Il Tempio di Pavalakundru

Il Tempio di Pavalakundru
Discorsi su Sri Ramana Maharshi Raccontati da
David Godman

– Il Testo del Video

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Da un lato del tempio, a circa 300 metri, emerge un ammasso di rocce chiamato Pavalakundru, che in lingua Tamil significa ‘colle corallino’, ma che del corallo non ha né il colore né la materia. Si tratta infatti di una piccola sporgenza di granito, ed è il luogo in cui andò a stare Bhagavan nel 1898, e dove più tardi fu ritrovato dalla madre. Lui non ci soggiornò a lungo, ma il posto è importante perché è lì che la sua famiglia infine lo rintracciò.

Ora mi trovo nel mantapam del tempio di Pavalakundru, perché questo è uno dei vari santuari o templi di Tiruvannamalai in cui soggiornò Ramana Maharshi prima che salisse sulla collina e si fermasse, dapprima nella grotta di Virupaksha e poi nello Skandashram.

Perché venne qui? Credo che la maggior parte dei suoi movimenti durante i primi anni a Tiruvannamalai fossero dettati dal desiderio di evitare persone che lo assillavano perché volevano nutrirlo o perché cercavano di fargli fare delle cose. Credo che questo spostamento, in particolare, fosse dovuto alle eccessive attenzioni che stava ricevendo nel tempio di Arunachaleswara.

Così non fece altro che abbandonare il tempio principale per starsene in un posto un po’ meno accessibile alla gente comune. Quando si trovava qui, credo che questa non fosse la dimora abituale di Palaniswami, perché Bhagavan disse alcune volte che era solito andare a chiedere l’elemosina per poi tornare a mangiare qui.

Questo santuario è famoso nella tradizione locale perché sarebbe uno dei luoghi in cui Parvati fece penitenza, conclusa la quale, lei acquisì metà della forma di Shiva nell’Ardhanarishwara. All’interno si trova un’immagine di Shiva-Parvati in questa forma. Il tempio vero e proprio ha avuto una storia alquanto movimentata e violenta. L’edificio di cui Bhagavan occupò una piccola parte negli anni ’90 dell’Ottocento, aveva – come lui disse – soltanto una cinquantina d’anni, perché quello precedente era stato distrutto durante una grande battaglia, di cui parlerò dopo, a metà del 18° secolo.

L’edificio occupato da Bhagavan, e in particolare una minuscola stanza in cui a volte si fermava, sembrano essere scomparsi. La costruzione che vedete attualmente è il risultato di lavori di ristrutturazione eseguiti nel 2004 dal Ramanashram, che ha bonificato completamente l’ingresso principale, ha aggiunto un altro paio di statue, ha ripulito tutto il terreno intorno al tempio principale e costruito un muro di contenimento.

Ai suoi tempi, Bhagavan passava molte ore in una piccolissima stanza, a volte rinchiuso. A volte era Palaniswami a chiuderlo dentro, e a volte la madre, quando si trovava qui: lei lo chiudeva col catenaccio e poi scendeva giù in città. E Bhagavan restava dentro, dimorando in una sorta di samadhi o stato di ritiro, quassù nella sua piccolissima stanza.

Nella biografia di Ramana questo luogo è famoso soprattutto perché è qui che la madre riuscì infine a trovarlo. A Gurumurtam ho descritto come suo zio, Nellaiappier Iyer, si era convinto che Bhagavan si fosse stabilito a Tiruvannamalaie non volesse far ritorno a Madurai. La madre pensava invece che se fosse venuta di persona a chiederglielo, sarebbe potuta riuscire a convincere suo figlio a tornare a Madurai e a ricongiungersi in qualche modo con la famiglia. Lei venne qui nel 1899 insieme a Nagaswami, il fratello maggiore di Bhagavan, senza sapere con esattezza dove si trovasse, ma una volta arrivata in città, Bhagavan era già abbastanza famoso perché fosse facile ricevere le indicazioni che la guidarono fin quassù.

Al suo arrivo vide Bhagavan disteso su una pietra con addosso solo una kaupina (perizoma), e in uno stato fisico di tale trascuratezza da causarle, come prima reazione, pietà per gli estremi a cui si era ridotto il figlio. Gli si avvicinò e lo pregò di tornare ed essere accudito a dovere in casa della famiglia a Madurai. Bhagavan la ignorò del tutto. Lei tornò diverse altre volte, e ogni volta Bhagavan si rifiutò di parlarle, negando qualsiasi tipo di risposta alle sue preghiere di far ritorno a casa.

Io non credo che Baghavan rifiutasse di parlarle. Lui ha raccontato che durante I suoi primi anni a Tiruvannamalai aveva semplicemente perso la capacità fisica di parlare. Non era un voto di silenzio, era una specie di paralisi alla gola che gli rendeva molto difficile l’articolazione di suoni.

Le poche volte che in quegli anni parlò, emetteva un suono gutturale del tipo ‘Ah ahrg ah’, come quando ci si schiarisce la voce, e lui lo riservava per soli casi di emergenza, che non erano moltissimi. Quasi sempre preferiva stare in silenzio soltanto perché gli costava un grande sforzo emettere qualsiasi suono.

Durante una delle tante visite che gli fece la madre, la donna iniziò a disperare che Bhagavan sarebbe mai tornato a casa o almeno tornato a parlarle.

E così scoppiò in lacrime, e questo – credo – fu un po’ troppo per Bhagavan. Fino ad allora era rimasto lì impassibile, ignorando ogni sua preghiera, ma quando vide la madre piangere così, credo che anche lui fu un po’ preso dall’emozione, e invece di starsene lì indifferente si alzò in piedi e se ne andò.

Dopo che si era allontanato, qualcuno gli disse: «Tua madre è venuta da lontano e ti ha fatto una domanda molto ragionevole. È tua madre: vuole sapere se sei disposto a tornare a Madurai ed essere accudito dalla famiglia. Anche se la risposta è ‘no’, dille almeno ‘no’, in modo che lei sappia come stanno le cose».

Così Bhagavan che, come ho detto, all’epoca non parlava, tirò fuori carta e matita e scrisse due famose righe in Tamil, che ora si possono leggere sul muro laterale di questo mantapam – quello che ora osserviamo è un elemento aggiunto dal Ramanashram circa dieci anni fa a completamento dell’ultima ristrutturazione del tempio. Si tratta di una scritta che contiene il primo insegnamento impartito nella sua vita da Bhagavan, cioè il messaggio rivolto a sua madre. Giù in basso c’è la traduzione inglese, che recita:

«L’Onnipotente dispone del destino delle anime secondo le loro azioni passate. Ciò che è destinato a non accadere non accadrà, qualunque sforzo si faccia. Ciò che è destinato ad accadere accadrà, comunque lo si voglia impedire. Poiché questo è sicuro, la scelta migliore è restare in silenzio».

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GLI INSEGNAMENTI DI SRI RAMANA SUL DESTINO

La traduzione che abbiamo appena visto è alquanto concisa e oscura, ed è molto filosofica, comunque racchiude un’idea sulla cui verità Bhagavan ha insistito per tutta la vita.

Fu la prima volta che la espresse, e si tratta di questo: ogni azione compiuta dal tuo corpo nel corso della vita appartiene a un copione preordinato, e quel copione ti è stato assegnato da Ishwara.

Per l’induismo Ishwara è il Dio personale [in realtà Ishwara non è la persona ma la Conoscenza di Essere, l’Io Sono universale, da cui nasce tutto il sogno della Manifestazione. L’Assoluto è prima della Conoscenza di Essere – Nota di Sergio].

Bhagavan disse che tutto, fin dalla più piccola azione – afferrare una tazza, il luogo in cui vai, quello dove vivi, le persone che incontri – sono tutti copioni che ti sono stati scritti, e che non hai alcuna scelta sulle cose da fare nella vita, e i fatti da sperimentare.

Disse che l’unica vera scelta della vita è comprendere che non sei la persona che abita il corpo, che non sei la persona che compie le azioni, che la tua vera natura, la tua vera identità, è il Sé. E aggiunse che se si fa quella scelta, se si assume quell’identità momento per momento, allora si trascende il proprio destino, perché il destino è solo del corpo.

Quello che in effetti sta dicendo alla madre è: questo particolare corpo ha un copione; è un copione già scritto, è immutabile. Il copione di questo corpo è che non tornerà a Madurai. Quindi, cos’altro possiamo fare se non starcene in pace e accettare che questo è ciò che è destinato ad accadere?

Questo ci conduce in un campo praticato da ogni tipo di filosofia, e Bhagavan dimostra fin da un’età precoce – questo scritto risale infatti alla sua adolescenza – di esserne già padrone. Egli aderì alla linea filosofica appartenente alla religione shivaita dell’India meridionale, e a molte altre correnti induiste: e cioè che vi sia la reincarnazione, che il karma si accumuli tramite le azioni compiute nel corso della vita, e che tali azioni formino la base della nascita futura.

Quel che c’è di interessante in questa varietà della filosofia cui Bhagavan sembra aderire, è che egli afferma l’esistenza di un dio personale: lui lo chiamò ‘Ishwara’ e disse che questo dio, tra ogni vita e quella seguente, esaminava tutto il karma ancora presente e lo disponeva in modo tale che la persona avesse il massimo delle possibilità di progredire spiritualmente nella vita successiva.

La religione dello Shivaismo, dunque, non parla di punizione, affermando un casuale “alcune cose hanno conseguenze nella prossima vita, … altre dopo diverse vite future”.

Bhagavan diceva che tutto il karma che hai accumulato viene in qualche modo esaminato da Ishvara tra una nascita e l’altra. Ishwara ti preparerà poi un copione, per amore e non per vendetta, che sia il copione che ti dà la maggiore possibilità di capire meglio chi veramente sei.

Un esempio interessante di ciò, Bhagavan lo diede quando si trovava ancora allo Skandashram… Fece l’analogia di un uomo che andava di paese in paese presentando una proiezione di diapositive. Disse che l’uomo poteva avere magari una raccolta di migliaia e migliaia di diapositive, e che sceglieva tra esse chiedendosi: Cosa interessa di più a tutto gli abitanti di quel particolare paese? Cosa li diverte di più? E selezionando 36 diapositive, le inseriva nel suo proiettore in un determinato ordine, poi le portava in paese, e da quel momento in poi la sequenza di proiezione delle diapositive era fissata. L’uomo aveva un enorme magazzino pieno di diapositive ancora da usare, ma in effetti aveva usato giudizio per estrarne una selezione e inserirla nel proiettore, e farla scorrere in quel determinato ordine.

Bhagavan disse che questo era fondamentalmente il ruolo di Ishwara: tra una vita e l’altra tu hai un grande magazzino di karma, dal quale lui sceglierà determinati eventi che disporrà in una certa sequenza, e poi quella è la tua vita, quello è il tuo destino. Quello è ciò che dovrai fare in quella particolare vita.

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SRI RAMANA E LA PORTA SERRATA

La madre di Bhagavan tornò a Manamadurai, dove viveva, avendo fallito nel tentativo di riportare a casa il figlio, ma credo che quella sia stata la prima di una serie di visite regolari. Non so quanto tempo dopo tornò a trovarlo, comunque Annamalai Swami mi raccontò una storia molto divertente su quando Bhagavan abitava qui in un piccolo cubicolo – troppo piccolo per essere chiamato stanza – che veniva chiuso dall’esterno quando non c’era nessuno ad accudire Bhagavan.

Quando si assentavano Palaniswami o sua madre o il sacerdote del tempio, chiudevano Bhagavan nello stanzino col catenaccio, uscivano, si occupavano delle loro faccende, e al ritorno riaprivano la porta.

Bhagavan si accorse di cosa accadeva e scoprì un modo per aprire la porta dall’interno. C’era un buco dove riusciva a far passare la mano e a muoverla quel tanto da sollevare il catenaccio che serrava la porta. Quindi, un giorno in cui la madre lo chiuse dentro e andò in città, pensando che Bhagavan fosse in samadhi, lui decise di uscire e sedersi fuori in meditazione. Andò fuori e si sedette su una pietra e quando la madre tornò, lo trovò lì seduto a gambe incrociate e occhi chiusi, e le prese uno spavento.

Lui capì che la madre credesse che fosse dotato di qualche potere miracoloso, dato che era sicura di averlo chiuso dentro col chiavistello, e quando gli chiese: “Come hai fatto a uscire?”, Bhagavan fece la parte del grande yogi e rispose: “Ho viaggiato attraverso l’etere!”, “Ho viaggiato attraverso l’etere!”. Fu così che si prese gioco della madre facendole pensare di essere dotato del grande potere magico di spostarsi attraverso la porta chiusa.

Bhagavan confessò tempo dopo che quella fu una delle tre bugie che disse deliberatamente nella sua vita, ma che lo fece solo per divertire sua madre.

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IL CANNONE DI SRI RAMANA

Mi sono spostato di circa 50 metri dalla vetta del Pavalakundru fino al versante della rocca che dà sul tempio principale della città, che si vede laggiù, per raccontare la storia interessante del cannone qui scoperto da Bhagavan durante il suo soggiorno nel 1898.

All’epoca in cui viveva qui, non esisteva nessuna di quelle case, e quindi si poteva guardare senza impedimento fin oltre le mura del tempio che sta laggiù. A Bhagavan raccontarono che questo cannone fu abbandonato qui dal Sultano Tippu nel corso della prima guerra coi Maratha nel 18° secolo. Ho fatto una piccola ricerca storica, la quale mi ha fatto propendere per l’ipotesi che sia stato piuttosto il padre del sultano a lasciare qui il cannone in quella che fu poi chiamata la “Battaglia di Tiruvannamalai” nel 1767.

Per capire cosa accadde va detto che all’epoca c’erano tre grandi potenze che si contendevano la regione: il Maharaja di Mysore, il Nizam di Hyderabad e infine i Britannici che avanzavano dalla costa perché volevano assumere il controllo di questa parte dell’India.

I primi ad arrivare qui erano stati i Francesi – la prima potenza coloniale europea – che avevano assunto il controllo di Tiruvannamalai. I Britannici non gradivano una città sotto il comando francese e quindi attaccarono Tiruvannamalai, la strapparono ai Francesi, e fecero della città un proprio presidio militare intorno al 1760.

Ciò costituiva una diretta minaccia al potere sia del Maharaja di Mysore che del Nizam di Hyderabad, che spedirono entrambi i loro eserciti in questa direzione. I Britannici riuscirono in qualche modo a stringere un trattato col Nizam di Hyderabad, che promise di combattere al loro fianco contro il Maharaja di Mysore, il quale maharaja, da parte sua, essendo ormai vecchio e debole, aveva ceduto la guida effettiva del regno al proprio generale in capo: Hyder Ali. Questo generale era un tipo intelligente: invece di venire qui a combattere contro le forze unite del Nizam di Hyderabad e dei Britannici, combinò un incontro col Nizam e lo pagò perché passasse dalla sua parte e contro quella britannica. I due pensarono che col doppio vantaggio di combattere su un terreno familiare e di essere in grande superiorità numerica, sarebbero riusciti a cacciare i Britannici fuori da questa parte dell’India.

Il primo scontro avvenne nella città di Chengam, che si trova circa 34 km ad ovest di Tiruvannamalai, e fu una battaglia non risolutiva: nessuna delle due parti ebbe la meglio in misura decisiva, però al termine della giornata l’esercito britannico aveva esaurito le scorte. Il luogo più vicino per rifornirsi era Tiruvannamalai, che all’epoca era loro presidio e possedeva in teoria abbastanza viveri e munizioni da poter sfamare e riarmare i soldati per affrontare una nuova battaglia.

Al comando delle truppe britanniche era il colonnello Joseph Smith, che condusse in marcia gli stanchissimi soldati nei lunghi 34 km che separavano Chengam da Tiruvannamalai. Gli abitanti di Tiruvannamalai, sapendo già del loro arrivo, nascosero tutto il cibo che avevano, e così, non essendoci da mangiare per i soldati affamati, appena arrivate, le truppe si prepararono per ripartire. Lasciata la città, essi incontrarono un altro contingente britannico condotto da un tale colonnello Wood, il quale convinse il colonnello Smith che invece a Tiruvannamalai da mangiare ce n’era, solo che era ben nascosto.

I due tornarono in città, trovarono i viveri nascosti, nutrirono i rispettivi soldati, e poi si prepararono allo scontro con le forze unite di Hyder Ali, che si batteva per il Maharaja di Mysore, e le armate del Nizam di Hyderabad.

Il motivo per cui mi trovo su questa rocca è che secondo me Hyder Ali fu il primo a guadagnare questa postazione in qualche modo e ad installarci i propri cannoni. Essa si trova ad un’altezza di poco meno di 200 metri, più o meno sufficiente per proiettare le palle di cannone all’interno del tempio sorvolandone le mura.

In quei giorni il tempio principale fungeva da centro sia spirituale che militare. Ogni volta che questa area subiva un attacco la popolazione cercava riparo all’interno delle mura del tempio, alte più o meno una decina di metri e costruite con solido granito, e quindi quasi inviolabili, salvo disporre di un grande esercito e di grandi cannoni.

Quindi Hyder Ali piazzò moltissimi cannoni su questa parte della collina, cercando con essi di colpire gli abitanti della città-presidio assediata che si erano rifugiati nel tempio. Questo sembrò essere un qualche tipo di preambolo alla battaglia principale, che si svolse in un punto compreso tra questo in cui mi trovo e le mura del tempio.

In un tempo in cui non c’era né radio né telefono non si poteva conoscere la posizione degli altri se non avendoli a portata di vista. Evidentemente i due eserciti si misero a girare intorno a questa rocca, uno muovendosi in senso orario, e l’altro procedendo anch’esso in senso orario, così che i due non si incontravano mai.

In pratica si inseguivano l’un l’altro intorno alla stessa rocca senza mai raggiungersi, finché uno dei generali – nessuno sa quale dei due – pensò: «Qui non si combina niente. Torniamocene indietro nell’altra direzione». E quindi, invece di continuare nello stesso senso, uno di loro tornò indietro, e la battaglia avvenne in un qualche luogo qui sotto.

Stando alle cronache militari che ho letto, i Britannici contavano circa 6.000 o 7.000 unità, che erano però militari di mestiere europei molto bene addestrati, mentre i due eserciti indiani avevano insieme un totale di circa 70.000 soldati. Gli Indiani avrebbero dovuto vincere, ma in qualche modo fallirono del tutto l’operazione bellica. L’esercito britannico li ricacciò fuori città, e lo fece con tale rapidità ed efficacia, che i nemici abbandonarono la maggior parte dei cannoni nella zona inferiore dei pendii di questa rocca. Il cronista di guerra britannico che scrisse la relazione su questo scontro militare riferì di aver trovato 57 dei cannoni di Hyder Alisparsi per il campo di battaglia, il che all’epoca rappresentava un grosso bottino. Essi furono portati via per essere fusi o riutilizzati, ma uno fu dimenticato in un punto distante non più di dieci metri da dove mi trovo ora, e nel 1898, cioè 130 anni dopo la battaglia, mentre stava semplicemente gironzolando in quest’angolo di rocca Ramana Maharshi sbatté col piede su un pezzo di metallo, ed essendo un uomo curioso si mise a frugare il terreno intorno fino a trovare uno dei vecchi cannoni di Hyder Ali ancora sepolto sotto il fango. Chiamò le autorità governative, le quali fecero disseppellire il reperto bellico e lo misero in mostra nel municipio cittadino. Ma evidentemente fu ritenuto un pezzo di valore troppo importante per essere lasciato in un centro così piccolo come Tiruvannamalai, e così fu successivamente portato via e consegnato alla città di Chennai per essere esposto nel suo museo.

Ho dato un’occhiata alle foto dei cannoni in mostra nel museo di Chennai: ce ne sono moltissimi, e tutti privi di didascalie che ne indichino la provenienza, quindi non sono in grado di dire con sicurezza quale sia fra essi quello disseppellito quassù. Il museo di Chennai ne ospita una fila intera: uno di essi è quello rinvenuto su questa rocca, e disseppellito o scoperto da Ramana Maharshi nel 1898.

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Video: https://www.youtube.com/watch?v=UStigreJveY
Racconto: David Godman
Riprese: Henri Jolicoeur, Hugo Jolicoeur, Martin Sammtleben
Montaggio: Merlyn Haycraft
Tecnico del suono: Jordan Loder
Produzione: Henri Jolicoeur, David Godman

‘Ramana Puranam’:
Testi: Sri Muruganer
Interpreti: Mme Sulochana Natarajan, Rajkumar Bharati, Dr Sarada, Dr Ambika, Kameshwar, L. Krishnan
©2012 Ramana Maharshi Center For Learning
Per gentile concessione.
Tutti i diritti riservati.

Fotografie e filmati con immagini di Sri Ramana Maharshi gentilmente concesse dal Presidente dello Sri Ramanashramam V.S. Ramanan

Riprese effettuate nel gennaio del 2104/15 presso il tempio di Pavalakundru, Tiruvannamalai, India.

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