Ho ripensato al dialogo che abbiamo avuto sul nirvikalpa nell’ultima seduta. Prima eri completamente attaccato alla visione dello yoga – Patanjali considera il nirbija samadhi imprescindibile per la liberazione. Di conseguenza hai sempre cercato di raggiungere un samadhi elevato e mantenerlo. Con tale disposizione ti fissi nell’identità di uno a cui manca qualcosa e che fa di tutto per ottenerla. Non è una buona idea per stabilirsi nel Sé.
Le esperienze di samadhi elencate nello Yoga-Sutra vanno e vengono, mente il sahaja samadhi è stabile perché non vincolato da alcuna esperienza, incluse le più sattviche. Il sahaja è vincolato unicamente al Sé: È IL SÉ! La tua erronea direzione ti ha impedito fino a poco fa di conoscere il sahaja samadhi di cui parla papà Ramana. In un colloquio sul nirvikalpa, Swami Annamalai afferma che il sahaja può stabilirsi anche prima di aver conosciuto il nirvikalpa samadhi, e cosa succede? Ora lo stai proprio verificano sulla tua pelle! Adesso, lavorando sulle istruzioni: “Entra nell’Unità”, e poi “Sii l’Unità”, e per ultimo “Abbandonati all’Unità”, ti sei rilassato e hai visto il sahaja. Va detto che ti sei rilassato anche perché hai un bel po’ di anni di sadhana che hanno permesso alla tua mente di purificarsi.
Cosa hai sperimentato adesso? Che qualsiasi stato tu stia vivendo, puoi includerlo nell’Uno, nell’Unità, e tu sei la Coscienza immobile, non coinvolta che osserva gli stati, ma… senza rifiutarli. Ramana non amava neti-neti (“Stai nell’Unità” è il contrario di neti-neti, è iti-iti). Va bene all’inizio, per riuscire a capire chi o cosa non sei e quindi avere un’idea di chi sei, ovvero il Sé. Quando la mente si purifica attraverso la sadhana e diventa più quieta, il Sé comincia finalmente a fare capolino tra le nubi. Da quel momento tutto comincia a diventare il Sé. Uno jnani non distingue tra manifesto e immanifesto. Sta nell’Uno, nell’Unità e in quest’Uno si alternano gli stati, anche i samadhi, ma lui rimane il centro di tutto questo movimento, il Sé puro, intoccato.