Ramdas: ‘Nella Visione di Dio’ – Capitolo 19

CAPITOLO XIX 

DA BANDA AL MONTE GOHKAR

 

1. Nulla è impossibile a Dio

Tapaswiji aveva lasciato la collina il giorno successivo alla notte in cui Balak Ram aveva tentato di strangolare il giovane servitore. Anche il ragazzo era scomparso; per mancanza di un aiutante, era ora difficile ricevere il nutrimento dalla casa di Seth Moolchand. Ramdas seguiva una dieta a base di latte e alcuni devoti gliene portavano regolarmente mattina e sera. Balak Ram iniziò a dividerlo con lui e cominciò a ripetere il Ram-mantra. Per due giorni rimase tranquillo, libero da eccessi d’ira: la ganja era stata abbandonata. Parlava pochissimo, mostrandosi rassegnato e pacifico. Il secondo giorno disse di sentirsi affamato.

Senza indugio, Ramdas si diresse con un accompagnatore a Budhram Kuva, dove risiedeva il sadhu Vishuddhanand. Alla sua vista, l’uomo entrò in estasi e lo accolse con un affettuoso abbraccio. Era un anziano magro e alto, con una lunga barba bianca e capelli che gli scendevano sulle spalle; indossava solo un kaupin. Ramdas gli disse di essere venuto a chiedere del cibo per amore di Balak Ram.  

«Vi permetterò di portargli da mangiare» rispose l’uomo, «solo dopo che avrete consumato il vostro nutrimento qui».

Era un vecchio molto attivo, in mezz’ora preparò una pietanza semplice a base di roti morbidi e dal. Condusse poi Ramdas a un pozzo. Il luogo prendeva il nome dal santo per iniziativa del quale il pozzo era stato scavato; prima che Vishuddhanand occupasse il posto, vi viveva un sadhu di nome Budhram. Da qui il nome Budhram Kuva, ovvero il pozzo di Budhram.

Come una madre indiana lava il proprio figlio, così Vishuddhanand bagnò Ramdas con le sue stesse mani, attingendo acqua dal pozzo. Poi, dopo averlo nutrito con il cibo schietto ma sano che aveva preparato, gli permise di congedarsi portando con sé quanto necessario per Balak Ram. Questi mangiò, ma in serata il desiderio per la ganja tornò a farsi sentire e, incapace di resistere, fumò di nuovo. Il Nome di Dio abbandonò la sua lingua e il vecchio temperamento, rimasto sopito per due giorni, levò ancora una volta la sua testa feroce.

Il giorno seguente, egli propose di tenere una rappresentazione di Ramlila nella grotta. Si tratta di una funzione religiosa in cui due uomini cantano alternativamente, accompagnati da strumenti musicali, le gesta di Sri Ramchandra. Tali spettacoli sono popolari nelle Province Unite e centinaia di persone vi accorrono per l’occasione. Balak Ram, fin dal mattino, cercava di convincere i visitatori a organizzare la funzione, ma nessuno mostrava interesse. Ne fu profondamente deluso.

A mezzogiorno Ramdas era disteso nella piccola grotta quando salì il pujari del tempio di Mahadev, un visitatore abituale.         

«Pujari, dovete riuscire in qualche modo a far rappresentare il Ramlila qui stasera» disse Balak Ram.           

«Maharaj» rispose l’uomo, «io sono un poveraccio. La funzione costerà dieci rupie e non vedo come io possa raccogliere una simile cifra».    

«No, no, pujari, sono irremovibile. Organizzatela in qualunque modo», insistette Balak Ram.

«Mi state chiedendo l’impossibile» implorò il pujari.

Ramdas, dalla grotta, ascoltava la loro conversazione e a quel punto intervenne.

«Pujari, nulla è impossibile a Dio. Perché pensate di essere voi l’autore di ogni cosa? Consideratevi semplicemente un Suo strumento e datevi da fare: Dio coronerà i vostri sforzi con il successo».          

«Ebbene, se questa è la volontà di Mahadev, che sia fatto. Sento di poter essere un mezzo nelle Sue mani in questa faccenda. Vado» rispose l’uomo e si congedò.

Balak Ram nutriva ancora i suoi dubbi; il tempo passava. Erano ormai quasi le cinque ed egli osservò con tono scoraggiato:        

«Maharaj, non c’è speranza per il Ramlila. Il pujari non si vede». 

«C’è ancora tempo, non siate impaziente», disse Ramdas.

Non erano passati dieci minuti quando arrivò una mezza dozzina di uomini portando con sé tutto l’occorrente per la funzione del Ramlila: tappeti, stuoie, fiori, lampade a gas, dolci, agarbatti, frutti, festoni e altri arredi. Giunse anche un gruppo di musicisti con i loro strumenti. Il volto di Balak Ram si illuminò.       

«Maharaj» disse a Ramdas, «vorreste gentilmente andare da Vishuddhanand e portarlo qui? La sua benedetta compagnia è necessaria per questa celebrazione. Egli verrà solo se lo inviterete di persona».

Ramdas partì dunque per Budhram Kuva e pregò il vecchio sadhu di onorare la funzione con la sua presenza. Egli acconsentì ed entrambi raggiunsero la grotta sulla collina verso le sette. Nel frattempo, lo spiazzo davanti alla caverna era stato splendidamente decorato; tappeti e stuoie erano stati stesi sul pavimento e oltre cento persone di entrambi i sessi si erano radunate, mentre la lampada a gas diffondeva una luce brillante sulla scena. Il pujari era tutto indaffarato a sistemare le cose.

Balak Ram, Vishuddhanand e Ramdas sedettero in fila all’imboccatura della grotta e la celebrazione del Ramlila ebbe inizio. I cantanti possedevano voci soavi e l’aria vibrava della loro musica. La rappresentazione proseguì fino all’una, quando la folla si disperse.

 

2. Il digiuno assoluto

Il giorno successivo alla rappresentazione del Ramlila, Ramdas vagò sulla collina di Bambeshwar e s’imbatté in un’altra grotta, pochi metri sopra quella occupata da Balak Ram. Era formata da grandi blocchi di roccia appoggiati l’uno all’altro a creare un’ampia cavità sottostante, con un’apertura proprio in cima, nel punto di congiunzione dei massi. L’ingresso alla grotta consisteva in uno stretto passaggio attraverso il quale non si poteva transitare frontalmente, occorreva farsi strada di fianco.

Egli entrò e vide che lo spazio interno era sufficiente per ospitare una persona. Le grotte esercitavano su di lui uno strano fascino: non appena ne scorgeva una, decideva di trascorrervi alcuni giorni. Anche quella grotta sembrava invitarlo a restare, ma a condizione che vi rimanesse senza cibo né bevande, nemmeno l’acqua, osservando al contempo il voto del silenzio.

Sceso da Balak Ram, egli disse: «Ramji, poco più in alto c’è una grotta. Ram vuole che Ramdas vi risieda e intraprenda un digiuno assoluto: non dovrà bere neppure l’acqua e dovrà mantenere un silenzio perfetto».    

«Per quanto tempo dovrà durare il digiuno?» domandò l’altro.   

«Ramdas non ne ha idea: sarà Ram a stabilirlo» rispose Ramdas.

Balak Ram si procurò tramite i visitatori un cesto di sterco di vacca e, dopo aver spazzato con cura l’interno della grotta, lo cosparse con uno strato di quel materiale. Una volta asciugato il pavimento, vi stese sopra una vecchia stuoia logora. Nel compiere questi preparativi Balak Ram manifestò grande entusiasmo. In serata Ramdas occupò la grotta: sedette sulla stuoia nell’oscurità più totale, ripetendo mentalmente il Ram-mantra. Laddove le rocce si univano vi erano profondi anfratti colmi di foglie secche; nel buio, il fruscio prodotto dalle creature striscianti che abitavano quegli spazi giungeva alle sue orecchie. A tratti sentiva che strisciavano proprio vicino a lui, ma la paura era ormai uscita dalla sua vita: restava calmo e imperturbabile. Uno sguardo verso l’alto rivelava i lontani cieli azzurri, luccicanti di stelle scintillanti attraverso l’apertura angolare alla sommità della grotta.

L’alba spuntò. Balak Ram venne a trovarlo e rimase per qualche minuto; vedendo Ramdas silenzioso e indifferente, se ne andò. La giornata passò. Era piena estate e il caldo nelle Province Unite è estremo, dalle dieci alle cinque del pomeriggio il sole sputava fuoco. Le rocce della grotta, esposte al bagliore diretto, bruciavano di un calore intenso; brezze infuocate soffiavano all’interno attraverso lo stretto ingresso. Ramdas non si mosse quasi mai dalla stuoia. Passò anche il secondo giorno.

Il terzo giorno egli si elevò al di sopra della coscienza corporea e la sua esperienza fu quella di un solenne vuoto nell’esistenza: una quiete e una pace profonda pervasero il suo essere. Trascorreva ormai la maggior parte del tempo disteso sulla stuoia. Non chiuse occhio neppure per un istante e i suoi occhi restavano sempre aperti, anche di notte, poiché non riusciva a tenerli serrati a lungo. Né la debolezza né i morsi della fame lo influenzavano minimamente. Balak Ram veniva a trovarlo ogni mattina e pensava che il digiuno fosse per amor suo: sperava che, attraverso l’austerità di Ramdas, egli avrebbe ottenuto la liberazione. Ramdas non sapeva né gli interessava conoscere il perché e il percome di quel digiuno, si limitava a osservarlo per volontà di Ram.

A mezzanotte del terzo giorno, Ramdas sedeva sull’asan quando all’improvviso si udì lo scoppio di un tuono e per un quarto d’ora piovve a dirotto. L’acqua, scrosciando dall’apertura sul soffitto della grotta, cadeva direttamente su Ramdas come se fosse seduto sotto una cascata. Egli fu interamente inzuppato e la grotta si riempì d’acqua per l’altezza di due o tre centimetri, ma egli non si mosse. La sua unica veste e la stuoia erano completamente fradice. Il giorno seguente il calore del sole fu rigoroso come sempre e così, verso mezzogiorno, l’acqua nella cavità si prosciugò, insieme alla veste e alla stuoia.

La notizia del digiuno si diffuse nella città di Banda. La gente saliva numerosa sulla collina per vederlo; molti giungevano solo fino alla grotta inferiore e, dopo aver chiesto informazioni a Balak Ram, tornavano indietro, mentre alcuni salivano alla grotta superiore dove viveva Ramdas. Si limitavano a sbirciare all’interno attraverso lo stretto passaggio, ma nessuno osava entrare: mostravano un timore quasi superstizioso.

Tuttavia, nel pomeriggio, un uomo entrò con audacia. Ramdas era disteso; il visitatore sedette dapprima ai suoi piedi e iniziò lentamente a massaggiargli le gambe. Poi, avvicinandosi al volto di Ramdas, scoppiò in lacrime e pianse come un bambino. Asciugandosi gli occhi con le maniche del cappotto, disse:       

«Maharaj, io sono un povero calzolaio e svolgo il mio lavoro sul ciglio della strada. Uno dei miei clienti, venuto da me per far riparare le scarpe, mi ha raccontato la storia del vostro digiuno: ha detto che avevate persino rinunciato a bere l’acqua. La notizia mi ha sconvolto. Ho pensato: “Come potrei andare a casa e cenare, sapendo che c’è qualcuno sulla collina che soffre la fame?”. La mia mente si è ribellata a quell’idea. Stordito e smarrito, ho lasciato il lavoro e sono corso quassù. Ora, la mia decisione è questa: finché voi non assumerete cibo, sono determinato a non prenderne per me. Preferisco digiunare con voi, fino ad allora resterò anch’io in questa grotta».

Le sue parole toccarono una corda nel cuore di Ramdas, rimasto silente durante il digiuno, e lo fecero vibrare. Tutto il suo essere rispose al fremito che ne scaturiva. Si mise improvvisamente a sedere con un balzo e, posando entrambe le mani sulle spalle del calzolaio, chiese:        

«Cosa volete che Ramdas faccia?».     

«Che vi nutriate, naturalmente» rispose l’uomo.      

«Ebbene, portategli qualcosa da mangiare» disse Ramdas.          

«Porterò qualunque cosa desideriate» rispose lui con ansia.        

«Una tazza di latte» suggerì Ramdas.

Subito l’amico calzolaio lasciò la grotta e riapparve dieci minuti dopo con una ciotola colma di latte. Ansimava, doveva essere andato e tornato dal mercato di corsa.
«Ecco a voi, Maharaj» disse offrendo il latte. Ramdas lo bevve.

 

3. Balak Ram, il prodigo

Interrotto il digiuno, Ramdas abbandonò la grotta e discese. Balak Ram fu sorpreso di vederlo.     

«Ramji» gli disse Ramdas, «Ram comanda a Ramdas di lasciare la collina e partire da Banda: egli se ne va».          

«Bene, vi seguirò anch’io. Il mio posto è accanto a voi e non posso rinunciarvi».

Ramdas cercò di dissuaderlo, ma egli fu ostinato. Entrambi scesero dalla collina ed egli condusse Ramdas alla casa di Seth Moolchand; il seth (capo di una comunità mercantile) e sua moglie li accolsero con grande gioia. Ramdas propose di lasciare Banda a piedi per Jhansi, la mattina presto del giorno seguente.

«Swamiji, vi condurrò io a Mahoba» intervenne Balak Ram con insistenza. «A circa tre miglia dalla città c’è un luogo che merita di essere visitato, fatto di colline e giungle. È considerato una tapobhumi (un luogo santificato dalla pratica spirituale) e si chiama Gohkar Parvat. Ho avuto occasione di vivere su quelle alture per alcuni mesi. Procederemo direttamente verso quel luogo, non a piedi ma in ferrovia».

Vi era un treno notturno per Mahoba e Ramdas suggerì di partire con quello. Nel frattempo, una folla di persone si era radunata nella casa di Moolchand per il darshan dei sadhu. Tra loro vi era la devota sorella di Moolchand, che si fece avanti.
«Maharaj», disse, «ho un’umile richiesta da rivolgervi. Vi prego di rimandare il vostro viaggio a domani sera: la mia supplica è che possiate onorare la mia casa con la vostra presenza per il nutrimento di mezzogiorno».

Ramdas accettò l’invito e Balak Ram fece altrettanto. La notte passò nel cortile davanti alla casa di Moolchand. L’indomani, alle undici, la sorella di Moolchand venne a scortare i sadhu alla propria abitazione; era la moglie di un ricco mercante.

sadhu furono condotti in una stanza al piano superiore della sua grande casa. Seduti fianco a fianco, ricevettero vivande prelibate: la madre era tutta amore. Terminato il cibo, ella pregò Ramdas di illuminarli con un discorso sulla bhakti. Tutte le donne della famiglia si riunirono nella stanza per ascoltarlo. Sebbene il suo hindi fosse povero, egli diventava eloquente quando trattava argomenti religiosi. Parlò per quasi un’ora. Intrecciò nel suo discorso molti episodi tratti dai Purana che descrivevano come, nella vita dei devoti, la bhakti trionfasse dopo strenue lotte. In breve, egli presentò la devozione a Dio come l’unico scopo dell’esistenza umana. Le ascoltatrici furono toccate dalle sue parole e lacrime di pura emozione rigarono i loro volti.

Egli stava ormai per congedarsi quando Balak Ram, facendogli cenno di sedere ancora qualche minuto, disse: «Ho anch’io qualche parola da dire». Rivolgendo poi lo sguardo alla padrona di casa, aggiunse: «Venti rupie subito per il sadhu seva: ora, veloci!». E sollevando la mano destra in aria la abbassò, colpendo il pavimento con il palmo. La gentile ospite e le altre donne rimasero ammutolite davanti a quella richiesta improvvisa.     

«Mataji», incalzò Balak Ram, «perché esitate? Suvvia, non c’è tempo da perdere: venti rupie subito».           

La madre, smarrita, lasciò la stanza e riapparve con il denaro, ponendo una pila di venti rupie d’argento davanti ai sadhu. Balak Ram chiuse prontamente le dita sulla pila e, stringendo la somma in pugno, si alzò.         

«Swamiji, ora andiamo» disse volgendosi a Ramdas. Uscirono e raggiunsero la casa di Moolchand.

Balak Ram, divenuto padrone di una piccola fortuna, iniziò subito a cercare il modo di spenderla. Chiamò a sé un visitatore e disse: «Ecco sei rupie: procuratemi al mercato del tessuto color arancio sufficiente per una tunica e chiamate anche un sarto». Il visitatore partì con il denaro.   

«E voi, lì», chiamò un altro, «prendete due rupie: portatemi l’equivalente in charas, estratto di ganja». Anche il secondo visitatore fu inviato a compiere la commissione.

In un paio d’ore egli indossava la lunga e ampia tunica e aveva già inalato diverse dosi di fumo di charas. Gli restavano ancora undici rupie; le monete tintinnavano nelle sue mani ed egli rideva con estrema benevolenza.        

«Swamiji, facciamo un giro al mercato» propose.

Partì così un gruppo composto da Balak Ram, Ramdas e altre tre o quattro persone. Egli si pavoneggiava per le strade come se fosse il sovrano di tutto ciò che lo circondava. Le braccia tese oscillavano avanti e indietro, le spalle si alzavano e si abbassavano a ogni passo, le gambe divaricate calpestavano il suolo con un’andatura misurata e fiera; la testa, quasi in bilico su un perno allentato, si muoveva come un pendolo da un lato all’altro. Tutto il suo portamento mostrava il desiderio di imprimere nel mondo ignorante l’idea che un grande personaggio si fosse degnato di benedire le strade di Banda calcandole con il suo sacro cammino. Nel mercato affollato la gente si scostava al suo passaggio; molti si inchinavano o si prostravano davanti a lui. O Ram, quali maschere meravigliose indossate!

Balak Ram, scorgendo un negozio di ombrelli, vi entrò e ne uscì con un modello alla moda del valore di tre rupie. In seguito, entrando in un negozio di calzature, acquistò un paio di scarpe lucide e dei calzini a strisce gialle e rosse.         

Ora egli faceva roteare l’ombrello nella mano destra e, poiché le scarpe erano di una taglia troppo piccola per i suoi piedi, procedeva zoppicando: il che aggiungeva solennità alla sua andatura. I mercanti nelle botteghe, dimenticando per un momento di servire i clienti, fissavano Balak Ram con meraviglia, non priva di timore. Infine il gruppo arrivò al punto di partenza, la casa di Moolchand.      

«Sia maledetto il calzolaio!» gridò.

Sedutosi su una panca, chiese a uno dei devoti di sfilargli immediatamente le scarpe. Uno dei presenti gliele tolse dai piedi insieme ai calzini. Quando Balak Ram sollevò i talloni, cosa vide? Due vesciche grandi come biglie!        

«Quel mascalzone!» esclamò con rabbia, «mi ha truffato senza ritegno. Non la passerà liscia: andiamo da lui, voglio dargli una bella strigliata tirandogli la sua lunga barba».

Il gruppo ripartì per una nuova avventura. Egli fece trasportare le scarpe a uno dei compagni; abbandonata l’andatura signorile, Balak Ram si affrettava ora con passo spedito. Le sue mani stavano presumibilmente fremendo dal desiderio di dare uno strattone alla barba del musulmano! Giunsero davanti al negozio, ma era chiuso. Sotto l’effetto della charas, Balak Ram non ricordava con esattezza quale fosse la bottega dove aveva effettuato l’acquisto. Adiacente al negozio chiuso vi era un altro rivenditore di stivali e un vecchio con la barba sedeva al banco. Balak Ram gli si avvicinò e stava per dare libero sfogo alla sua lingua ben addestrata, quando Ramdas lo tirò per le maniche avvertendolo: «Ascoltate, state per prendervela con l’uomo sbagliato. È dal negozio chiuso che avete comprato le scarpe. Andiamocene via».

Il gruppo tornò indietro. Balak Ram ribolliva come un vulcano represso. Per tutto il tragitto aveva evocato una serie affascinante di epiteti scelti da lanciare al negoziante, ma tutto andò vanificato! Il suo rammarico era grande, tuttavia riuscì in qualche modo a compensare la perdita: si fermò davanti al negozio chiuso e vomitò ogni invettiva contro il calzolaio assente, trascinandovi anche i suoi antenati e discendenti e riducendoli tutti, infine, a un ammasso del più spregevole esempio di umanità. Sulla via del ritorno verso la casa di Moolchand, con un brontolio simile a un tuono lontano, egli diede sfogo ad altre perle scurrili appena tornate alla memoria.

 

4. La causa del mal di denti

Con il treno notturno Balak Ram e Ramdas lasciarono Banda e raggiunsero Mahoba la mattina presto del giorno seguente. Nel mercato furono salutati dai vecchi amici di Balak Ram; tra questi, Bahadur e Jagannath furono i più assidui nelle loro attenzioni. In serata si diressero verso il monte Gohkar. Prima di lasciare la città, Balak Ram si spogliò della lunga tunica e la regalò a un amico incontrato al mercato; allo stesso modo, donò l’ombrello e le scarpe, restando con indosso solo il kaupin.

Il monte Gohkar era formato da una serie di montagne, alcune basse e altre elevate; le vette erano composte da enormi massi neri accatastati tra loro. Gli alberi ad alto fusto erano rari, ma i colli erano ammantati da una fitta vegetazione di arbusti ed erba. A una quota inferiore, intorno all’ampia area delle colline, si trovavano piccoli laghi che portavano sul loro placido grembo fior di loto bianchi e rossi. Salendo sui colli raggiunsero una radura centrale circondata da alte cime: proprio nel mezzo di questo spiazzo si ergeva un ammasso di rocce giganti, alto circa trenta metri. Alla base di questa pila vi era una grotta simile a una stanza cubica. Una difficile ascesa di pochi metri rivelò un altro vano spazioso ma molto basso, compreso tra due rocce larghe e piatte; in questo ambiente vi era un ulteriore anfratto che poteva ospitare appena una persona. Il vano e il riparo erano così bassi che ci si poteva muovere solo rannicchiati: questa camera rocciosa superiore fu occupata per la notte.

Il temperamento di Balak Ram era pessimo come sempre. Al minimo pretesto inveiva con violenza contro i visitatori. Quando era solo con lui, Ramdas gli parlava nuovamente della pace: in risposta egli decise che, a partire dal giorno seguente, avrebbe osservato il silenzio assoluto, sarebbe vissuto di solo latte e non avrebbe lasciato la stanza per sette giorni. Desiderava inoltre restare in solitudine e non permettere ad alcun visitatore di salire, eccetto Ramdas. Quest’ultimo si assunse il compito di portargli dal basso il latte, l’acqua e il necessario; esortò inoltre Balak Ram a proseguire con la ripetizione del Ram-mantra.

Il giorno seguente Ramdas si stabilì sotto una roccia inclinata alla base della collina. I visitatori iniziarono ad affluire chiedendo di vedere Balak Ram; Ramdas spiegò loro la situazione così com’era. Essi rimasero molto delusi e brontolarono. Egli assolse il compito che gli era stato imposto: da un lato cercava di convincere i visitatori a non scalare la collina per vedere Balak Ram e, dall’altro, portava il nutrimento e l’acqua a quest’ultimo nella sua cella solitaria.

Occorre notare che questa parte della collina era priva di riserve idriche: non vi erano né sorgenti né pozzi. L’acqua doveva essere trasportata da un pozzo distante quasi due miglia dalla grotta. I gentili amici Bahadur e Jagannath si occuparono del rifornimento.

Una notte Ramdas trovò Balak Ram disteso su una roccia piatta, in cima alla grotta, che gemeva e piangeva dal dolore.           

«Cosa vi succede, Ram?» chiese Ramdas avvicinandosi.    

«Maharaj, ho un forte attacco di mal di denti. Non riesco a sopportare questo dolore lancinante», singhiozzò.   

Ramdas gli passò la mano addosso per calmarlo, ed egli aggiunse: «Sapete perché soffro così? Ve lo dirò: comprendo bene che tutto ciò è dovuto alle maledizioni di mia moglie e dei miei figli, che ho abbandonato».         

«Signore!» esclamò Ramdas, «se è così, perché non tornate da loro?».  

«Impossibile», sbottò egli bruscamente, «mi sono separato da loro in modo assoluto, senza alcuna speranza di ritorno».          

«Non esiste una cosa simile, Ram. Potete ancora tornare da loro, se solo lo decidete», lo rassicurò Ramdas.        

Ma Balak Ram era fermo nelle sue convinzioni. Poco dopo si addormentò e il giorno seguente il dolore era scomparso.

I giorni passavano. I visitatori della città, giunti in gran numero, invocavano a gran voce il darshan di Balak Ram; in qualche modo accusavano Ramdas di essere l’artefice di quella situazione, ma egli accolse le loro osservazioni con benevolenza. Dall’altro lato, anche Balak Ram stava diventando impaziente: lottava con la propria mente, che si ribellava alle restrizioni imposte. Il quinto giorno, una grande folla di devoti ai piedi della collina sollevò un tale baccano che il rumore giunse alle orecchie di Balak Ram nel suo isolamento. Egli uscì fuori come un prigioniero liberato e, saltando di pietra in pietra, fu in un minuto in mezzo alla folla, ricevendone una sonora ovazione.

Per alcuni minuti fu mite, allegro e sorridente. Ma la passione rimasta sopita per cinque giorni levò ancora una volta la sua testa: il suo veleno scorse con furia inalterata in un torrente di insulti verso tutte le persone radunate. Davanti a ciò, la folla si sciolse lentamente e si disperse; la maggior parte si dileguò verso casa. Rimasero in pochi, coloro che lo tolleravano e lo amavano nonostante la sua natura violenta. Molti dei suoi ammiratori sapevano che i suoi sfoghi non andavano presi sul serio e che il suo cuore era tenero, compassionevole e amorevole. Una volta Ramdas lo osservò mentre coccolava un bambino: era semplicemente rapito dalla gioia in sua compagnia. Egli era un nemico dichiarato della menzogna, dell’inganno e dell’avidità: verso questi vizi il suo atteggiamento era quanto mai violento e intransigente.

La sera dello stesso giorno, quando Balak Ram fu libero dai vincoli del suo voto, Ramdas espresse il desiderio di lasciare Mahoba quella notte stessa per Jhansi. Balak Ram protestò, pianse, afferrò i piedi di Ramdas, lo supplicò e fece di tutto per trattenerlo più a lungo. Ma Ramdas fu così fermo nella sua decisione che questa volta Balak Ram non riuscì a smuoverlo. Egli partì dunque con il treno notturno da Mahoba e raggiunse Jhansi la mattina seguente.