CAPITOLO XX
IL MONTE ABU
1, Sri Shanti Vijayji: un vero santo
Ramdas tornò a occupare l’Atkhamba sulla riva del Lakshmi-talao. Il giorno del suo arrivo fu colpito da una febbre alta, che durò tre giorni. Ramkinkar lo assistette. Si preoccupava moltissimo per Ramdas e a volte piangeva, quando la febbre si faceva molto alta. Ramdas rifiutò di essere curato con medicine e suggerì di digiunare per un giorno o due. All’inizio Ramkinkar si oppose, ma dovette cedere quando vide che la febbre non passava. Due giorni di digiuno lo guarirono dal male.
Qui Ramdas ricevette un invito da madre Elizabeth, la signora inglese che allora viveva sul Monte Abu. Decise di visitare il Monte Abu. Ramkinkar e altri amici di Jhansi proposero che fondasse un ashram (eremo) da qualche parte nel Bundelkhand. Dopo qualche discussione, fissarono il Gohkar Parvat come luogo adatto a tale scopo. Insistettero perché vi facesse ritorno dopo la visita a madre Elizabeth.
Anche Ramcharandas giunse a Jhansi in quel periodo. Chiese ancora una volta di poter tenere compagnia a Ramdas. Questi gli disse di andare in anticipo a Mahoba, dove lo avrebbe incontrato al suo ritorno dal Monte Abu. Ramdas rivide anche Swami Nirbhayanand e la sua nobile moglie nella loro kuti. Prima di lasciare Jhansi, cenò con loro un’ultima volta.
Era stato inviato in anticipo un telegramma a madre Elizabeth, per annunciare l’arrivo di Ramdas. Al momento stabilito, egli raggiunse la stazione di Abu Road. Un sepoy di Raja Ram lo attendeva (sepoy: soldato indiano al servizio degli inglesi o dei principi locali). Con un autobus, Ramdas e la sua scorta risalirono il Monte Abu per circa venti miglia. Finalmente giunse al bungalow di madre Elizabeth. In quel momento ella ospitava due illustri visitatori: il Thakore Saheb (titolo di un governatore locale) di Limbdi e Sir P. Pattani, Dewan (ministro) dello Stato di Bhavnagar.
Madre Elizabeth accolse Ramdas con gioia manifesta. Era stata preparata per lui una stanza nella sua villa. Il giorno seguente, si unì al gruppo un santo di Jamnagar, Ramprasad. Ramdas preferiva nutrirsi di latte e frutta. Si sedeva al tavolo della madre in compagnia dei suoi illustri ospiti per consumare il suo latte e la sua frutta. La madre era travolgente nel suo amore e nella sua gentilezza. Quasi lo imboccava con le sue stesse mani. Rimase sul Monte Abu circa dodici giorni. Qui annoterà solo uno o due episodi importanti del suo breve soggiorno sulla collina.
Aveva costantemente il Ram-mantra sulle labbra. La stanza in cui dimorava risuonava del suo suono. Ora, madre Elizabeth aveva ingaggiato alcuni muratori per costruire un muro di cinta attorno alla casa. Lavoravano a circa venti metri dalla sua stanza. Un giorno la madre gli si avvicinò di corsa e chiese:
«Ramdas, hai insegnato il mantra anche ai muratori? Li sento ripeterlo mentre lavorano».
Di fatto, il mantra era pronunciato spontaneamente da tutti all’interno della proprietà. Di notte, dopo le tre, si sentiva Pattani Ram, così era stato soprannominato, cantare il mantra. Aveva una suite di stanze vicino a quelle di Ramdas. Anche il cuoco bramino, i sepoy di Raja Ram e gli altri servi venivano sorpresi a cantare il mantra tra sé. Una volta, mentre la madre, Raja Ram, Pattani Ram e Ramdas andavano in auto verso il famoso Tempio di Dilwara, l’auto risuonava della forte melodia del mantra: ogni occupante dell’auto lo cantava a gran voce, era contagioso.
Il Tempio di Dilwara che visitarono era un edificio, scolpito in marmo bianco, assai pittoresco. Lo scultore aveva profuso liberamente tutto il suo genio e la sua abilità nel rendere il tempio un’opera architettonica unica. Entrando, si trovava di fronte a un complesso quadrangolare di strutture con un blocco centrale in cui era collocata l’immagine principale di Mahavira, il grande santo del giainismo. I quadrangoli consistevano in lunghi porticati, aperti all’interno, con pareti, soffitti e pilastri decorati da squisiti intagli di emblemi e motivi, tra i quali, a intervalli, nelle nicchie delle pareti, spiccavano figure di Mahavira nudo. La cupola della volta centrale era anch’essa un meraviglioso pezzo di scultura, cesellato con motivi artistici.
I santi giainisti che risiedevano all’interno del tempio furono gentili da accompagnare Ramdas in giro e mostrargli l’interno del santuario. Sul fronte c’era una piccola struttura in puro marmo bianco su cui erano modellati numerosi elefanti bardati; sui loro dorsi erano poste lettighe decorate che recavano le effigi degli antichi re giainisti.
Madre Elizabeth considerava suo guru un santo giainista, Sri Shanti Vijayji, che viveva in una delle grotte del Monte Abu. Una volta aveva proposto di portare Ramdas da lui, ma egli non aveva mostrato entusiasmo e l’idea era stata accantonata. Ma improvvisamente, una mattina, il mahatma in persona venne alla villa. La madre presentò Ramdas a lui. Era seduto su un asan sul pavimento di una delle sue stanze. Ramdas, avvicinatosi, lo abbracciò con grande gioia. Egli ricambiò l’abbraccio con pari letizia. Poi Ramdas si sedette accanto a lui. Era l’umiltà personificata. Aveva una figura robusta e bassa, con una folta barba nera. Indossava solo un panno sulle spalle. Il panno era, in alcuni punti, strappato e sporco. I suoi occhi avevano uno sguardo lontano e assorto. Irradiava purezza e pace. Ramdas non conversò con lui. Il guru poteva parlare solo in gujarati e Ramdas non conosceva quella lingua.
2. La conoscenza è sapere di non sapere nulla
Un giorno la madre portò Ramdas a fare una passeggiata sulle colline e gli mostrò l’estensione della sua proprietà.
«Mi piace sempre la compagnia dei santi» ella disse, «qualsiasi altro tipo di compagnia mi dà fastidio, soprattutto quella dei capifamiglia immersi nelle faccende del mondo».
Nel corso della conversazione Ramdas dovette dirle: «Madre, il corpo fragile di Ramdas potrebbe non vivere a lungo. C’è il presentimento che sia sul punto di cedere».
«Non dire così, deve ancora compiere grandi cose», rispose lei.
Il tempo impiegato per la passeggiata fu di circa mezz’ora, dopo di che ritornarono sui loro passi verso la villa.
La madre desiderava in cuor suo che egli mangiasse pasti preparati dalle sue mani. Il suo desiderio silenzioso produsse stranamente una risposta in lui. Senza volerlo, le chiese di nutrirlo con cibo cucinato da lei. Con la massima gioia e un amore traboccante, preparò per lui alcuni roti di grano che avevano un sapore paradisiaco.
Un altro giorno, un sepoy di Raja Ram, un amico gentile, lo portò a fare una passeggiata. Chiese all’amico di condurlo in un luogo solitario, lontano dai posti frequentati dalle persone. il sepoy, essendo di natura zelante, lo scortò fino a una grotta distante occupata da un sannyasi. Ramdas, nel mezzo di una giungla, si trovò di fronte a una grande grotta scavata nella roccia, con un’ampia aperta. All’interno era seduto un giovane sannyasi, vestito con un panno color ocra, rasato, con una serie di libri sparsi accanto a sé.
L’amico gentile sussurrò all’orecchio di Ramdas: «Questo è Swami Kaivalyanand». Ramdas si avvicinò al sannyasi e si prostrò davanti a lui.
Con uno sguardo sorpreso, questi chiese: «A chi stai offrendo questo saluto?».
«A Ram», rispose Ramdas.
«Chi sei?».
«Ramdas».
«Ramdas, Ramdas, buffo, non è vero? C’è solo una Verità. Perché assumi questa falsa dualità?».
«È Ram stesso che, pur essendo Uno, ha scelto di essere molti».
«Sbagliato, Lui è sempre uno; il molteplice è falso, è illusione», disse.
«La Verità è diventata “Dio e il Suo devoto”, per amore del lila, il gioco divino».
«Perché giocare?» chiese.
«Per amore e beatitudine: così, quando Ramdas si prostra davanti a te, sei tu stesso che lo fai nella forma di Ramdas» ribatté Ramdas.
«Sciocchezze, c’è solo uno, mai due».
«Con chi stai parlando allora, Swamiji?».
Rifletté un momento e rispose: «Con me stesso».
«Esattamente: supponi che ci siano due, anche se alla luce della Verità assoluta c’è solo uno».
«No, no, nessun uomo realizzato crede nella dualità».
«E che dire di Tulsidas, Surdas, Kabir, Samarth Ramdas e molti altri?».
«Oh!» rise, «non avevano raggiunto lo jnana (conoscenza suprema). Lottavano ancora su un piano inferiore!».
«Ma i loro insegnamenti e le loro opere mostrano che possedevano un’elevata illuminazione. Indicavano la parabhakti, la devozione suprema, come la realizzazione ultima» replicò Ramdas.
«Io sostengo che erano gente ignorante», e, prendendo un libro dalla pila accanto a sé, aggiunse: «Mettili tutti da parte; qui, prendi questo libro e leggilo; capirai le cose più chiaramente».
«Ramdas non ha bisogno di capire. La conoscenza gli è stata definita come quello stato in cui sai di non sapere nulla».
«Bene, bene, ti dico di leggere quest’opera; l’ho scritta io».
Insistette molto perché Ramdas l’accettasse. Uno sguardo al libro ne rivelò il titolo e l’autore: Will to Satchidanand di Swami Kaivalyananda, M. A. (Master of Arts, titolo accademico). Ramdas prese congedo da lui nel suo solito modo, inchinandosi ai suoi piedi ai suoi piedi, e prese con sé il libro.
Di nuovo Ramdas, in compagnia dello stesso amico sepoy, visitò il tempio del luogo dedicato a Ram. Qui incontrò molti santi vaishnavi (devoto a Vishnu o alle sue incarnazioni, come Rama e Krishna) che lo trattarono con grande gentilezza. Al ritorno passarono per una strada accanto a un grande lago, scintillante di acque azzurre e limpide. Sul seno del lago si vedevano europei, in costume da bagno, remare su imbarcazioni da diporto. Monte Abu è un luogo bellissimo, fresco anche a mezzogiorno d’estate. I panorami e i paesaggi sono incantevoli. L’aria è pura e rinfrescante.
3. L’amore della madre prevalse
Il giorno seguente, durante il nutrimento mattutino, Ramdas annunciò il desiderio di partire per Wadhwan e Limbdi, da dove riceveva ripetute chiamate, l’ultima delle quali era un telegramma urgente.
La madre fu molto turbata dalla notizia. Lo implorò di rimanere ancora qualche giorno e cercò il sostegno dei suoi ospiti. Anche loro, sotto pressione di lei, cercarono di persuaderlo a restare.
«Ramdas», disse la madre, «il caldo a Limbdi in questo periodo è terribile. Sentiamo dire che persino gli uccelli cadono dagli alberi e muoiono a causa del caldo insopportabile. Non dovresti andare in un luogo infuocato dalle fresche altitudini di Abu».
«Madre» rispose Ramdas, «l’amore non conosce disagi. Le persone di Limbdi e Wadhwan sono molto ansiose di averlo con loro. È il loro amore che lo chiama così imperiosamente».
«No, non andare. Io sono tua madre; mi prenderei cura del tuo corpo fragile. Ha bisogno di riposo in un clima fresco. Per favore, non andare».
Ramdas era irremovibile.
Lasciò il tavolo e uscì in veranda. La madre gli corse dietro e, con le mani giunte, disse: «Devi, Ramdas, rimanere con noi almeno altri quattro giorni; non dire di no. Conto su di te. Mi farai un così grande favore».
Ramdas si fermò e rimase in silenzio per un minuto carico di tensione. Gli occhi supplicanti della madre fecero pendere l’ago della bilancia.
«Va bene madre, altri quattro giorni» confermò Ramdas.
Quando sentì la risposta, andò in estasi. Saltellò di gioia e strofinò con le sue mani i suoi due palmi che aveva alzato in segno di saluto. Che cuore glorioso aveva!
Molti uomini di rilievo, saliti ad Abu per l’estate, visitarono Ramdas nella sua stanza e intrattennero lunghe conversazioni con lui. L’amore gli giungeva da ogni parte. Tra loro c’era anche un santo di nome Ramprasad, di Jamnagar, che viveva in una piccola casa separata, vicino alla villa di madre Elizabeth, nello stesso terreno. Sembrava avesse fondato un orfanotrofio a Jamnagar, dove i bambini poveri e indifesi trovavano riposo, istruzione e cibo. Il santo aveva espresso il desiderio che Ramdas visitasse l’orfanotrofio, ma Ram non gli concesse l’opportunità di esaudire il suo desiderio.
Il giorno prima della partenza, Raja Ram propose che, poiché sarebbe rientrato nel suo stato tra quattro giorni, sarebbe stato confortevole per lui viaggiare in sua compagnia. Come incentivo propose:
«Ramdas, io viaggio nella mia carrozza-salone speciale e voi potreste viaggiare con me».
«La partenza di Ramdas domani è già stata fissata; non può cambiarla. Viaggia sempre in terza classe. Anche se dovesse viaggiare sullo stesso vostro treno, preferirebbe un vagone di terza classe alla vostra carrozza-salone ben arredata» rispose Ramdas.
Raja Ram tacque. Ora la madre desiderava che qualcuno scortasse Ramdas fino a Wadhwan. Egli le fece capire che una scorta era del tutto inutile, poiché, essendo un fachiro, era abituato a viaggiare da solo su lunghe distanze.
«No, Ramdas, per appagare il mio cuore, manderò con te il sepoy di Raja Ram» disse.
Anche Raja Ram era d’accordo con Ramdas che non c’era bisogno di una scorta per lui. Ma la madre era incrollabilmente ferma nella sua decisione.
Il giorno dopo, la gentile madre li portò in auto, lui e il sepoy, alla fermata dell’autobus. Lo fece sedere comodamente nell’autobus. Mentre l’autobus si muoveva, lei tornò indietro con la sua auto e gli lanciò un ultimo prolungato sguardo da occhi che erano diventati umidi. Deve aver sentito la separazione molto intensamente. O madre, che amore infinito hai in seno per tuo figlio Ramdas!
L’amico sepoy, che aveva un cesto di frutta gentilmente fornito da madre Elizabeth, lo condusse a un compartimento di terza classe e stava per aprire la porta della carrozza quando un sadhu, seduto vicino alla porta, gridò che non c’era spazio nel compartimento. Tirò fermamente la porta verso l’interno per impedire che fosse aperta. Ma l’amico sepoy, un uomo forte, la aprì nonostante la resistenza e chiese a Ramdas di salire. Mentre entrava, il sadhu allungò il braccio davanti a sé per ostacolare il suo ingresso. Ma il sepoy, avanzando, gli spostò il braccio di lato e gli fece strada. Entrambi trovarono posto nel treno. C’era spazio sufficiente non solo per due persone, ma per dieci!
Nella carrozza c’erano una dozzina di sadhu. Il treno si mosse. Raggiunse una stazione di ristorazione dove si sarebbe fermato per più di mezz’ora. Qui i sadhu ordinarono purè e curry dal venditore di cibo sul marciapiede. Mentre erano intenti al loro pasto, un passeggero salì nel compartimento con purè e curry, ovviamente per la sua cena. Nel momento in cui entrò, i sadhu si alzarono come un sol uomo con i loro bastoni in mano e lo minacciarono affinché lasciare immediatamente la carrozza.
«Disgraziato contaminato! Come hai osato salire con il tuo pasto in questo compartimento in cui noi, sadhu, stiamo mangiando? Scendi subito o ti bastoneremo!».
Il povero passeggero, come un coniglio spaventato, saltò giù sul marciapiede e si diresse verso un’altra carrozza.
«Questo è il sadhuismo, maharaj, commentò l’amico sepoy rivolto a Ramdas.