ribatté amorevolmente l’uomo, «avrete entrambi. Potete onorare tutto il kand che desiderate, ma dovete bere anche il latte in cui ho sminuzzato il roti».       

Ramdas dovette bere il latte addensato con il roti e mangiare anche qualche altro pezzetto di kand. In seguito, tutti gli abitanti della casa consumarono il cibo della sera. Fin nel cuore della notte proseguì il felice colloquio su Dio, sulla bhakti, la prema[1] e l’ananda. L’ospite rimase per tutto il tempo in uno stato di estasi.

Dopo un paio d’ore di sonno, Ramdas si svegliò al mattino e riprese il viaggio. L’ospite era inconsolabile: con le lacrime agli occhi supplicò Ramdas di restare con lui un giorno di più, ma il comando di Ram di lasciare quel luogo era imperativo. Egli diede un abbraccio di commiato al gentile ospite, il quale gli disse:     

«Vedete, più in alto tra le colline, quella piccola macchia? È un gruppo di capanne. Tenete d’occhio quel posto e salite verso di esso. Potreste arrivarci a mezzogiorno e la gente ospitale del villaggio provvederà alle vostre necessità».

Attraversando foreste e vallate, Ramdas raggiunse il villaggio quando il sole era ormai a picco sopra di lui. Anche lì gli abitanti lo accolsero con la massima ospitalità. Terminato il nutrimento, egli si mise di nuovo in cammino.        

Il vecchio del villaggio disse: «Maharaj, dovete coprire ancora una distanza di circa dieci miglia. Non c’è sentiero, né vi sono villaggi lungo la via. Se vi avventurate da solo, solo Dio potrà farvi da guida; io posso indicarvi soltanto la direzione da prendere».

 

2. Dialogo di Ramdas con Ram

Il vecchio indicò la direzione con l’indice e Ramdas proseguì. Dopo aver camminato per circa un miglio si ritrovò in una fitta giungla: il terreno era coperto di foglie secche, profonde quasi fino al ginocchio, tra le quali dovette farsi strada a fatica. In realtà stava camminando a caso ed era d’umore colloquiale.

Si rivolse a Ram: «Madre divina, sei stata Tu a condurre questo bambino a vagare su queste colline sacre. Spetta a Te guidarlo».         

Mentre avanzava, giunse a un colle scosceso; lì scoprì, sul ciglio di un precipizio, una grotta, un profondo incavo nella roccia. Egli vi sbirciò dentro: era buio pesto. Aveva sentito dire che tali caverne erano solitamente tane di animali feroci e pensò di avere l’opportunità di ricevere il darshan di Ram sotto forma di tigre o leone. Saltò nella grotta, gridò «Hari Om» tre volte e attese il risultato. Nessuna fiera saltò fuori. Era volontà di Ram che non si trovasse faccia a faccia con animali selvatici. Uscì dalla grotta.

Davanti a lui si spalancava un profondo precipizio: occorreva scendere.

«Ora, Ram, cosa proponi?» chiese Ramdas.  

«Non temere, bambino, scendi», fu la fresca risposta di Ram.      

Ramdas si voltò, si calò lentamente e iniziò a scivolare verso il basso. Sfruttando le fessure della rupe scoscesa come appoggi per i piedi e prese per le mani, discese. Un minimo passo falso avrebbe significato una caduta di oltre sessanta metri e la distruzione certa del corpo, ma vi era la rassicurazione di Ram. La paura aveva ormai abbandonato Ramdas da tempo. Lentamente e con fermezza, passo dopo passo, egli scese. Il corpo di Ramdas pareva una bambola di gomma gonfiata ad aria, tanto appariva leggero e vivace; il respiro si era fermato automaticamente. I fragili sostegni per i piedi a tratti tremavano, facendo precipitare frammenti di strati rocciosi sotto la pressione del passo e producendo, nella caduta, suoni rimbombanti nelle profondità della valle sottostante. Egli non aveva idea di quanto tempo avesse impiegato per raggiungere il fondo del burrone: tutto era parso così veloce. Alla fine approdò alla base della roccia del tutto incolume. Qui gridò ancora una volta a gran voce «Hari Om», facendo risuonare l’eco tra le colline giganti tutt’intorno.

«Ram, quanto sei glorioso! Hai fatto compiere a Ramdas un’impresa davvero impossibile».

«Non è tutto, altre prove sono in serbo per te» rispose Ram, «prosegui».         

Ramdas continuò il viaggio nell’ombra fresca degli alberi titanici.           

«O Ram, quanto è benedetto Ramdas nel sentirti in sua compagnia anche in questo luogo solitario!».    

«Bambino mio, in futuro sarai sempre consapevole della Mia presenza accanto a te, in te e ovunque intorno a te» gli annunciò Ram. «Ti concedo questa conoscenza fondata sulla tua perfetta unità con Me: tu e Io siamo Uno».

Udendo ciò, Ramdas pianse di profondissima gioia. Percorse ancora mezzo miglio e giunse sull’orlo di un altro precipizio, più ripido del precedente e privo di qualsiasi appiglio per la discesa. Era una roccia liscia e piatta che scendeva verticalmente. Guardandola, egli ridacchiò e disse:    

«Ram, ora sei colto in fallo. Ramdas vorrebbe proprio sapere come affronterai il problema questa volta».

«Calma, calma», intervenne subito Ram. «Senza dubbio sei scaltro, ma io lo sono più di quanto tu possa mai immaginare. Guarda alla tua destra: lì il terreno digrada verso il basso; anche se il pendio è aspro e scivoloso, prova da quella parte».

Ramdas fece qualche passo in quella direzione e, accennando una capriola o due, disse tra le risate:

«Ram, sei un vero amico, ma così non va: vedi che il pendio non è solo ripido, ma è ricoperto di terra friabile. Appoggiarvi il piede significa scivolare e Ramdas rotolerebbe giù come un materasso ripiegato fino a raggiungere il fondo; ti piacerebbe, eh?».     

«Ramdas, la tua risata e le tue pose sono premature, non sembri fare uso degli occhi che ti ho dato. Guarda bene: sul declivio troverai dei ceppi di erba secca a una certa distanza l’uno dall’altro. Sono radici di grosse canne che, essendo secche, non si distinguono dal terreno, ma un attento esame te le rivelerà. Sono forti abbastanza da sostenere i tuoi piedi: scendi senza indugio».

Ram aveva ragione: le radici c’erano. Ramdas, di conseguenza, calandosi a carponi, scivolò verso il basso usando i ceppi d’erba secca come appoggi per i piedi, uno dopo l’altro, finché non raggiunse quasi la fine del pendio; oltre quel punto si apriva di nuovo un abisso scosceso e il declivio si interrompeva. La situazione in cui si trovava era estremamente pericolosa. Era arrivato a circa due metri dal ciglio estremo della china e, un metro più sotto, era visibile solo la debole traccia di un ceppo che avrebbe potuto sostenere appena la punta di un piede. Fermatosi lì, Ramdas chiese:          

«Ora, Ram, cos’altro?».

Ram era sempre pronto con i Suoi suggerimenti: «Guarda, bambino, un ramoscello che spunta dalle profondità proprio sul bordo del pendio. È spesso circa un centimetro. Raggiungilo con i piedi, scendendo di un metro con l’aiuto della piccola radice d’erba. Dopo saprai cosa fare».  

Ramdas seguì le istruzioni di Ram e afferrò il ramoscello tra l’alluce e le altre dita del piede sinistro, proprio come una scimmia. Certamente, in quel momento, Ramdas ricordò Hanuman, il grande devoto di Sri Ramchandra. Sentiva il corpo leggero come una piuma; con un piede così in bilico sul ramoscello, lasciò la presa dell’altro dalla radice d’erba. Per alcuni secondi il suo intero corpo rimase in equilibrio su un solo piede. Ramdas allora si rannicchiò e, ripiegandosi su se stesso, si aggrappò al ramoscello con entrambe le mani. Per tutto il tempo quel sottile rametto oscillava avanti e indietro in modo alquanto minaccioso.

Egli guardò in basso: la profondità sottostante era spaventosa ma, urrà! Ram, sei un operatore di miracoli! Il ramoscello su cui Ramdas si appoggiava apparteneva a un albero altissimo che svettava proprio dalla base del precipizio. Egli scese lentamente e, a poco a poco, raggiunse i rami più robusti. Ora la discesa divenne facile: l’albero era un vero gigante della foresta, un tronco così alto che Ramdas non ne aveva mai visto l’uguale. Alla fine raggiunse il fondo. Ora Ram rideva a spese di Ramdas, il quale restava in silenzio: ogni volta veniva battuto e Ram aveva la meglio.

Ancora una volta Ramdas s’imbatté in una grotta: vi entrò e lanciò un forte grido: «Hari Om», ma non ottenne risposta. Da lì in poi dovette superare molti altri declivi, ma lo fece con facilità. Correva ormai a tutta velocità, saltellando e danzando sulle rocce. Alla fine si ritrovò improvvisamente di nuovo sulle rive del Gange. Qui dovette compiere una piccola impresa sul bordo di una roccia che sporgeva nel fiume. Sulla sponda sabbiosa accelerò il passo finché non raggiunse Phulchetty. Lì vi era una dharmashala gestita da sadhu punjabi[2]; quando Ramdas corse verso l’edificio, un giovane sannyasi lo accolse a braccia aperte. Egli strinse Ramdas tra le braccia e lo abbracciò di cuore, come se avesse ritrovato un fratello o un figlio perduto da tempo.

Lo condusse all’interno della dharmashala, lo fece sedere su un asan, gli massaggiò le gambe per qualche tempo e lo nutrì abbondantemente con amore infinito. Ram, è tutta opera Tua, Tu che sei amore eterno, manifesto ovunque.         

Da Phulchetty, la sera stessa, Ramdas camminò fino allo Swargashram, ormai distante solo due miglia, che raggiunse prima che facesse buio.


1. Amore puro, intenso e disinteressato.

2. Della regione del Punjab, situata tra India e Pakistan.