CAPITOLO IV
VERSO GOKARN – GOKARN
1. L’istituzione: una schiavitù
In una notte di luna, verso le tre del mattino, Ramdas e Ramcharandas lasciarono Mangalore. Ramdas camminava di buon passo con Ramcharandas dappresso. Attraversarono molti villaggi, e a mezzogiorno fecero una sosta nei pressi di alcune capanne dal tetto di paglia, sotto un boschetto di palme da cocco. C’era un pozzo lì vicino. Ramcharandas preparò un po’ di khichadi. Dopo aver mangiato si riposarono per circa due ore all’ombra fresca degli alberi, poi ripresero il viaggio. In serata giunsero in una cittadina di provincia, Moolky, dove Ramcharandas accompagnò Ramdas a casa di un suo parente. Passarono la notte da quegli amici, che furono molto ospitali. La zia di Ramcharandas, che era lì, cercò di dissuaderlo dall’unirsi a Ramdas. Gli dipinsero a fosche tinte i disagi e le difficoltà della vita di un sadhu, ma non riuscirono a fargli cambiare idea.
Il giorno dopo, all’alba, i sadhu procedettero nel loro viaggio e raggiunsero Udipi, dove pernottarono da Srinivasrao, il fratello minore di Ramdas nella sua vita precedente. Lasciata Udipi la mattina seguente, arrivarono a mezzogiorno a Kalyanpur, dove furono accolti con grande gioia da un bhakta. Proseguirono oltre, camminando dall’alba alle 11 e dalle 15 fino al crepuscolo giorno dopo giorno. A Kundapur si fermarono presso l’ambulatorio di Rama Bhatji, un amico di H. Umanathrao, che aveva lasciato il corpo mortale pochi mesi prima della loro visita.
Tramite il traghetto di Gangolly, giunsero a mezzogiorno in un villaggio chiamato Kirimanjeshwar. Qui si fermarono vicino a un tempio di Shiva. Ai bordi di una grande vasca nella quale si fecero un bagno, si ristorarono con del cibo cucinato dal sempre solerte Ramcharandas. Il paesaggio del luogo era incantevole. Era vicino al mare. Il fragore delle onde che si frangevano si udiva da breve distanza. La terra era ricoperta da una vasta foresta delimitata da colline. La tradizione vuole che il luogo fosse stato santificato nei tempi antichi dalle austerità di Agastya Muni. Perciò quella parte del villaggio porta il nome di Agastyamuni ashram. I pujari del tempio affermavano che l’acqua della vasca possedesse virtù miracolose. L’acqua era davvero pura e dolce, malgrado le abluzioni e i bagni degli abitanti del villaggio. Ramdas fu catturato dal fascino singolare di quel posto. Dopo aver riposato per un po’, ripresero il cammino.
Passarono per Bindoor e Bhaktal e raggiunsero Shirali. Qui Ramdas propose di visitare il famoso math Saraswat Chitrapur. Era volontà di Dio che Ramdas aspettasse da solo nella giungla mentre Ramcharandas vi faceva visita. Dopo qualche tempo il giovane tornò con la biksha.
Il math di Chitrapur è un’istituzione religiosa appartenente alla laboriosa e intelligente comunità Saraswat, nella quale Ramdas era nato in precedenza. Il capo religioso, il guru della comunità, ha la sua sede a Chitrapur. L’attuale capo del math è un giovane di grande purezza, carattere e spirito. Ramdas ebbe la fortuna di averne il darshan nell’ashram di Kasaragod. Il suo predecessore era conservatore nei suoi metodi di controllo sulla comunità, ma era un grande tapaswi. Il suo successore, l’attuale Swami, possiede una visione ampia e ha allentato le rigide regole del regime precedente.
Nessuna istituzione può giustificare la sua esistenza se non sta al passo con i tempi che cambiano. L’evoluzione è la legge della vita e il cambiamento la sua nota fondamentale. Mentre la stagnazione significa degrado e infelicità, il progresso connota libertà e felicità. Dalla prima nascono discordia e caos, dalla seconda armonia e pace. La religione indica la visione di Dio: la liberazione suprema e la beatitudine nate dall’Immortale. Questa visione non è circoscritta dalla tradizione e dalla dottrina perché trascende ogni limitazione. Le regole di vita dovrebbero essere stabilite e adattate in modo da permettere di superarle, quando l’acuta fame dell’anima cerca la libertà assoluta in Dio. Se questa verità viene ignorata, la vita si trasforma in una rete inestricabile nella quale l’anima rimane impigliata, incatenata e impotente, lottando disperatamente per liberarsi dalla rete che essa stessa ha creato.
Il seme deve avere un terreno così preparato che possa rompere il suolo e germogliare. Inoltre devono essere fornite le condizioni favorevoli affinché la pianta possa evolversi in un grande albero, e quindi in fiori e infine in frutti. Non bisogna dimenticare che il frutto è il compimento del seme. Un’istituzione è dunque il giardino dove ogni facilità per la coltivazione dell’anima possa infine condurla a trascendere l’istituzione stessa, per la visione più alta, vera e completa della vita, proprio come l’albero supera la sua recinzione e distende liberamente i rami nell’aria, o come l’allievo supera la vita scolastica per affrontare quella del mondo. Altrimenti l’istituzione diventa immediatamente una schiavitù organizzata e un incubo che deforma e schiaccia la sana evoluzione della vita verso il suo destino di libertà e gioia.
Ramcharandas e Ramdas proseguirono oltre. Tra loro si scambiavano poche parole. Ramdas esortava il giovane a continuare a ripetere il Ram-mantra. Dopo alcune soste lungo il percorso, giunsero infine a Gokarn.
2. Guru e chela
Gokarn è un luogo di pellegrinaggio per il suo famoso santuario di Mahadev (nome di Shiva). Si trova sulla costa con il tempio posto a circa duecento metri dalla riva del mare. La struttura del tempio è vasta e di modello antico. La festa annuale più importante del tempio è Shivaratri. Ramdas arrivò lì circa due settimane prima di questo giorno di celebrazione. Pellegrini da varie parti del paese ora vi affluivano per questa grande occasione.
Ramcharandas e Ramdas lo raggiunsero a metà giornata. Furono invitati a pranzo a casa di un importante mercante del luogo, dove furono trattati con grande gentilezza e amore. Poi si recarono al tempio di Mahadev e videro una folla di pellegrini all’entrata, nel cortile esterno. Sadhu pellegrini si accapigliavano per accaparrarsi un posto ai due lati della porta principale del tempio. Perché era lì che ricevevano la maggiore attenzione da parte dei fedeli che arrivavano in pellegrinaggio con offerte.
«Swamiji, fermiamoci qui, c’è ancora spazio per noi», suggerì Ramcharandas.
«Ram, non sarebbe meglio un posto più isolato?» rispose Ramdas.
«No Swamiji», lo interruppe Ramcharandas. «Questo è il posto migliore per noi, avremo così il doppio vantaggio di stare vicini alla murti di Mahadeva e di godere della compagnia dei sadhu».
Le sue ragioni sembravano inoppugnabili e Ramdas cedette. Una porzione del terreno fu subito ripulita da Ramcharandas da sassolini e terra sciolta, e alcuni panni di riserva vi furono stesi per indicare che il posto era stato prenotato e segnato. Scese la notte. Si sedettero sul pezzo di terra ambito. Ramcharandas si sentiva orgoglioso della loro posizione invidiabile, poiché era solo la seconda in fila sul lato destro dell’ingresso principale. Il primo posto era occupato da due sadhu, uno anziano e l’altro giovane. Prima del tramonto, entrambi i lati della porta, fino all’estremità del muro, furono riempiti da sadhu. Tra i sadhu alla loro sinistra, l’anziano era il guru e il giovane il chela.
«Ramgiri, prepara la chilam», disse il guru con voce burbera e autoritaria al suo chela.
«Va bene, Maharaj-ji», rispose il chela con mansuetudine. Si tolse di spalla una borsa e ne estrasse due piccole sacche, una chilam, una matassa di corda di cocco e una scatola di fiammiferi. Da uno delle due sacche prese una pallina compressa di foglie verdi di ganja (marijuana) e, ponendola delicatamente sul palmo della mano sinistra, la inzuppò abbondantemente con l’acqua della sua brocca. Dopo aver rimosso i semi e strizzato l’acqua, aprì l’altra sacca e, infilandovi le dita, ne tirò fuori una bella presa di tabacco giallo secco. Poi mescolò il tabacco con la ganja sciacquata sul palmo. Premendo il miscuglio per formare una pallina, se la posò sulla coscia, quindi tagliò un pezzetto della corda di cocco, ne fece un anello e vi appiccò il fuoco. L’anello di cocco, trasformato in brace rossa ardente, fu portato rapidamente con le dita alla bocca della chilam.
«Maharaj-ji», disse chiamando il suo guru, che ora era profondamente impegnato in una conversazione con un altro sadhu, venuto dall’altro lato vedendo l’attiva preparazione per un fumo di ganja. Il chela offrì la chilam al guru.
Con gli occhi rossi di rabbia, il guru ringhiò al suo chela:
«Idiota, dov’è la mia safi? (pezzuola di stoffa usata per reggere l’estremità ardente della chilam). Come osi passarmi il chilam senza safi? Sei uno stupido».
Il chela, come un animale spaventato, cercò lo straccietto mentre, per tutto il tempo, il suo guru fremeva di rabbia. Trovò l’oggetto e non appena l’ebbe bagnato, il guru glielo strappò di mano e lo arrotolò sull’estremità inferiore della chilam. Ma prima di portarla alle labbra, con voce alta e stridula, intonò l’usuale invocazione a Shankara, il Signore del Kailas:
«Bom, Bom, Mahadev, Kailaspati, Bholanath, Shanker» eccetera. Poi portò la pipa alla bocca e tirò una boccata prolungata, emettendo allo stesso tempo un sibilo acuto. Abbassando la pipa, rilasciò il fumo dalla sua bocca rivolta all’insù, come se fosse il fumaiolo di una locomotiva che erutta una nuvola di vapore.
La chilam fu ora passata all’ospite, l’altro sadhu, che aspettava il suo turno con gli occhi di un falco. Mentre questi maneggiava la chilam, il guruji, a mo’ di digressione, disse:
«Ramgiri è un perfetto somaro», riferendosi al suo chela. «È un inutile stupido. Prima comunque era ancora peggio ma è migliorato un po’ da quando sta in mia compagnia».
Queste parole del guru sembrarono penetrare come un pugnale nell’anima del chela. Dovettero averlo irritato e fatto ribollire interiormente. Arrossì e le sue labbra serrate mostrarono che stava cercando di reprimere i suoi sentimenti. Arrivò poi il suo turno della chilam. La prese dal sadhu ospite e, avendo la sua safi, poiché il guru avrebbe considerato degradante permettere al chela di usare la sua, cominciò a fumare. Ancora una volta fu il turno del guruji, che se la fece passare. Passarono alcuni minuti. La ganja aveva iniziato a fare effetto sul cervello dei fumatori. Ma mentre la sua ebbrezza calmava la mente del guru, nel chela suscitava lo spirito di rivolta. La sua rabbia a lungo repressa, una fiamma alimentata dagli insulti e dai maltrattamenti costanti del suo guru, esplose in tutta la sua furia. Con uno sguardo di disprezzo devastante e un sorriso di scherno rivolto al suo guru, proruppe:
«Ne ho abbastanza di te, bestia. Per dodici lunghi anni ho sopportato gli insulti che mi hai scaricato addosso: sei stato crudele e senza cuore. Mi hai trattato peggio di un cane. Per tutto il tempo sono stato mite, sottomesso e obbediente. Ti ho servito con sincerità, al meglio delle mie capacità. All’inizio pensavo che servendoti avrei potuto comprendere le vie della devozione e della conoscenza. Bramavo una vita di libertà basata sulla visione di Dio. Ora ho scoperto che sei soltanto un avventuriero, vile e spregevole, ignorante e presuntuoso, ma aimè troppo tardi, perché il vizio del fumo della ganja, che mi hai trasmesso, mi ha reso schiavo e mi ha legato alla tua odiosa persona. Ho lottato più volte, strenuamente, per staccarmi da te, ma invano. Ora sono irrimediabilmente intrappolato nelle grinfie di questo vizio malvagio; e tu, miserabile, hai causato in me questa rovina per i tuoi fini egoistici. L’ebrezza di questa droga distruggi-anima ha indebolito la mia volontà, distrutto la mia memoria e distorto la mia facoltà di ragionamento. Sotto la sua influenza, ho cominciato a balbettare in modo incoerente come un pazzo. Sapevo che stavo scendendo sempre più in un baratro di perdizione senza fondo, trascinato giù dalle tue mani spietate. “O Dio”, spesso pregavo, “salvami, salvami”. Sebbene la mia condizione non mutasse, mi fidavo di Lui. Ero sicuro che mi avrebbe aiutato a uscirne. Il giorno è arrivato. Ti lascio per sempre. Dio finalmente mi ha chiamato a sé. Ogni lode a Te, o Signore».
Ora i suoi occhi erano bagnati di lacrime, tremava come una foglia al vento. Si alzò, si diresse dritto verso l’uscita esterna e, passando oltre, scomparve nell’oscurità.
La scena fu osservata con attenzione da tutti i sadhu.
«Che ne pensi, Ram?» chiese Ramdas rivolto a Ramcharandas.
«Non avevo previsto questo spiacevole incidente», rispose trasalendo.
«Invece Ramdas si è goduto tutto: era uno spettacolo degno d’essere visto. Comunque, che ne dici di spostarci domani?».
«Perché no? Certamente», acconsentì con prontezza Ramcharandas.
Nel frattempo era in corso una lite tra il sadhu ospite, che si era allontanato furtivamente quando Ramgiri si stava infervorando nella sua denuncia contro il suo guru, e un altro sadhu, suo vicino, che sembrava aver invaso il suo spazio durante la sua breve assenza. Crearono un bel trambusto: la notte trascorse in un pandemonio.
Ramdas e Ramcharandas abbandonarono il luogo la mattina seguente e uscirono dal tempio. Terminato il nutrimento di mezzogiorno nella casa di un altro devoto, anch’egli gentile e ospitale, si incamminarono verso la spiaggia. Sul litorale videro un vasto recinto con all’interno alcuni edifici. Informandosi, appresero che era un ashram di brahmachari. Ramdas desiderava visitare l’ashram ed entrambi varcarono il cancello principale.
Raggiunta una dépendance aperta, si sedettero su una panca bassa all’interno. Poco dopo, due giovani vestiti in abiti color ocra fecero la loro comparsa e, avvicinandosi ai visitatori, li salutarono.
Ramdas fu felice di vederli, perché apparivano così freschi e sani; la luce del brahmacharya risplendeva sui loro volti. Ramdas espresse a loro questi sentimenti e si informò a proposito del loro guru. Uno di loro rispose che era lontano da Gokarn, a raccogliere fondi per il mantenimento dell’ashram.
«Abbiamo una goshala» aggiunse, «che ci tiene occupati ad accudire le mucche. Dobbiamo anche lavorare nell’orto, perché coltiviamo da noi le nostre verdure».
A un accenno di chi parlava, l’altro brahmachari li lasciò e tornò dopo pochi minuti con due tazze di alluminio piene di latticello.
«Vogliate accettare questa bevanda, è preparata con il latte delle mucche del nostro ashram».
Ramdas e Ramcharandas bevvero con grande piacere il latticello che sapeva di nettare. Quindi salutati i giovani, lasciarono l’ashram.
3, Bello scherzo davvero!
Erano ormai circa le quattro del pomeriggio e si trovavano sulla sabbia, di fronte al mare ruggente. Mentre Ramdas si guardava intorno, i suoi occhi si posarono sulla collina vicina che si protendeva nel mare.
«Ram, saliamo su quella collina e vediamo se troviamo un posto per la notte», disse volgendosi a Ramcharandas. «Da lì avremo una bella vista sul mare e la terraferma».
Ramcharandas fu d’accordo e si diressero verso la collina. Dovettero guadare le onde della riva, ma le acque non erano profonde. Raggiunsero l’approdo e salirono su un pendio, imbattendosi in un piccolo bacino d’acqua, la cui riserva era mantenuta costante da una sorgente perenne. Bevvero l’acqua fresca e dolce e proseguirono più su. Incontrarono il piccolo tempio di una Devi. Il pujari disse loro che la sorgente e il bacino erano noti col nome di Ramatirtha (luogo sacro di Ram). Salirono ancora più in alto, oltre la sorgente, con Ramdas in testa. Qualche metro più avanti raggiunsero la cima della collina; era un vasto altopiano ondulato. A duecento metri da dove stavano, scorsero, ancora più in alto, una solida struttura oblunga in pietra. Ramdas vi si diresse silenzioso e Ramcharandas lo seguì.
Quando raggiunsero la struttura, videro che era scavata in un’unica massa di roccia; il tetto era costituito da una bassa cupola formata dalla stessa roccia delle spesse pareti. Entrarono in quella camera di pietra. Era di dimensioni cubiche con l’area del pavimento di un tre metri quadrati. L’interno della cupola assomigliava a una coppa. L’ingresso consisteva in due stretti passaggi ad arco, piuttosto alti, che si fronteggiavano da pareti opposte.
«Ram», spiegò Ramdas a Ramcharandas, «occuperemo questo posto per le notti durante il nostro soggiorno a Gokarn».
Ramcharandas si guardò intorno e la prospettiva non lo allettava, perché dal mare soffiava una brezza fredda.
«Qui di notte farà un freddo estremo», disse preoccupato.
«Siamo qui per sopportare sofferenze nel nome di Dio, almeno questo è il senso segreto della vita di Ramdas. Affrontiamo con gioia la situazione in cui Dio ha scelto di porci».
Il giovane tacque, il che significava un mezzo consenso. Dopo un po’ suggerì:
«Swamiji, per proteggerci dal freddo della notte, accendiamo almeno un fuoco. C’è un boschetto di alberi un po’ più in basso, sul pendio; possiamo raccogliere una quantità sufficiente di ramoscelli secchi per scaldarci stanotte».
Ramdas fu d’accordo ed entrambi si diressero verso gli alberi, dove raccolsero, nei loro panni, una discreta quantità di rametti. Poi tornarono alla camera di roccia.
Il sole stava tramontando sul lontano orizzonte, illuminando la collina e tutto lo spazio circostante col suo fulgore dorato. Ramdas rimase immobile, rivolto verso il mare. Era uno spettacolo meraviglioso. Una preghiera silenziosa salì da lui al trono dell’onnipotente Signore di una così sfarzosa grandezza e bellezza, che lo fuse nella Sua beatifica onnipresenza.
La notte gradualmente gettò il suo oscuro mantello sulla terra e sul mare. Ramdas si volse alla camera di pietra. La brezza si era ora trasformata in vento forte. Ramcharandas era impegnato ad accendere il fuoco. Sbirciando nella camera, Ramdas si accorse che il giovane, impaziente, aveva strofinato circa mezza dozzina di fiammiferi per appiccare il fuoco ai ramoscelli secchi, ma senza riuscirvi. Il vento forte che soffiava nella camera non permetteva al fuoco di attecchire. Persino i ramoscelli venivano spazzati via dal vento ed era aumentato il freddo. Ramcharandas non era tipo da arrendersi facilmente. Strofinava fiammifero dopo fiammifero, combattendo allo stesso tempo per mantenere i ramoscelli al loro posto, ma tutto fu inutile. Gettò la scatola di fiammiferi vuota con un gesto di riprovazione e, rivolgendosi a Ramdas con un volto privo di allegria, disse a voce alta e con veemenza:
«Swamiji, niente fuoco per stanotte!».
La burrasca si era sviluppata in un vero e proprio uragano, neppure il telo che usavano come coperta poteva essere tenuto fermo e il vento era gelido. Cercarono rifugio in uno degli angoli della camera, ma anche lì il vento soffiava con tutta la sua furia.
«Bel pasticcio in cui ci siamo cacciati», borbottò Ramcharandas, lottando per tenere stretta la coperta al corpo. L’umorismo della situazione colpì Ramdas più d’ogni altra cosa e non poté resistere dallo scoppiare dal ridere.
«È la volontà di Dio, Ram. Egli vuole sempre il meglio per noi» disse Ramdas a conforto.
La notte era buio pesto e scappare da lì era fuori questione. Ramcharandas, tirando profondi respiri, si avvicinò a Ramdas e, rannicchiato in posizione fetale, si strinse a lui.
«Ram, che c’è di divertente?» chiese Ramdas.
«Bello scherzo davvero!», ringhiò il giovane. «Piuttosto che passare qui la notte anche domani e nei prossimi giorni, faremmo meglio ad alzare i tacchi e tornare a Gorkan non appena spunta il giorno».
A queste parole Ramdas si rotolò sul pavimento dal ridere e, questa volta, Ramcharandas trovò l’umorismo sufficiente per unirsi alle risate.
«I problemi di domani siano di domani», asserì Ramdas. «Nel presente, continua a ripetere il Ram-mantra. Dato che non c’è pericolo che il sonno interferisca col japa, riempiamo le ore col ricordo del Signore».
Sebbene le labbra tremassero dal freddo, il japa procedette a un ritmo incredibilmente vivace. Dopotutto, ogni circostanza in cui Dio ci pone ha i suoi vantaggi, se solo sappiamo vederli.
Spuntò l’alba. Quando i primi raggi di luce del sole nascente dissiparono l’oscurità, una voce filtrò da sotto la coperta di Ramcharandas. Si era completamente avvolto nel panno, aggrappandosi ai suoi angoli con tenacia ostinata.
«Swamiji, cosa vuole Ram che facciamo adesso? Se posso suggerire…».
Ramdas, anticipando dove voleva arrivare, disse:
«Sì, Ram, lasciamo Gokarn e procediamo ancora più a nord. Partiamo!».
Ramcharandas balzò dall’angolo in cui si era rintanato. Mise la borsa in spalla, prese il recipiente dell’acqua e fu pronto a partire in un istante.
Discesero la collina e sbucarono sulla strada principale. Una camminata di dieci miglia li portò a una sorgente e a una vasca in mezzo a una giungla. Qui fecero una sosta e, con le provviste che portava con sé, Ramcharandas preparò alcuni roti (pane indiano) e dal (lenticchie). Il bagno alla fresca sorgente e il nutrimento li ristorarono. Riposarono sull’erba all’ombra degli alberi finché il calore del sole cocente non si attenuò.