Ho tradotto dall’inglese all’italiano il libro di Ramdas ‘Nella visione di Dio’. Questo libro è il prosieguo di ‘In cerca di Dio’. Nel primo Ramdas narra della sua ricerca, nel secondo presenta in circa 400 pagine l’abbandono a Dio. La massima parte della letteratura spirituale è dedicata alla ricerca di Dio; sull’abbandono a Dio, unico passo che consenta la morte dell’ego e la liberazione, vi sono poesie, alcuni scritti, non certo 400 pagine dedicate. Per questo mi sono deciso a tradurlo. La lettura del libro trasmette un fortissimo darshan: migliorate che ci crediate o no.
In attesa di rifinirlo posterò su questo sito un capitolo per volta. Quando il libro sarà completo, lo posterò per intero in ‘Risorse’.
Soham (Sergio Cipollaro)
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CAPITOLO I
LA GROTTA DEI CINQUE PANDAVA
1. L’unità delle religioni
La grotta dei Cinque Pandava si trova sulla collina di Kadri, a due miglia dalla città di Mangalore. Tra le sei grotte di questa collina, quella occupata da Ramdas era la più grande. È situata in modo che all’alba i raggi del sole penetrino direttamente attraverso l’oscurità all’interno della caverna, inondandola del loro fulgore dorato. Rimase in questa grotta per quasi tre mesi. Allora indossava un ruvido panno di khaddar e usava come sedile e giaciglio una semplice pelle di daino. Una piccola ciotola di terracotta con stoppino di cotone e olio di cocco serviva da lucerna. A questi si aggiungeva un recipiente di rame per l’acqua, che completava il suo equipaggiamento in quel ritiro solitario. Il suo nutrimento consisteva in latte e banane, due volte al giorno.
Durante il giorno riceveva un flusso continuo di visitatori dalla città e da altre parti del distretto. Essi provavano un piacere genuino nell’ascoltare il racconto dei suoi viaggi e delle sue esperienze durante l’anno di assenza. I visitatori provenivano da tutte le caste e fedi: indù, cristiani e musulmani, tutti allo stesso modo, gareggiavano nel concedergli la gioia della loro compagnia. Anche sadhu itineranti e sannyasi lo onoravano con le loro visite.
Discuteva con gli indù dell’unico Brahman supremo come unica causa della creazione, conservazione e distruzione. Questa grande Realtà si è incarnata in India e in altre parti del mondo in epoche diverse per sottomettere il male e stabilire il regno dell’amore e della rettitudine. Rama, Krishna, Buddha, i grandi rishi, mahatma e santi indicano tutti la stessa meta come fine supremo della vita, cioè la liberazione e l’unione con Dio. La vita umana è destinata unicamente al raggiungimento di questo stato beato. Il Signore supremo è assiso nei cuori di tutti gli esseri e le creature. Egli è esistenza, coscienza e beatitudine assolute: –satchidananda. Lo si può realizzare attraverso la devozione focalizzata e un completo abbandono di se stessi al Divino. Il primo passo sul sentiero verso questa meta è la purezza e il controllo della mente, che si acquisiscono attraverso la concentrazione. Un metodo semplice per la concentrazione è la ripetizione costante del Nome di Dio e il compiere tutte le azioni come sacrificio al Signore. Si può chiamare Dio con qualsiasi nome: Rama, Krishna, Shiva o qualsiasi altro nome si abbia caro. Il Nome stesso è Brahman. La reiterazione del Nome, unita alla meditazione sugli attributi di Dio, purifica la mente. Preghiere, inni e digiuni sono aiuti necessari. Si devono sviluppare le qualità divine della compassione, della pace e del perdono. Dio si rivela in quel cuore in cui risiedono queste virtù nobilitanti.
Allora la luce divina che risplende dentro di noi dissolve il senso dell’ego, e la nostra identità con il Divino si realizza. Quest’esperienza ci concede la conoscenza dell’immortalità. In seguito, si dimora in una coscienza divina e la nostra visione si universalizza, donandoci pace ed estasi supreme. Ora si vedrà l’intero universo come l’espressione stessa di Dio che abbiamo scoperto dentro di noi. Ora Dio è ovunque per te, in tutti e in tutto. Questa visione trascendente apre l’infinita fonte d’amore nel tuo cuore: un amore che riempie e abbraccia l’intero cosmo. Tutte le distinzioni ora scompaiono nell’uguaglianza di questa visione. Questo stato supremo di beatitudine dona liberazione e gioia immortale. Si comprende che incarnazioni di maestri divini come Gesù Cristo, Maometto, Zoroastro e altri siano anch’esse manifestazioni della stessa grande Verità. Invero, tutte le diverse religioni sono altrettanti sentieri che conducono l’umanità all’unico Dio universale.
Ai musulmani, Ramdas parlava di Allah e Maometto. Allah significa l’Onnipotente, Islam significa la via della pace. Dio è veramente tutta potenza e tutta pace. Il profeta Maometto stabilì l’Islam tra le tribù bellicose e ignoranti dell’Arabia per risvegliare in loro lo spirito di pace, amore e fratellanza. Insegnò la via per raggiungere Allah, ossia l’Onnipotente.
«Come ottenerLo?».
«Abbandona la tua volontà alla volontà di Allah. Abbi piena fede nella Sua onnipotenza e comprendi che tutto accade per Sua volontà».
L’abbandono di se stessi al Divino è il sentiero indicato da Maometto. Sottolineò che l’abbandono giunge solo attraverso il perfetto autocontrollo ottenuto con la preghiera e il digiuno. Egli ingiunge ai suoi seguaci di dire la namaz, la preghiera, almeno cinque volte al giorno. Questa comunione li terrebbe in un continuo ricordo di Dio, formando una solida base per una vita di purezza e pace. Le condizioni per questo conseguimento sono: praticare l’amore, la compassione e la gentilezza verso tutti i propri simili. Egli sosteneva che si dovesse esercitare la tolleranza verso le altre fedi che conducono anch’esse le anime anelanti verso Dio. Il suo principio è davvero questo: non ci deve essere costrizione nella religione. Diede particolare enfasi alla carità, alla sincerità, all’onestà e alla solidarietà. Predicò che l’unità nata dal sacrificio di se stessi e dall’amore reciproco ci fa riconoscere l’unicità e l’onnipotenza di Dio. Realizzare l’unità tra l’umanità significa dimorare nell’unico Dio, nel palazzo del potere e della pace eterni, e guadagnare la vita eterna.
Ai cristiani, Ramdas diceva: avere fede in Cristo significa accettarlo come il tuo ideale. Il tuo unico scopo dovrebbe essere raggiungere l’ideale cristico e vivere all’altezza della sua vita pura e altruista. Lascia che il pensiero dell’ideale cristico possieda la tua stessa anima e ispiri la tua vita e le sue attività. Cristo è un’incarnazione dell’amore divino. Egli definisce Dio come amore, ed è venuto a dimostrare questa verità nella sua vita. Qual è la natura dell’amore che egli enuncia? È un profumo misto di mitezza, purezza e misericordia. Beato colui che è colmo della fragranza dell’amore, perché allora sarà un vero e accettato figlio di Dio: l’amore di Dio si è manifestato in lui. Esorta: «Amatevi gli uni gli altri e Dio dimorerà in voi».
È questo amore supremo che ti trasforma a immagine di Dio. Questo amore supremo ti permette di entrare nel regno della felicità eterna. Il regno dei cieli non è altro che una coscienza beata che nasce dalla vita eterna. Rivela il segreto di questo regno quando dice: «Il regno dei cieli è dentro di voi». Il Padre e il Figlio sono uno. Identificarsi con il Figlio è identificarsi con il Padre. Il Padre è pace eterna manifesta come Figlio: l’amore infinito. Quindi la nostra vita dovrebbe essere governata da Cristo, cioè dall’amore. Poi Egli ci conduce al regno del Padre: la Pace Assoluta. Non pensare che Cristo sia l’unica via di salvezza. Grandi anime sono esistite, molto prima di Cristo, tenendo alta la fiaccola della conoscenza divina per l’illuminazione del mondo. Cristo considerava l’umiltà come la virtù più elevata, l’amore e la simpatia per tutti allo stesso modo come criterio di condotta, e la sottomissione alla volontà di Dio come mezzo per il raggiungimento del regno dei cieli, ovvero della vita e della pace eterne.
Ramdas non appartiene a nessuna fede particolare. Egli crede fermamente che tutte le fedi, credi e religioni siano sentieri diversi che alla fine convergono verso la stessa meta. La sola vista di un musulmano gli ricorda Maometto, di un cristiano, Gesù Cristo, di un indù, Rama, Krishna o Shiva, di un buddhista, Buddha, di un Parsi, Zoroastro. Tutti i grandi maestri del mondo provengono da un unico Dio, la prima causa eterna di ogni esistenza. Sia nella Gita, sia nella Bibbia, nel Corano e nello Zend Avesta, troviamo la stessa nota che risuona insistente, cioè che l’abbandono di noi stessi al Divino è la via suprema alla liberazione, ovvero alla salvezza.
2. Il servizio a Dio
Tornando al modo di vivere che Ramdas conduceva nella grotta, si alzava verso le tre del mattino e scendeva ai serbatoi d’acqua per il bagno. Sebbene il sentiero per i serbatoi fosse impervio e rischioso, non rinunciava al suo tuffo mattutino neppure nella notte più buia. Dopo il bagno, sedeva in asan per la meditazione fino all’alba. Per alcuni giorni la sua meditazione consisteva solo nella ripetizione mentale del ram-mantra. Poi, essendosi il mantra fermato automaticamente, scorse una piccola luce circolare davanti alla sua visione interiore che gli dava brividi di gioia. Quest’esperienza continuò per alcuni giorni, poi sentì una luce, abbagliante come un fulmine, lampeggiare davanti ai suoi occhi che infine lo permeò e lo assorbì. Un indicibile trasporto di beatitudine riempiva ogni poro del suo corpo fisico. Quando questo stato sopraggiungeva, diventava prima inconsapevole delle mani e dei piedi e poi gradualmente di tutto il corpo. Perso in tale stato di trance, sedeva per due o tre ore, tuttavia manteneva una sottile consapevolezza degli oggetti esterni.
Alcuni amici gli facevano visita di primo mattino quando era assorto nella trance, e in quel momento aveva una vaga percezione della loro presenza. Poteva sentire i suoni dei discorsi, se ce n’erano, semplici suoni senza senso o significato per lui. Ogni volta che cadeva in trance, essa esercitava su di lui una presa così salda che non poteva facilmente scuoterla. Durava al massimo un tre ore. Dopo essere tornato alla coscienza del corpo, si dedicava a cantare tra sé alcuni inni che glorificavano Dio, e anche alla recitazione ad alta voce del mantra. In effetti, tranne quando conversava, leggeva o scriveva, era solito pronunciare il mantra incessantemente per tutto il giorno.
L’esperienza della trance portò un altro cambiamento: il sonno divenne da allora uno stato di semiveglia consapevole durante il quale era colmo di pura estasi. A volte, nel cuore della notte, un amico gli faceva una visita a sorpresa. Sebbene Ramdas fosse in stato di trance, poteva percepire l’avvicinarsi dell’amico anche quando era ancora a duecento metri dalla grotta. Fu durante questo periodo che Ramdas, come voluto dal Signore, dedicò due ore dopo mezzanotte al lavoro di scrittura del libro In Quest of God (In cerca di Dio). Gli ultimi giorni nella grotta videro anche la condizione di trance invadere le ore del giorno quando non c’erano visitatori. La pronuncia del mantra si arrestava da sola ed egli trascendeva la coscienza del corpo. Qui un’esperienza unica merita di essere annotata.
Una mattina era in piedi dentro la grotta fissando il disco dorato del sole nascente. Si sentì assalito dalla trance e presto ne fu completamente assorbito. Passò un po’ di tempo e tornò all’idea del corpo. Uno sguardo casuale verso il basso gli rivelò un serpente avvolto attorno alla sua gamba destra. La sua lingua bifida stava leccando vigorosamente l’alluce. Ramdas non fu turbato dalla vista. Nella stessa postura immobile osservò l’attenzione amorevole del serpente. Passò così un minuto o due, e il rettile si srotolò lentamente e strisciò fuori dalla grotta. Ricorda di avergli rivolto queste parole:
«O amato Ram, perché hai tanta fretta di andartene?».
La lila del Signore è davvero meravigliosa. Tutte le forme sono Sue e Lui gioca in vari modi. L’amico serpente concepì un così grande amore per Ramdas che venne a trovarlo ogni mattina per tre giorni consecutivi, dopodiché smise per sempre.
In conformità a un distinto comando interiore del Signore, osservò per sette giorni un voto di silenzio. Nonostante le pressioni degli amici, non poté romperlo prima del tempo stabilito poiché sentiva di essere completamente impotente ad agire diversamente: Dio aveva dominio completo sul Suo servo.
Ramdas aveva notato un gruppo di lebbrosi sotto gli alberi di baniano nel maidan (spazio aperto, parco), uno spazio aperto, parco di Mangalore. Uno dei lebbrosi, la cui malattia era in uno stadio avanzato, veniva trasportato ogni giorno su un carretto a mano da un robusto giovane per chiedere l’elemosina di porta in porta. Il volto di questo lebbroso era così sfigurato dalla terribile malattia che i suoi lineamenti erano del tutto irriconoscibili. L’intero volto era una grande piaga rossa e grondante di pus. Le palpebre, il naso e le labbra erano stati tutti consumati dalla malattia.
Incaricato dal Signore, Ramdas si impegnò a offrire nutrimento a questi lebbrosi a mezzogiorno. I gentili visitatori della grotta si degnavano di offrire cibo per loro. Dopo aver raccolto cibo da tre case al giorno, si recava al maidan arrivando verso l’una del pomeriggio e li nutriva. Il lebbroso con l’attacco peggiore veniva servito per primo. Poiché anche le dita delle mani e dei piedi erano cadute preda della lebbra, poteva a stento portare il cibo alla bocca.
Mentre era intento a mangiare, Ramdas era occupato a scacciare le mosche che si posavano sul suo volto, che in altre occasioni copriva con un pezzo di stoffa. Ramdas doveva anche asciugare delicatamente il flusso di pus che scorreva lungo le sue guance nella bocca. Il cibo rimanente veniva poi distribuito al giovane e agli altri lebbrosi. Il Signore lo destinò a questo servizio per circa due mesi. Per tutto il tempo, lungi dal provare stanchezza o repulsione, svolgeva il compito con uno spirito di entusiasmo carico di un’estasi senza oggetto. Pochi giorni prima di salutare la grotta, il lavoro di nutrizione fu improvvisamente interrotto per comando del Signore. O Signore, Tu nutri tutte le Tue creature nei Tuoi modi imperscrutabili, Ramdas è solo uno strumento nelle Tue mani onnipotenti.
Subito dopo la fine della nutrizione dei lebbrosi, un Malayali, cioè un nativo del Malabar, venne a stare con Ramdas nella grotta per alcuni giorni. Era così emaciato che era solo pelle e ossa. Ramdas ringraziò Dio per avergli dato un’altra opportunità di servirLo nella forma di questo Malayali dal corpo scheletrico. Egli trovava raramente quest’amico in vena di parlare. L’unica espressione che di tanto in tanto usciva dalle sue labbra con voce debole era «Krishna, Sharan, Sharan». Ramdas, sia a mezzogiorno che alla sera, scendeva in città e, mendicando, raccoglieva cibo per offrire nutrimento a questo gradito ospite. O Signore, le Tue manifestazioni sono meravigliose. I lebbrosi e il Malayali che ho servito sei Tu stesso in quelle forme. L’intero universo è la Tua autorivelazione in cui Tu sei manifesto in una varietà di maschere. Tu sei l’unica Verità assoluta, senza nascita e senza morte, puro satchidananda: esistenza, conoscenza e beatitudine eterna.
Tra i visitatori quotidiani si devono menzionare anche una capra e una mucca. Entrambe apparivano regolarmente alla grotta per la loro parte di banane. La capra giocava con Ramdas con grande familiarità. Danzava sulla sua seduta e a volte gli si arrampicava sulle spalle. La mucca, invece, veniva tranquillamente all’ingresso e, con il collo proteso, riceveva una banana per poi allontanarsi.
3. Giovani aspiranti
La gentile madre – la moglie di Ramdas nella sua vita precedente – era a letto con la febbre da alcuni giorni, per lo sforzo del viaggio in piroscafo compiuto per accompagnare Ramdas da Hubli a Mangalore. La visitava una volta ogni due o tre giorni finché non si riprese. Durante una delle visite, il rinomato santo di Puttur, Krishnarao, era in casa. Venne dove Ramdas sedeva accanto alla madre ammalata. Alla sua vista, Ramdas si prostrò ai suoi piedi. Lui si sedette.
«Era necessario rinunciare completamente alla vita di capofamiglia per prendere la diksha al sannyas?» chiese.
«Ram lo ha voluto così. Ramdas non poteva farne a meno», rispose Ramdas.
«Il tuo Ram deve allora essere meraviglioso. Posso sapere dove si trova?» domandò.
«Risiede nei cuori di tutti noi, perché è onnipervadente», ribatté Ramdas.
«Io non riesco a vederLo. Come possiamo sapere che è la Sua volontà a guidarci?» chiese di nuovo.
«È invisibile all’occhio ordinario, ma può essere visto attraverso una visione purificata», rispose Ramdas. «Solo quando Lo vedi, realizzi che è la Sua volontà a dirigere le tue azioni. La libertà dall’attaccamento e il completo abbandono a Lui sono le condizioni di tale visione suprema».
«Non riesco a capire pienamente ciò che dici», insisté Krishnarao. «Credo non sia necessario abbandonare la vita nel mondo per realizzare Dio».
«Vero», replicò Ramdas. «Ramdas appartiene ancora al mondo, non in senso parziale ma nella totalità. Il suo Amato non è solo in particolari persone, ma viene scoperto risiedere, in tutto il Suo potere e gloria, in tutti gli esseri, le creature e le cose».
Qui la conversazione terminò, e Ramdas lasciò la casa e tornò alla grotta.
Un giorno verso le cinque del pomeriggio, un giovane saraswat di 14 anni, un visitatore occasionale della grotta, fece capolino. Era in lacrime. Con uno scoppio d’angoscia esclamò:
«Rama, in futuro dimorerò sempre con voi. Non vi abbandonerò. Desidero dedicare la mia vita al Nome di Ram».
«Ram» lo consigliò Ramdas, «non puoi restare qui. I tuoi genitori saranno preoccupati per te. Torna da loro».
«Non ho nulla a che fare con genitori, casa e mondo. Voi siete il mio tutto in tutto», disse il giovane, «continuerò a ripetere il Nome santo in vostra compagnia».
«Puoi fare lo stesso a casa tua», suggerì Ramdas. «Non è necessario che tu ti fermi con lui per pronunciare il Nome».
«No», disse, «non posso pronunciare il Nome nella nostra casa. Sono costretto ad andare a scuola, per la quale ho concepito disgusto».
«Dov’è il male nell’andare a scuola?», chiese Ramdas.
«Oh, ne ho avuto abbastanza. Sono caduto nella compagnia di certi ragazzi che si lasciavano sempre andare a discorsi impuri, e la mia mente si è terribilmente distratta. Non metterò più piede in una scuola».
«In tal caso» rispose Ramdas, «puoi anche non frequentare la scuola, ma rimani puro praticando la devozione a casa. Sei troppo giovane per intraprendere il passo che proponi senza consultare i tuoi genitori. Fatti guidare da loro. Essi vogliono sempre il tuo bene. Solo non smettere di pronunciare il Nome santo. Abbi fede in Colui il cui Nome stai pronunciando. Evita la compagnia dei ragazzi che contaminano la tua mente».
«Non chiedermi di tornare indietro. Mio padre, mia madre, il mio maestro e tutti sei tu stesso». Così dicendo, il ragazzo entrò all’interno della grotta e, prendendo posizione in un angolo buio, continuò con il Ram-Japa. Ramdas, avvicinatosi, gli disse di nuovo di tornare in città perché stava calando il buio. Per un po’ rimase fermo e non volle cedere, ma alla fine acconsentì a tornare dai genitori. Essendo sopraggiunta la notte, ormai era completamente buio. Così Ramdas si offrì di scortarlo a casa dei genitori, che si trovava nei pressi di un tempio in città.
Mentre scendeva dalla collina con il ragazzo, Ramdas incontrò un amico con una lanterna che veniva a invitarlo a una festa di kirtan in casa del suo maestro. Ramdas affidò il ragazzo alle sue cure e chiese all’amico di accompagnarlo a casa. Ramdas procedette per partecipare alla festa di kirtan.
Pochi giorni dopo, un altro giovane, un bramino canarese appena uscito dall’adolescenza, entrò al crepuscolo e propose di unire il suo destino a quello di Ramdas. Anche qui la vita scolastica lo aveva allontanato da casa, parenti e amici. Questo giovane era completamente testardo e rifiutò di tornare dai suoi amici nonostante i massimi sforzi di Ramdas per riportarlo alla ragione. Rimase per la notte. Scompariva durante il giorno, vagando senza meta sull’ampia estensione della collina di Kadri, e ritornava alla grotta di notte. Non si curava del cibo. Ramdas condivideva con lui il poco cibo che riceveva, che consisteva solo in una piccola quantità di latte e qualche banana. Per circa una settimana il giovane continuò a vivere una vita di recluso apatico. L’ultima notte del suo soggiorno non si presentò, ma riapparve la mattina presto seguente con i vestiti macchiati di chiazze marroni di terra. Disse di aver passato la notte all’aperto sulla collina, sdraiato sul nudo terreno.
A mezzogiorno arrivò alla grotta un gruppo di quattro uomini. Erano amici del giovane. I suoi genitori vivevano in un villaggio, e lui era a Mangalore per studiare. I suoi amici gli chiesero di andare con loro, ma si rifiutò categoricamente. Allora si appellarono a Ramdas perché lo consigliasse. Ramdas li assicurò che aveva usato tutti i suoi poteri di persuasione per indurlo a tornare a casa, ma aveva fallito. Tuttavia, chiamò il giovane al suo fianco e, appoggiando la mano sulle sue spalle, disse:
«Ram, non causare ulteriore dolore e sofferenza ai tuoi genitori. Per favore, rientra a casa tua».
Per quanto strano possa sembrare, il giovane ora obbedì e partì con gli amici che erano venuti a cercarlo.
4. La vera visione: Samadarshan
Per due anni dal momento del significativo cambiamento che era avvenuto in lui, Ramdas si era preparato ad entrare nelle profondità del suo essere per la realizzazione dello spirito immutabile, calmo ed eterno di Dio. Qui doveva trascendere nome, forma, pensiero e volontà, ogni sentimento del cuore e facoltà della mente. Il mondo gli era allora apparso come un’ombra sbiadita, un nulla trasognato. La visione allora era principalmente interiore. Esisteva solo per la gloria dell’atman nella Sua primordiale purezza, pace e gioia come un onnipervadente, immanente, statico, immortale, raggiante Spirito.
Nelle fasi iniziali questa visione veniva occasionalmente persa, trascinandolo di nuovo alla vecchia vita della diversità con il suo tumulto di simpatia e antipatia, gioia e dolore. Ma veniva di nuovo attratto nel silenzio e nella calma dello spirito. Presto fu raggiunto uno stadio in cui questo dimorare nello spirito divenne un’esperienza permanente e invariabile, senza più cadute, e poi sopraggiunse uno stato ancora più elevato, la sua visione fino ad allora interiore si proiettò verso l’esterno. Dapprima un lampo di questa nuova visione lo abbagliava di tanto in tanto. Questa era l’opera dell’amore divino. Sentiva come se la sua stessa anima si fosse espansa come lo sbocciare di un fiore e, in un lampo, avvolgesse l’intero universo, abbracciando tutto in un sottile alone di amore e luce. Questa esperienza gli concesse una beatitudine infinitamente maggiore di quella che aveva nello stato precedente. Ramdas cominciò a gridare:
«Ram è tutto, è Lui che si manifesta come tutti e tutto».
Per alcuni mesi questo stato arrivava e svaniva. Quando si dissolveva, Ramdas intuitivamente si rifugiava nella solitudine. Quando era presente, si mescolava liberamente nel mondo predicando la gloria dell’amore divino e della beatitudine.
Con questa visione estroversa iniziò la missione di Ramdas. La sua pienezza e magnificenza gli furono rivelate durante il suo soggiorno nella grotta di Kadri. Proprio qui l’esperienza divenne più sostenuta e continua. La visione di Dio risplendeva nei suoi occhi e lui non vedeva altro che Dio in ogni cosa. Ondate dopo ondate di gioia si levavano in lui. Realizzò di aver raggiunto una coscienza piena di splendore, potere e beatitudine.
Ramdas lasciò la grotta e si mise di nuovo sul cammino di una vita errante. Donava un tocco dell’indicibile beatitudine di cui godeva a tutti coloro che venivano in contatto con lui. Vaste folle si accalcavano intorno a lui ovunque andasse. L’amore divino riempiva tutto il suo essere alla vista di grandi moltitudini. In uno stato di perfetta estasi si esprimeva con accenti d’amore e di gioia.