Ramdas: ‘Nella Visione di Dio’ – Capitolo 22

CAPITOLO XXII

GOHKAR PARVAT

 

1, Attività sfrenata

Ramdas arrivò a Jhansi. Fu accolto alla stazione da Ramkinkar e Mahadev Prasad che lo abbracciò e pianse di gioia nel rivederlo. Lo ospitarono di nuovo ad Atkhamba. Dopo due o tre giorni lasciò Jhansi in compagnia di Ramkinkar e Chhedilal, anche lui un’anima sincera e amorevole. Gli amici di Mahoba furono informati del suo arrivo da un telegramma e una dozzina di loro, incluso Ramcharandas, attesero con ansia il suo arrivo alla stazione di Mahoba. Scesi dal treno gli amici li accompagnarono in città, quindi passarono la notte al tempio di Mahavira, situato fuori dall’abitato sulla strada per Gohkar Parvat. Il giorno dopo salirono sul Parvat e raggiunsero le grotte in cui Ramdas aveva vissuto in precedenza.

Un ragazzo bramino di nome Kallu si offrì di cucinare per lui e Jagannath fornì le provviste. Due o tre giorni dopo, Bhagawan, un sannyasi che aveva incontrato prima, nell’ashram (eremo) di Chitrakut Pilikoti, durante il mela[1] dei sannyasi in occasione della festa di Ramnavami[2], andò a stare con lui. Bhagawan era un sadhu puro e semplice di cuore, tranquillo e taciturno di carattere. Il suo grande amore per Ramdas lo spinse a rimanere con lui. Anche Ramcharandas era naturalmente lì. Per quasi quattro mesi Ramdas visse su quelle colline.

In compagnia dei devoti che arrivavano in gran numero dai villaggi vicini, Ramdas danzava al suono forte e cadenzato della ripetizione del Ram-mantra. L’intera permanenza lì fu per lui un periodo unico di estasi spirituale. Quando una cinquantina di devoti danzò sulla dolce musica del Nome di Dio, gli sembrava che danzasse anche l’intero universo. Danzare per ore non lo affaticava minimamente. Anche Bhagawan, che fino ad allora non era abituato a ballare, si unì a loro. Chiunque arrivasse per la prima volta sulle colline non riusciva a resistere alla danza. Il Nome di Dio risuonava attraverso le colline, creando un’atmosfera pregna di fremiti beati.

Di notte alcuni devoti dalla voce dolce cantavano, al ritmo di un tamburello, le canzoni di Kabir e Banarasi. Il kirtan procedeva fino a notte fonda, fino alle due o le tre del mattino. Ramkinkar, trovando la collina inquietante, specialmente dopo che gli avevano detto che le tigri vi vagavano di notte, si rifiutò di rimanere con lui e tornò in città con i visitatori. Dopo tre o quattro giorni, scaduto il permesso, partì per Jhansi. Chhedilal invece proseguì la sua permanenza per una settimana, al termine della quale rientrò anch’egli a Jhansi. Era rimasto sulle colline giorno e notte.

Durante il giorno Ramdas era vivace come una scimmia, non riusciva a star fermo: o ballava o correva. Quando non danzava, correva su per le alte colline circostanti come uno scoiattolo. Sentiva il corpo estremamente leggero: la divina shakti scorreva attraverso le sue membra come la corrente di un fulmine. Quando raggiungeva la cima della collina gridava a voce alta: «Hari Om» e le sacre sillabe riverberavano tra le colline. Ogni collina faceva eco al suono «Hari Om» con una risposta distinta e pronta, riempiendo l’aria di un’armonia estatica.

Ramdas era seguito nella sua corsa in salita da Ramcharandas, Jagannath e uno o due altri. Le salite erano pericolose e pochi osavano seguirlo. In discesa, non raggiungeva il fondo strisciando. Saltava da una roccia all’altra. A volte faceva salti sconsiderati di oltre quindici metri, ma ogni volta atterrava sano e salvo su tutte e quattro gli arti, come una scimmia. Considerava la vita e il corpo leggeri come paglia. Nonostante l’incessante attività a cui sottoponeva il corpo, non conosceva mai la stanchezza. Era sempre fresco e vigoroso.

Durante le escursioni sulle colline con gli amici, si imbatté una volta in un’enorme immagine in pietra di un Dio a tre teste, appoggiata al fianco di una collinetta. Le rovine intorno dimostravano che nei tempi antichi lì sorgeva un tempio per l’enorme idolo di pietra. Fu spinto interiormente a salire sulla testa dell’immagine, cosa che fece con rapidità fulminea, e quindi danzò sulla larga corona di quella testa con una gioia indicibile.

Al gruppo si aggiunse un altro santo vaishnava[3], Vaijnath. Rimaneva alla base della grotta con un fuoco davanti a sé, recitando il suo japa per tutta la notte. Una sua discepola, una madre anziana, veniva sulle colline durante i pomeriggi e li deliziava con gli incantevoli canti di Mirabai. La sua devozione era grande che, quando cantava, le scorrevano lacrime di estasi sulle guance e il suo volto brillava di luce spirituale.

Là, dove viveva Ramdas, i devoti issarono sulla collinetta un gigantesco vessillo di tre metri per tre, che recava con grandi caratteri hindi il Ram-mantra «Om Sri Ram Jai Ram Jai Jai Ram». L’emblema era visibile per miglia dalle colline circostanti.

Era una notte buia, pioveva a dirotto e l’aria era gelida. Verso le dieci, mentre il gruppo dei cantanti era profondamente dedito al kirtan e Ramdas stava nella piccola grotta interna, si presentò un giovane istruito e ben vestito con una scorta. Avvicinatosi a Ramdas si gettò ai suoi piedi e disse:

«Swamiji, sono in viaggio da Chhattarpur per raggiungere Cawnpore. Ho interrotto il mio viaggio a Mahoba perché ho sentito parlare di voi e sono venuto qui per ricevere il vostro darshan. Vi prego, abbiate compassione di me».

Ricevette immediatamente da Ramdas l’insegnamento al Ram-mantra. Mentre tutti sedevano in silenzio, apparvero tre grossi centopiedi. Si muovevano liberamente. Al centro del gruppo ardeva una lanterna. Uno dei centopiedi si avvicinò al giovane, che si chiamava Ramchandra Gupta. Egli si ritrasse, ma Ramdas lo esortò a non avere paura, rassicurandolo che non gli avrebbe fatto alcun male. Uno dei centopiedi passò sulle ginocchia di Ramdas in modo del tutto amichevole. Poco dopo Ramchandra se ne andò.

 

2. Da solo su una collina che incuteva paura

Ramkinkar aveva accompagnato Ramdas a Gohkar per organizzare un ashram su quelle colline. Aveva raccolto oltre duecento rupie allo scopo. Anche Ugarchand Seth di Limbdi aveva contribuito al fondo. La prospettiva di avere un rifugio su quelle colline spaventose non persuadeva Ramkinkar, ma dato che Ramdas aveva scelto quel posto non poteva sollevare obiezioni. Consegnò una somma a Jagannath con l’incarico di costruire prima di ogni altra cosa un serbatoio per l’acqua.

V’era stato, da parte di Balak Ram, un tentativo di scavare una piccola cisterna quando viveva là, ma i lavori si erano interrotti per mancanza di sostegno. Ora però si proponeva di scavare più a fondo lo stesso stagno e costruirne i lati con pietre e malta. Furono ingaggiati lavoratori giornalieri. Scavando giù di qualche metro si scoprì una sorgente che riforniva d’acqua il piccolo serbatoio. I lavori procedettero fin quando uno degli amici litigò con Jagannath, responsabile dei lavori, riguardo alla paga degli operai. Il lavoro si fermò per non essere più ripreso. D’altra parte Ramdas abbandonò l’idea di fondare un ashram lì.

Ramcharandas, allora un ragazzo di diciott’anni, era senza paura. Una sera al tramonto, Ramdas gli chiese di andare a sedersi per la notte in una grotta sulla collina di fronte, la più grande del gruppo. Leopardi e tigri hanno le loro tane nelle grotte di questa collina. Ramcharandas ubbidì con gioia.

«Ascolta, Ram» disse Ramdas, «devi sederti nelle tenebre più fitte in uno dei covi delle tigri. Non devi chiudere occhio per tutta la notte e devi Ripetere il Ram-mantra senza fermarti e non avrai paura. Va’» e lui andò.

La notte passò. All’alba Ramdas uscì dalla sua grotta e vide Ramcharandas scendere dalla collina su cui aveva trascorso la notte. Quando si avvicinò Ramdas gli chiese:

«Ram, hai avuto paura durante la notte?».

«Per niente».

«Come mai? Il Ram-mantra non ha mai lasciato le tue labbra?».

«Non solo per quello. Ero lì in obbedienza a un vostro ordine, ero quindi completamente sicuro che non mi sarebbe accaduto nulla di male». Meravigliosa era la fede di Ramcharandas!

In quel periodo il giovane stava leggendo una traduzione in kannada di opere vedantiche. Un giorno si recò da Ramdas e chiese:

«Swamiji, il Vedanta afferma che tutto è Brahman . Poiché io stesso sono Brahman, dov’è la necessità della sadhana su cui tanto insistete?».

«Vero, Ram» rispose Ramdas, «tutto è Brahman, ma questo deve essere realizzato! Il solo dire d’essere Brahman non può farti realizzare la verità. Devi sperimentare quello stato elevandoti al di sopra di ogni senso di dualità e liberare la tua mente dall’illusione. Il tuo io non deve più essere l’io asfittico dell’individuo, limitato da tempo e spazio, bensì l’Io universale: eterno e assoluto. Per realizzare tale ineffabile stato perfetto, è necessaria una sadhana. La mente e i suoi desideri devono essere conquistati con la concentrazione e la purificazione».

«Ma se non c’è altro che Brahman, chi deve compiere la sadhana?» obiettò Ramcharandas.

«Lo saprai. L’esperienza ti insegnerà che il jiva[4] ha un’esistenza falsa, che fa apparire che egli esista, e ciò finché rimane avvolto dalle tenebre dell’ignoranza» affermò Ramdas.

Non era convinto, ma non passò molto tempo prima che lo fosse. Interruppe la ripetizione del Nome di Dio e smise di alzarsi presto la mattina. Dormiva come un sasso fino a tardi e a mezzogiorno, dopo aver mangiato, dormiva di nuovo per parecchio tempo. A seguito di tale stile di vita, fu assalito da una fame insolita. Andava di nascosto nella grotta più in basso, usata come dispensa, dove mescolava una grande quantità di una miscela alimentare, chiamata satua, con acqua, e la mangiava di nascosto; in più mangiava anche il cibo abituale, riguardo al quale scoppiò una lite tra lui e Kallu, il cuoco, che si lamentava che Ramcharandas mangiasse tutti i roti, non lasciandone alcuno per lui.

Una mattina si presentò davanti a Ramdas con il viso pieno di eruzioni rosse.

«Che cosa ti succede, Ram?».

«Non lo so, ho la febbre» rispose con una smorfia.

«È tutto dovuto alla sovralimentazione, il satua si è manifestato sul tuo volto, non è così?» commentò Ramdas ridendo.

Rimase silenzioso come una mummia. Poi si accovacciò vicino a Ramdas nella minuscola grotta che occupava, completamente coperto dal suo telo e tremante per la febbre alta.

«Ram, non sei forse Brahman?» chiese Ramdas.

«Swamiji, adesso so che non lo sono. Avete un modo meraviglioso di insegnare!».

«Ramdas non sta insegnando. È Ram che ti insegna. Fai il Ram-bhajan e andrà tutto a posto» lo rassicurò.

Il giorno dopo rimase senza cibo e il terzo giorno stava benissimo: riprese il Ram-mantra.

Un giorno Ramdas ricevette le lamentele di Kallu, che disse che Ramcharandas lo infastidiva per la tazza di ottone che lui (Kalu) aveva smarrito da qualche parte.

«Sì, Swamiji» brontolò Ramcharandas, «era una tazza che si abbinava così bene al mio vassoio per l’acqua, la voglio».

«Ram, di chi era la tazza?».

«Mia».

«Niente è tuo, Ram. Tutto è di Dio, è venuta da Lui ed è tornata a Lui, quindi non inquietarti».

«Un bel conforto» disse con una punta di rammarico per la perdita; poi lasciò cadere la cosa.

Un giorno disse che sarebbe andato a Chhattarpur per stare un po’ con Balak Ram, che teneva la sua corte su una delle colline di quello stato. Ramdas riceveva ripetuti inviti da lui. Ramcharandas aveva sentito parlare dei modi di Balak Ram, quindi non voleva portare con sé il suo nuovo recipiente per l’acqua che amava tanto.

«Swamiji, lascio il mio lota da voi. Tornerò tra qualche giorno» disse, e se ne andò.

Nel frattempo, durante la sua assenza, due giovani sadhu fecero visita a Ramdas. Uno di loro aveva un recipiente per l’acqua mentre l’altro ne era sprovvisto. Quest’ultimo supplicò Ramdas di dargliene uno, dato che un sadhu, aggiunse, non dovrebbe andare in giro senza un recipiente per l’acqua. Ramdas aveva a portata di mano il lota di Ramcharandas. Lo prese e glielo diede. I due partirono, quello che aveva ricevuto il lota era pieno di gioia.

Quattro giorni dopo, Ramcharandas tornò, ma non del tutto contento. La compagnia di Balak Ram fu tutt’altro che esaltante.

Ramdas lo avvertì subito: «Il lota che avevi, e che Ram ti aveva dato, è stato portato via da Ram. Che ne dici?».

Lui batté le palpebre e poi sorrise, perché riteneva che le decisioni di Ramdas fossero definitive e non da mettere in discussione. Si era sempre sottomesso senza una parola. Aveva alcuni amici in città, tra cui un ricco mercante. Lo visitò quello stesso giorno e tornò la sera con un kamandal di ottone e una grande tazza da adattare alla sua apertura.

«Che ne pensate, Swamiji?» disse, indicando il kamandal che teneva in mano con stile.

«Magnifico, semplicemente magnifico» rispose Ramdas ridendo.

Tra i visitatori giornalieri c’erano due tessitori. Regalarono a Ramdas un pezzo di khaddar in puro cotone. Uno di loro, che era arrivato la sera, si trattenne più del previsto. Ci fu, come di solito, il kirtan. Il tessitore devoto era così assorto nella musica sacra da perdere completamente la cognizione del tempo. Doveva essere passata la mezzanotte, quando all’improvviso s’avvide dell’ora tarda ed esclamò:

«Oh… avevo intenzione di tornare a casa di sera presto, adesso i miei saranno molto preoccupati, visto che sono rimasto fuori tutta la notte. Raramente sono assente da casa dopo il tramonto senza che loro lo sappiano».

«Be’» suggerì Ramdas, «puoi andare a casa subito».

Casa sua distava cinque chilometri dalle colline, ma la strada attraversava la giungla, quella notte c’era buio pesto e le belve di notte escono dalle loro tane. L’uomo esitava a rischiare. Ma Ramdas gli assicurò che il viaggio sarebbe stato sicuro se avesse tenuto il Ram-Nam sulla sua lingua. Il tessitore, uomo di fede, agì coraggiosamente, fidente nelle parole di Ramdas, e lasciò le colline.

La sera del giorno dopo si presentò e disse che il Ram-Nam lo aveva privato della paura, ed era arrivato a casa senza incontrare inconvenienti sulla strada.

 

3. Dio è il datore e il ricettore

Di notte le tigri vagavano libere nei boschi che circondavano la grotta. Con un gruppo di pochi eletti, Ramdas partì il giorno successivo in cerca delle tigri nelle loro grotte, per poterle incontrare faccia a faccia. Setacciò grotta dopo grotta sulle colline. Si vedevano segni e tracce della loro vicinanza, ma non si scoprirono animali. Si tuffava coraggioso nelle oscure profondità delle grotte gridando ad alta voce «Hari Om», affinché uscissero e gli concedessero il darshan! Ma nessuna apparve. Alla fine la loro ricerca dovette essere abbandonata.

Ora Ramdas fu invitato da Ram a osservare un digiuno e intraprendere un voto di silenzio. Visse per una settimana a dieta di latte.

Il silenzio di Ramdas colpì sensibilmente il sadhu Bhagawan che amava sentire Ramdas parlare; anche se lui stesso parlava pochissimo. All’improvviso decise di dare l’addio a Ramdas e alle colline e partì. I sadhu vanno e vengono secondo il loro dolce volere, sono figli liberi di Dio.

Durante il periodo di silenzio e digiuno, due sannyasi visitarono Ramdas. Uno era un vecchio alto, di oltre sessant’anni. Nonostante l’età, aveva camminato per cinque chilometri, da Mahoba, su per le colline e attraversato la giungla per vedere Ramdas. Che amore portavano a questo bambino di Dio! L’altro era un giovane robusto e di bell’aspetto. Aveva portato con sé dalla città un gruppo di cantori con armonium e tamburi. Prima di iniziare il kirtan osservò:

«Non credo in tutti queste pratiche di autodisciplina e voti. Adoro la musica che eleva lodi a Dio e nell’ascoltarla vado in estasi: ed è vera gioia». I bhakta (devoti) intonarono alcuni bei canti. Dopo aver mangiato il santo se ne andò.

Tra i visitatori c’era anche un sadhu di nome Vichitranand, un santo semplice e infantile, ma il suo corpo era secco ed emaciato a causa dell’eccessivo fumo di ganja. Aveva composto alcuni toccanti canti devozionali in hindi, che erano diventati popolari a Mahoba. Viveva solo in una capanna vicino alla città e veniva spesso a Gohkar Parvat.

Un pomeriggio, una folla di madri devote si presentò alla base delle rocce, chiedendo a gran voce di vedere Ramdas. Egli allora scese dalla grotta per incontrarle. Alla sua vista furono felicissime. Alcune di loro gli massaggiarono le gambe con amore traboccante. Avevano portato latte e cibi con cui lo nutrirono. Il darshan di Ramdas durò un’ora, quindi le madri si accomiatarono.

Un altro giorno, due missionari europei vennero in cerca di lui. Riuscirono a trovarlo con grande difficoltà. Nel corso della conversazione enfatizzarono l’aspetto personale di Dio, assumendo che fosse l’intera verità. Ramdas affermò che la sua fede in un Dio è sia personale che impersonale. Aggiunse che non si poteva conoscere la gloria della Persona suprema senza realizzarne anche l’aspetto impersonale. Espressero dubbi sulla verità della sua affermazione. Senza approfondire ulteriormente l’argomento, presero congedo e tornarono in città.

Si verificò poi un evento che causò non poco trambusto tra gli amici. Una mattina, come di consueto, Kallu, il cuoco, andò nella grotta più in basso, la dispensa, a prendere i recipienti per cucinare. Questi, un set nuovo acquistato da poco per i sadhu della collina, erano tenuti in quella grotta che naturalmente non era provvista di una porta. Di notte tutti i sadhu e gli amici stavano nella grotta superiore. Quando Kallu scoprì che i recipienti erano scomparsi, corse allarmato da Ramdas:

«Maharaj, le stoviglie della cucina sono scomparse. Qualcuno le ha rubate».

«Bene» rispose tranquillo Ramdas, «l’uomo che le ha prese ne ha evidentemente più bisogno di noi. È tutto a posto. Ram dà e Ram porta via».

All’udire queste parole distaccate il cuoco rimase con uno sguardo vacuo. Lasciò subito le colline e corse a Mahoba a diffondere la notizia degli utensili rubati e del commento di Ramdas. Gli amici che avevano provveduto a fornire gli utensili capirono cosa intendessero le sue parole. Subito si diedero da fare per sostituire temporaneamente gli utensili con alcuni recipienti presi dalle loro case in modo che gli ospiti della collina potessero mangiare.

Un ispettore di polizia, che amava molto Ramdas e che veniva spesso a trovarlo sulla collina, sentita la notizia quel pomeriggio venne su per indagare e ascoltare Ramdas.

«Ramji, nulla è perso o rubato» disse Ramdas. «È stato Ram ad offrire gli utensili ed è stato sempre Ram a riprenderli. Ha portato via le Sue cose! Perciò non c’è nessuna perdita e nessun furto, e nessun caso contro nessuno».

L’ispettore rise e commentò: «Se tutti seguissero il vostro principio, il mio lavoro non esisterebbe più».

La permanenza di Ramdas sulla collina stava per concludersi. Aveva ricevuto tre inviti, uno da Chhattarpur, il secondo da parte di Triveni Prasad di Lalitpur, e il terzo da Cawnpore di Ramchandra Gupta.

Il giorno della partenza da Gohkar fu un giorno intenso. Sulla collina si tenne un mela in commemorazione di un defunto musulmano Pir [5] che aveva il suo samadhi alla base del cumulo di rocce. Un santo musulmano occupò la grotta in quel giorno. Sia indù che musulmani affluirono sul posto a migliaia per il darshan del santo. Si tenevano fiere e c’era grande frastuono e trambusto. Ramdas, insieme ad altri, prese il darshan del santo. I musulmani gli riversarono addosso il loro amore con tanti abbracci.


[1] Mela: letteralmente significa “incontro”; indica un festival, una fiera o un raduno religioso e sociale; celeberrimo il Kumbh Mela, il più grande pellegrinaggio religioso al mondo.

[2] Ramnavami: festa per la nascita del Signore Rama.

[3] Vaishnava: devoto a Vishnu o alle sue incarnazioni, come Rama e Krishna.

[4] Vaishnava: devoto a Vishnu o alle sue incarnazioni, come Rama e Krishna.

[5] Pir: sufi, maestro spirituale musulmano.