Ramdas: ‘Nella Visione di Dio’ – Capitolo 23

CAPITOLO XXIII

LALITPUR – RAJGHAD – CHHATTARPUR

 

1. Confidare in Dio

Lasciato Gohkar, Ramdas si recò a Koteshwar su invito di Seth[1] Jwaharilal, proprietario di un tempio rupestre dedicato a Koteshwar Mahadev. Una murti[2] del Dio era installata in una grande grotta naturale, alla quale erano state aggiunte alcune strutture per ospitare sadhu e visitatori. Il luogo distava solo circa quattrocento metri da Mahoba. Ramcharandas aveva trascorso alcuni mesi in questo tempio sotto la premurosa assistenza di Jwaharilal. Ramdas vi rimase una notte e un giorno e il Seth organizzò una cena per trenta persone nel mandir[3]. Fu un’occasione di grande gioia.

La sera fu accompagnato in processione per le strade di Mahoba al suono del Ram bhajan[4]. Alcuni amici lo portarono nelle loro case, dove fu accolto con entusiasmo. Infine visitò la casa di Jagannath.

Lasciata Mahoba Ramdas arrivò a Lalitpur. Triveni Prasad lo accolse alla stazione e lo ospitò nella sua spaziosa casa in città in cui soggiornò per quattro giorni. Folle di amici vennero a vederlo e a parlare con lui. Nella casa fu organizzata una recita della Ram Lila[5]. Di sera, Ramdas e Ramcharandas danzavano sulla terrazza anteriore della casa cantando il Nome di Dio.

Un giorno fecero una passeggiata fino al fiume vicino, sulle cui rive si trovavano grandi rocce piatte chiamate Shitapahad. Qui la corrente del fiume era molto rapida, poiché l’acqua doveva precipitare giù per un pendio improvviso. Vicino alle rive invece non c’era corrente, e qui Ramdas e Ramcharandas scesero per fare il bagno.

«Swamiji, tentiamo di attraversare il fiume» suggerì Ramcharandas. «Facciamolo tenendoci per mano».

E trascinò con sé Ramdas afferrandolo per mano. Ramdas lo lasciò fare, ma quando si avvicinarono alla corrente incontrarono difficoltà a mantenere l’equilibrio sulle gambe, contrastati dalla furiosa spinta dell’acqua. Tuttavia continuarono a lottare, andando sempre più avanti, finché non sentirono che erano sul punto di essere travolti. Ramdas si fermò.

«Ramdas non ha paura della dissoluzione del corpo, Ram, ma andare oltre significherebbe una morte certa per annegamento, e Ram dice che non è ancora giunto il momento. Ramdas deve ancora continuare il servizio del Signore a cui si è dedicato, e così anche tu. Dunque, torniamo indietro».

«No, Swamiji, ce la faremo» gridò l’intrepido ragazzo. Per lui la morte non aveva alcun conto. Il suo coraggio era ammirevole, ma Ramdas non gli permise di procedere oltre nella corrente.

«Potete tornare voi, Swamiji» disse il giovane, «io avanzerò e raggiungerò l’altra riva».

Ramdas gli vietò l’avventura. Così entrambi tornarono indietro verso le rocce piatte, dove Triveni Prasad e gli altri osservavano con apprensione i loro movimenti.

Il soggiorno di Ramdas a Lalitpur avvenne durante la stagione dei monsoni. Un giorno, un giovane devoti di nome Karta Krishna, che gli faceva visita quotidianamente, invitò lui, Ramcharandas e Triveni Prasad a casa sua per il pranzo. Per alcuni giorni aveva piovuto a dirotto, e quella mattina ci fu un acquazzone insolito. Le strade erano fangose e venti freddi fischiavano attraverso una pioggerella. Percorrendo molte strade tortuose, alla fine raggiunsero un vicolo buio dove viveva il devoto.

Karta Krishna abitava con la sua famiglia nelle stanze superiori di una fila di bottegucce situata lungo la strada. Una scalinata sconnessa li condusse a una stretta terrazza, dalla quale una porta bassa immetteva in una piccola stanza rettangolare. Quando entrarono, la prima cosa che li colpì fu il pieno bagliore della luce solare che scendeva dall’alto, come se una gran parte del tetto fosse fatta di vetro. Ma alzando lo sguardo videro che il tetto vecchio presentava ampi squarci, attraverso i quali pioggia e sole avevano facile accesso nella stanza. La pioggia mattutina aveva inzuppato il pavimento in terra battuta, e vi si era accumulato circa un centimetro d’acqua. In un angolo della stanza, sotto una parte del tetto in condizioni migliori e appoggiata alla parete, c’era una brandina di corda su cui giaceva un ragazzino di appena sei anni, avvolto in una spessa coperta di cotone. Una bambina gli faceva compagnia.

Ramdas si diresse subito verso la brandina e, sedutosi ai piedi, pose la mano sulla fronte del bambino. Era ardente per la febbre alta e si agitava da un lato all’altro in stato di delirio. Raffiche fredde cariche di pioggia gli soffiavano addosso attraverso le aperture nel tetto. Oltre a questo sottotetto, che era l’unico locale abitabile della famiglia, avevano accanto un buco buio di un metro e mezzo quadrato che usavano come cucina.

Dalla cucina uscì allora una giovane donna con in braccio un bambino di pochi mesi. Era la moglie di Karta Krishna e madre del ragazzo malato e del bimbo che teneva in braccio; la bambina che li accudiva era sua sorella. Naturalmente, sul volto della madre c’era una profonda angoscia, e quando si avvicinò a Ramdas e si gettò ai suoi piedi, scoppiò in un pianto dirotto. La storia di quella sofferenza non poteva essere espressa in modo più efficace. Ramdas disse tra sé: «Ecco o Signore, la Tua presenza è necessaria. Tu sei l’amico degli indifesi. Affrettati o Signore, affrettati a concedere il tuo soccorso!».

Ramdas allora rassicurò la madre: «O madre, abbi fiducia in Dio. Egli può metterci alla prova, ma non ci abbandona mai. Confida in Lui e smetti di soffrire».

A queste parole incoraggianti, che si rivelarono come un balsamo per il suo cuore lacerato, ella si rialzò e si rivolse a Ramdas con un sorriso.

«O Swamiji» esclamò, «ripongo piena fede nelle vostre parole. Vi vedo come Dio stesso, che è venuto da noi, nella nostra sventura, in risposta alle nostre preghiere».

Karta Krishna era un povero impiegato governativo il cui basso stipendio era a malapena sufficiente per mantenere dignitosamente la famiglia. Pagava un affitto di tre rupie al mese e più di questo, per un alloggio migliore, non poteva permettersi. Il padrone di casa non dava ascolto alle sue ripetute richieste di riparare il tetto. Un dottore? Chi ha i soldi per ricorrere a quel prezioso aiuto? Dio è il Medico Supremo dell’universo. Non ci chiede un compenso, ma solo la fede di un bambino. Noi Gli diamo la fede, che a noi non costa nulla, ed Egli ci libera da tutti i mali del mondo.

La madre aveva preparato per Ramdas alcune pietanze scelte. Egli, Prasad e Ramcharandas ne presero parte e lasciarono il luogo. Il giorno seguente Ramdas diede l’addio a Lalitpur. L’ultima notizia che ebbe del bambino fu che la febbre era passata. Quanto è buono e misericordioso Dio!

Un seguito di questa toccante storia deve essere narrato qui, anche se cronologicamente il suo posto sarebbe altrove.

Passò un anno. Dopo aver vagato per molte parti dell’India, Ramdas tornò di nuovo a Jhansi. Karta Krishna si trovava lì quando Ramdas si fermò nel tempio di Ram. Non appena il devoto seppe dell’arrivo di Ramdas, corse da lui e insistette perché visitasse la sua casa, dato che sua moglie desiderava tanto rivederlo. Ramdas andò con lui.

Incontrò la madre all’ingresso di una piccola casetta curata. La sua bambina era cresciuta e la si vedeva gattonare in salute, e il ragazzo saltellava in giro, forte e vivace. Sul volto della madre, brillava la luce di un sereno appagamento. Lo accolse con gioia. I bambini gli salivano in grembo, giocavano e ridevano con lui. La casa in cui vivevano era più spaziosa e ben protetta contro le intemperie.

Ma, malgrado tutto questo, sembrava che in Karta Krishna qualcosa non andasse. Il mondo è davvero un luogo curioso, e la mente dell’uomo lo è ancora di più. La piena soddisfazione e la libertà non fanno per lui fintanto che la sua mente è soggetta a crisi d’ira.

Il giorno dopo, di primo mattino, Karta Krishna incontrò Ramdas al mandir. Sembrava che un’ansia pesasse sulla sua mente.

«Maharaj, vi prego di farmi trasferire da qui a qualche altro posto. Sono stanco dell’attuale ufficio».

Il modo in cui si rivolse a Ramdas mostrava che credeva che Ramdas fosse il solo dispensatore di tutte le cose del mondo. Ramdas lo interruppe e gli disse in linguaggio chiaro:

«Ascolta, Ram, Ramdas è solo un umile servitore di Dio. Tutte le cose accadono per Sua volontà. Senza dubbio il Maestro dimora nel servo, ma non scambiare il servo per il Maestro. Se il Signore vuole, nulla è impossibile. Comunque dimmi: cosa ti affligge?».

«Sono vessato dai miei superiori e dai colleghi d’ufficio. Si sono tutti coalizzati per rendermi la vita impossibile».

Dopo una breve pausa, Ramdas dispensò il seguente insegnamento: «Ascolta, amato Ram, riporta alla memoria i tuoi giorni a Lalitpur un anno fa. Qual era allora la tua condizione? Insopportabile. Dio nella Sua misericordia te ne ha liberato e ti ha portato qui, ti ha dato una buona casa e mantiene i tuoi figli in buona salute. Ora parli dei tuoi problemi in ufficio. Non c’è nulla di sbagliato al tuo ufficio. Le persone ci disprezzano quando il nostro atteggiamento nei loro confronti non è corretto. L’amore non può mai generare odio. Al contrario, diffidenza e odio generano ogni sorta di male. Smetti di arrabbiarti. Riconciliati alla sorte che Dio ha scelto per te. Sii tollerante e paziente. Soprattutto, sii umile, gentile e indulgente verso tutti nel tuo ufficio, anzi, verso tutti nel mondo. Con una mente le cui passioni sono incontrollate, non potrai mai conoscere la pace, ovunque tu possa andare. Allora non farai che combattere senza sosta con il mondo, né troverai mai un rifugio di riposo e appagamento. Guarda dentro te stesso. Abbandonati alla volontà di Dio onnipotente. Umiliati davanti a Lui ed estendi il tuo amore e la tua simpatia verso tutti gli esseri. Considera che Dio fa tutto per il meglio. Se sei obbediente con i tuoi superiori e gentile con i tuoi colleghi, essi saranno costretti a cambiare atteggiamento verso di te, allora troverai proprio quell’ufficio da cui ora vuoi andar via, un luogo gradevole in cui lavorare. Per favore, torna da Ramdas dopodomani e digli come stanno andando le cose per te: ma fa’ come Ramdas ti ha detto».

Gli altri impiegati del suo ufficio, che facevano visita anche loro a Ramdas, lo informarono che Karta Krishna era un uomo molto irritabile e che in ufficio litigava di continuo con tutti.

Come da accordo, Karta Krishna si presentò da Ramdas dopo due giorni. Aveva un volto radioso e gioioso.

«Come va?» chiese Ramdas.

«Ho seguito il vostro consiglio, Maharaj, e il risultato è stato al di là d’ogni immaginazione. Si è prodotto un cambiamento totale dei miei colleghi verso di me. I miei superiori sono stati gentili e buoni, e i colleghi disponibili e amichevoli. Sono così felice! Non voglio più il trasferimento».

«Ram» disse Ramdas, «il cambiamento è avvenuto in te. Il mondo intero ci è benevolo se noi siamo benevoli. Se amiamo il mondo, possiamo essere certi che in cambio non riceveremo altro che amore».

Per riprendere il filo del racconto, Ramcharandas era eccessivamente attaccato al nuovo kamandal[6] di ottone e portava con sé anche molti abiti di ricambio regalatigli dagli amici, oltre a una piccola somma di denaro. Ramdas lo aveva spesso esortato a non portare denaro e altri sovrappiù. Ma la sua tendenza ad accumulare era difficile da debellare.

Intanto Ramdas aveva ricevuto un invito da Chhattarpur e stava per partire. Disse a Ramcharandas di abbandonare il kamandal e gli abiti in eccesso, e di seguirlo solo in quel caso. Ubbidì con grande riluttanza.

Presero posto sul treno diretto a Mahoba, poiché la strada per Chhattarpur passava da lì. Ramcharandas, che come già detto, possedeva un po’ di denaro, cominciò ad acquistare cibo a ogni stazione da venditori di dolciumi. Mangiava di continuo dimentico del Ram-nam (il Nome di Ram). Ramdas vide seduto di fronte a loro un sadhu dall’aspetto affamato.

«Quanti soldi hai, Ram?» chiese a Ramcharandas.

Immaginando cosa volesse Ramdas, il giovane parve allarmato.

«Eccolo qua» disse aprendo un nodo nel suo panno: aveva tre rupie e qualche anna[7].

«Consegna l’importo al sadhu seduto di fronte a noi».

Ubbidì immediatamente, denaro trasferito: era finalmente libero.

«Ora dà un po’ di tregua al tuo stomaco e fai lavorare di buona lena la tua lingua ripetendo il Nome di Dio!» suggerì Ramdas. Fino a quando raggiunsero Mahoba, il Nome rotolò senza sosta sulla lingua di Ramcharandas.

 

2. Balak Ram si infuria contro Shiva

Bhavani Prasad, padre di Ramchandra Gupta di Chhattarpur, organizzò il trasferimento di Ramdas a casa sua. Ramdas partì con un autobus, accompagnato anche da Vaijnath e altri sette di Mahoba. A Chhattarpur, Ramdas e il gruppo furono alloggiati nel tempio di Radhakrishna vicino alla città. Bhavani Prasad, un uomo anziano, lo accolse con una gioia indicibile e si occupò di tutte le necessità degli ospiti. In quel periodo Ramdas preferì nutrirsi di solo latte.

Bhavani Prasad, un funzionario governativo in pensione, un’anima sincera, lottava intensamente per la realizzazione di Dio. La sua lettura preferita era la Bhagavad Gita, che leggeva pieno di fede due volte al giorno, inoltre recitava il japa tutto il dì. Anche sua moglie era una grande amante dei santi. Suo figlio maggiore, Gulab Rai, era segretario del Maharaja di Chhattarpur.

La seconda o terza notte del suo soggiorno nel mandir, Ramdas ebbe un attacco di malaria. Quando aveva la febbre alta provava un’estasi intensa e non riusciva a controllarsi. Danzava freneticamente pronunciando il Nome di Dio. Bhavani Prasad e Ramcharandas lo supplicavano di non sforzarsi in quello stato e quasi lo costrinsero a sdraiarsi sul lettino predisposto per lui. La febbre durò due giorni.

Un devoto di Navagaum, un villaggio a ventidue chilometri da Chhattarpur, venne a prendere Ramdas per portarlo a casa sua e presentarlo al fratello malato. Ramdas trovò l’uomo negli ultimi stadi della tisi. Era ridotto a un semplice scheletro e i suoi parenti, avendo perso ogni speranza, desideravano che ricevesse il darshan di Ramdas prima di morire. Ramdas rimase a Navagaum per una notte, e poi tornò a Chhattarpur.

Balak Ram, che aveva vissuto a Chhattarpur per un po’, aveva lasciato il posto ed era andato nell’entroterra, a circa quarantadue chilometri di distanza, per stare in cima a una collina chiamata Rajghad. Arrivò anche un invito da Ramchandra Gupta per andare a Cawnpore. Per di più, ricevette un telegramma da Triveni Prasad che gli chiedeva di andare urgentemente di nuovo a Lalitpur, anche solo per un giorno.

Verso mezzogiorno, un dì, all’improvviso, Ramdas propose di partire per Rajghad. Il cielo era scuro di nuvole e c’era una pioggerella. Ramdas uscì dritto dal tempio e propose di coprire la distanza a piedi. Anche Ramcharandas si preparò, ma gli altri? Si guardarono di traverso ed esitarono. La prospettiva non era allettante. La strada per Rajghad attraversava una vasta e fitta giungla, senza villaggi per le soste. Gli altri amici, incluso Vaijnath, si tirarono indietro dall’avventura e espressero la loro decisione di rimanere.

Bhavani Prasad, venuto a sapere della determinazione di Ramdas, mandò suo figlio Gulab Rai a persuaderlo a non partire con quel tempo, ma Ramdas rimase fermo sulla sua decisione e Gulab Rai non poté farlo recedere.

«Per favore» chiese Gulab Rai, «aspettate cinque minuti, torno subito».

Dopo cinque minuti, una automobile nuovissima era ferma all’entrata del tempio. Le vie di Dio sono meravigliose! Ramdas salì in macchina e, cosa buffa, anche tutti gli amici che avevano esitato prima, vi si stiparono dentro! Gulab Rai chiese a Ramdas di fare visita al proprietario della vettura, che in quel momento era a letto con un grave attacco di febbre tifoidea. Ramdas acconsentì. L’auto si fermò alla porta dell’ammalato e Ramdas con il gruppo entrò in casa e trovò il paziente in stato di delirio. Ramdas si sedette accanto al suo letto e, passando le mani sulla sua testa e sul corpo, lo rassicurò che sarebbe guarito. Le persone della casa offrirono a Ramdas del latte da bere. Ne bevve una parte e diede il resto al paziente. Poi lasciò il posto e tutti risalirono in macchina. L’auto ripartì, e quando giunse sulla strada solitaria fuori città, volò come il vento, nonostante le condizioni accidentate della strada nella giungla.

Alle tre del pomeriggio, raggiunse la base della catena di montagne chiamata Rajghad. Scesi, il gruppo si diresse verso il luogo dove viveva Balak Ram. Dovevano salire una rampa di gradini rocciosi, oltre un centinaio, prima di arrivare a una sporgenza piatta della montagna dove Balak Ram aveva costruito la sua dimora. Non appena Balak Ram vide Ramdas, si gettò ai suoi piedi, piangendo traboccante gioia, e lo abbracciò più e più volte.

Balak Ram viveva in una piccola capanna issata su quattro pali robusti, a circa tre metri da terra, simile alle torri di guardia nelle risaie del paese.

Sul lato verso la collina, che si estendeva molto al di sopra dell’altitudine del luogo, si vedeva uno Shiva-linga, interrato alla base in uno scavo sul fianco della collina. Una sorgente d’acqua diffusa sulla cima lasciava gocciolare l’acqua, in minuscoli rivoli, lungo i suoi bordi, formando un getto piuttosto corposo, che scorreva sulla testa del linga giorno e notte, senza interruzione. All’estremità esterna, il terreno pianeggiante finiva con un dolce declivio. Lì c’era una panca di pietra che ne seguiva l’inclinazione.

«La notte scorsa ho vissuto una crisi terribile, Swamiji» raccontò Balak Ram. «Ero nella più totale disperazione. Nonostante i miei sforzi erculei, Dio non mi concedeva il Suo darshan. Fui preso da una tale furia contro Shiva che presi a calci lo Shiva-linga come un pazzo. Lottai persino per divellerlo e gettarlo giù dalla collina. Ma non riuscii a muoverlo, era saldamente radicato. Poi mi sono ricordato di voi. Vi ho chiamato a voce alta: “Ramdas, Ramdas, Ramdas!”, e ho continuato al massimo della mia voce per quasi mezz’ora, fino a che, ormai prostrato, ho dovuto smettere. Alla fine, in risposta alla mia insistente chiamata, siete venuto. Voi siete il mio Dio».

«Ramdas è solo un servitore di Dio, che dimora nei cuori di tutti noi, e va da un posto all’altro in obbedienza al Suo comando», affermò Ramdas.

 

3. Dio opera una cura miracolosa

Quando le ombre della sera calarono, tutti gli amici, eccetto Vaijnath e Ramcharandas, scesero dalla collina per passare la notte nel villaggio che stava ai piedi delle colline. Calata l’oscurità, Balak Ram accese una lanterna. La montagna era ricoperta da una fitta giungla di alberi giganteschi. Le belve uscivano dalle loro tane lanciando i loro ruggiti famelici, che si potevano udire distintamente da ogni dove.

Prima del buio, il gruppo di quattro era salito a un luogo più in alto sulla collina. La via per arrivarvi era pericolosa per l’elevata scivolosità. Qui c’era una stanza costruita in mattoni simile a una grotta, davanti alla quale c’era uno stretto passaggio. Quello era tutto lo spazio disponibile per la loro sosta.

«Swamiji, questa mattina ero così sicuro del vostro arrivo che ho spalmato l’interno di questa grotta con sterco di mucca, affinché possiate occuparla» disse Balak Ram. «Vi supplico, Swamiji, rimanete con me per alcuni giorni».

«No, Ram, non è possibile» rispose Ramdas. «Vedi che molti amici sono venuti con Ramdas per riportarlo indietro, e l’automobile è rimasta apposta per il viaggio di ritorno».

«Non dovreste andare» insistette. «Lasciate che gli amici tornino indietro. Vi terrò qui solo con me. Poi, dopo alcuni giorni, organizzerò un’automobile per il vostro rientro». Supplicò, pianse e si gettò ai piedi di Ramdas.

Allora Ramdas gli disse che sarebbe rimasto ma solo a certe condizioni, e se anche una soltanto di esse fosse stata violata, se ne sarebbe andato.

«Rispetterò fedelmente le vostre condizioni!» promise solennemente.

«Le condizioni sono queste: finché Ramdas sarà con te, non lascerà questo posto più alto. Secondo: occuperà la grotta di notte. Terzo: vivrà di sola acqua. Quarto: osserverà il voto di silenzio. Sei d’accordo?» lo interrogò Ramdas.

Accettò tutte le condizioni poiché credeva che, attraverso lo stato interiore di Ramdas, la sua mente incontrollata avrebbe trovato pace. Continuarono a parlare fino a tarda notte. Riposarono solo due o tre ore al mattino. Come preannunciato, Ramdas dormì nella stanza-grotta.

Il giorno dopo tutti scesero al livello inferiore dove sorgeva lo Shiva-linga mentre Ramdas rimase vicino alla grotta. Verso le otto, il gruppo del villaggio salì guidato da Bhavani Prasad. Portò con sé del cibo a sufficienza per tutti composto da poori[8] (pane fritto), curry e latte. Balak Ram, su richiesta di Ramdas, spiegò loro la sua decisione di fermarsi con lui per alcuni giorni, le sue condizioni e chiese loro di partire senza di lui. Gli amici insorsero; dichiararono all’unisono che non sarebbero andati via senza di Ramdas e che non avrebbero nemmeno toccato cibo a meno che Ramdas non lo avesse condiviso con loro. Egli poteva sentire le loro parole e vederli da sopra. Fecero pressione su Balak Ram per far scendere Ramdas. Balak Ram era in un dilemma: aveva dato la sua parola che non avrebbe violato le condizioni dategli, la situazione per lui era estremamente imbarazzante. Alla fine dovette cedere. Salì e condusse giù Ramdas. Poi il gruppo si sedette per la cena. Balak Ram con le sue stesse mani mescolò del poori nel latte con zucchero e lo offrì a Ramdas. Mangiò. Tre condizioni erano state violate, e alla fine fu infranta anche l’ultima con la dichiarazione:

«Ram, tutti i voti sono stati infranti e tu ne sei la causa. Quindi Ramdas ritiene di essere autorizzato a partire con il gruppo».

«No, no, Swamiji» gridò Balak Ram con tono spaventato e addolorato. «Potrete osservare i voti dopo che se ne saranno andati».

A questo punto, Ramcharandas, che era del tutto contrario alla permanenza di Ramdas con Balak Ram, fece un cenno a Ramdas per non cedere alla sua persuasione. A questo Balak Ram esplose in una collera terribile contro Ramcharandas e disse a voce alta:

«Tu osi istigare Swamiji a non fermarsi qui! Possano le maledizioni di Shiva cadere sulla tua testa!».

Ramdas intervenne immediatamente: «Le maledizioni di Shiva cadano sulla testa di Ramdas e non su quella di Ramcharandas, poiché la testa di Ramdas è liscia, essendo calva, e può quindi ospitare qualsiasi numero di maledizioni». Ramdas si alzò per partire mentre Balak Ram piangeva e si rotolava a terra per impedirgli di andarsene.

«Controlla la tua rabbia, Ram, e ripeti il Ram-Mantra», disse Ramdas.

Il gruppo lasciò le colline e tornò all’automobile. Raggiunsero Chhattarpur a mezzogiorno. L’auto si diresse direttamente alla porta del suo infermo proprietario. Ramdas entrò per vederlo. Era seduto sul letto, ancora debole ma libero dalla febbre. Nel vedere Ramdas tremò per l’emozione. Gli fu offerto del latte che di nuovo divise con il paziente e stava per lasciarlo, quando questi chiamò l’autista dandogli disposizione di tenere l’automobile a completa disposizione di Ramdas, finché fosse rimasto a Chhattarpur. L’autista giunse persino a rifiutare il compenso dovutogli per il viaggio a Rajghad.

Ramdas chiese agli amici che lo avevano seguito finora di tornare alle loro residenze, lasciando che lui e Ramcharandas procedessero per Cawnpore. La stessa auto li portò alla stazione di Harpalpur, dove presero un treno per Banda per ricevere il darshan di Vishuddhanand.


[1] Seth: capo di una comunità mercantile, un banchiere o un facoltoso commerciante.

[2] Murti: (sanscrito): letteralmente “forma” o “incarnazione”; indica l’immagine o la statua sacra che rappresenta una divinità, utilizzata come supporto per la meditazione e la venerazione (puja).

3] Mandir: termine sanscrito che indica il tempio indù, inteso come dimora terrena della divinità e luogo di incontro tra l’umano e il sacro.

[4] Ram bhajan: canto devozionale dedicato a Ram.

[5] Ram Lila: rappresentazione drammatica della vita di Rama.

6] Kamandal: recipiente per l’acqua, in zucca secca, metallo o coccio, usato dagli asceti erranti per le abluzioni rituali e per conservare acqua potabile.

[7] Anna: vecchia moneta indiana del valore di un sedicesimo di rupia.

[8] Pane fritto.