Ramdas: ‘Nella Visione di Dio’ – Capitolo 25

CAPITOLO XXV

ERNAKULAM

 

1, L’amico degli uccelli e degli animali

A Shoranur, Ramdas incontrò Sanjivarao, che era venuto ad accoglierlo. Per i primi giorni fu ospitato a casa sua. Arrivarono quindi un bonifico e un telegramma da Madhavrao Kulkarni di Anjangaum, che lo pregava di partire immediatamente per essere presente alla celebrazione religiosa che si teneva annualmente a casa sua. Ma a causa delle precarie condizioni di salute di Ramdas, provocate da frequenti attacchi di malaria, persino dopo l’arrivo a Ernakulam, gli amici del luogo si opposero risolutamente all’idea che viaggiasse fino a un posto così lontano come Sholapur. Dovette sottomettersi, e, restituiti i soldi, gli amici informarono Madhavrao con una lettera congiunta, spiegando che le condizioni di salute di Ramdas non gli permettevano di viaggiare e che aveva bisogno per un po’ di riposo assoluto.

Ramdas propose a Sanjivarao di trovargli un alloggio fuori città, in modo che le persone che desideravano vederlo potessero andare lì a trovarlo e parlare con lui. Presto fu scelta per il suo soggiorno una casa a circa un chilometro e mezzo dalla città. Il giorno prima del trasferimento, un amico, un pio bramino, venne a trovare Ramdas a casa di Sanjivarao. Ramdas era seduto su una sedia, nella stanza anteriore, di fronte all’ingresso. Erano circa le otto del mattino. Il bramino salì il primo gradino e si fermò di colpo, fissando Ramdas immobile come una statua. Aveva occhi grandi che guardavano Ramdas con uno sguardo fisso, senza battere ciglio. Per un minuto o due regnò il silenzio più assoluto. Poi il bramino esordì:

«Sapete perché sono rimasto sui gradini a fissarvi intensamente? Ve lo dirò. Ho visto un fenomeno strano. Nel momento in cui i miei occhi si posarono sulla vostra figura, ho visto una fiamma di luce brillante tutt’intorno al vostro corpo. Era una luce pura, accecante. Sono rimasto paralizzato alla vista. La luce rimase lì per alcuni secondi e poi svanì, e allora sono entrato nella stanza».

Ramdas si trasferì nella casa fuori città. Era composta da tre piccole stanze e un portico aperto. La casa era situata nel mezzo di un giardino di palme da cocco. Ernakulam è un luogo sabbioso, essendo vicino al mare Arabico, le cui rive sono costellate di bellissimi boschetti di cocco. Il prodotto principale della terra è la noce di cocco, dalla quale si estrae olio e altri alimenti che vengono esportati in grandi quantità.

La sera e la mattina, i visitatori erano soliti venire nel suo rifugio per vederlo e parlare con lui. Gli ponevano domande su argomenti religiosi e lui, attingendo alle sue esperienze, cercava di chiarirle. Anche alti funzionari governativi, avvocati e professori gli concedevano la gioia della loro compagnia. Il vicinato in cui viveva era di cristiani, i cui polli e capre, che vagavano nei dintorni, avevano libero accesso alla sua casa. Lui li nutriva con banane e granaglie che riceveva in regalo dai visitatori. Le galline gravide deponevano le loro uova sul suo giaciglio di giorno, credendo che lì sarebbero state al sicuro. Mostravano chiaramente l’ansia di preservarle e proteggerle dai loro padroni predatori, che le avrebbero private della prole ancora nell’uovo.

Ma i figli di questi padroni venivano in casa in cerca di uova e le portavano via. Un giorno, una povera gallina scoprì che l’uovo che aveva deposto sul giaciglio di Ramdas era sparito. Ramdas in quel momento era seduto fuori in veranda. Era solo. La gallina venne diritta verso di lui con uno sguardo interrogativo e gridò:

«Co-Co-Co» come a dire: «Che fine ha fatto l’uovo che ho deposto sul vostro letto?».

«Madre, cosa può fare Ramdas?» rispose Ramdas. «I figli dei tuoi padroni vengono qui e portano via le uova in tua assenza».

La stessa storia si ripeté più volte. Una mattina, mentre Ramdas stava nutrendo e parlando con alcune capre, due padri cristiani vennero a trovarlo. Osservando l’amicizia di Ramdas con gli animali, parlarono del famoso San Francesco d’Assisi, la cui vita, dissero, era simile a quella che conduceva Ramdas.

Il Signore, tramite gli amici di Ernakulam, volle che Ramdas scrivesse questa narrazione in continuazione del primo libro In cerca di Dio. Gli furono dati i materiali necessari per scrivere. Ramdas cominciò a mettere per iscritto la storia della sua vita, ma la interruppe dopo aver redatto poche pagine. Aveva, fin dall’inizio, annotato i punti principali della narrazione su un taccuino, e questi appunti, che erano stati conservati, sono ora utilizzati come riferimento.

Qui Ramdas fu raggiunto di nuovo dal raja yogi che lo aveva istruito nella pratica del pranayama. Tra i visitatori c’era un noto avvocato malayalam, Narayana Menon, al quale venne in mente di adottare il sannyas. Ricevette anche l’iniziazione alla pratica del controllo del respiro e, a tal proposito, il raja yogi cominciò a deridere tutti gli altri metodi di concentrazione. Ramdas sosteneva che la ripetizione del Nome di Dio fosse la via più facile e diretta per raggiungere Dio, mentre il raja yogi condannava apertamente questo metodo e ne parlava in modo sprezzante ai visitatori ai quali Ramdas ne sottolineava l’importanza. Ci fu un attrito. I visitatori erano perplessi e Ramdas non sapeva più che fare, si sottomise alla volontà di Dio, e Dio risolse il problema a modo Suo, in maniera imperscrutabile. Il raja yogi risiedeva a Ernakulam da molto tempo, persino prima che Ramdas visitasse il luogo, e aveva istruito liberamente e indiscriminatamente molte persone in questa pratica, con il risultato di causare non pochi danni tra gli allievi. Ci fu un afflusso di queste povere persone illetterate nella casa, dove, avevano sentito, risiedeva lo yogi. Si lamentavano di palpitazioni cardiache, tosse, perdita di memoria, malattie debilitanti e chi più ne ha più ne metta! Questa tempesta raffreddò l’ardore dello yogi. Smise di insistere sul suo metodo da lui preferito e anche di dare istruzioni relative al pranayama.

 

2. Le qualità di un sadhu

In quel periodo si presentò un altro sannyasi. Entrò in casa e, vedendo alcune banane in una credenza, se ne servì e, avvicinandosi a Ramdas, disse:

«Voglio fare il bagno; preparatemi subito dell’acqua calda».

In casa non c’era nessun sistema per scaldare l’acqua. Ramdas e lo yogi facevano di solito il bagno con acqua fredda. Ramdas lo informò della situazione.

«Niente scuse» gridò, «acqua calda, presto. Non faccio il bagno da diversi giorni. Insisto per farlo qui e ora».

C’era una brocca d’acqua di terracotta. Lo yogi la mise su tre pietre prese dal giardino, accese un fuoco con rami secchi di cocco e scaldò l’acqua. Ramdas e lo yogi gli fecero quindi il bagno, lo yogi lavò i suoi vestiti sporchi, Il tutto eseguito con il massimo senso di umorismo. Dopo il bagno ordinò:

«Dov’è da mangiare? Ho fame».

I pasti per Ramdas e lo yogi arrivavano dalla città a mezzogiorno e adesso erano le dieci. Gli fu detto dell’orario dei pasti. Ramdas era disposto a rinunciare al suo nutrimento per il sannyasi. Chiese all’amico di aspettare finché il cibo non fosse arrivato.

«Non posso aspettare» disse. «Esco. Proverò a procurarmi del cibo da qualche parte in città».

Detto questo se ne andò. A mezzogiorno arrivò il cibo. Ramdas propose allo yogi di aspettare un po’, poiché c’era la possibilità che il sannyasi si ripresentasse. Aspettarono per quasi mezz’ora, ma il sannyasi non si fece vedere. Il raja yogi suggerì che avrebbero potuto finire il vitto affinché il portatore non aspettasse troppo per ritirare i vassoi; il sadhu poteva essersi procurato il cibo in città. Consumarono il loro cibo.

Subito dopo che il vitto fu terminato e i vassoi lavati, il sannyasi entrò in casa con passi frettolosi e ansiosi. Andò direttamente nella stanza dove era servita la cena, e lì non trovò altro che un odore di cibo stuzzicante che annusò.

«Dov’è il cibo per me?» urlò.

Lanciò a Ramdas un’occhiata così furiosa che se l’avesse potuto inghiottire con lo sguardo l’avrebbe fatto in quell’istante.

«Bravi ragazzi! Avete mangiato tutto e non avete lasciato niente per me?» disse con disprezzo glaciale.

«Anche voi avrete il vostro nutrimento, swami, ma poiché non siete venuto in tempo, dovrete aspettare un’altra mezz’ora» rispose Ramdas.

Poi ordinò al portatore di correre subito a casa di un certo amico e di prendere pasti doppi. Il giovane disponibile, in mezz’ora portò una quantità di cibo sufficientemente abbondante, e l’affamato sannyasi fece un pasto soddisfacente.

Il sannyasi rimase per il giorno. Quella sera affluirono, come al solito, i visitatori, ma quando videro il sannyasi lì, manifestarono disagio. Due visitatori espressero la loro opinione in sua presenza e dissero:

«Questo sannyasi è una piaga. Viene nelle nostre case e ci tormenta. Non si accontenta del solo cibo. Vuole anche soldi. Noi poveri non possiamo permetterci di soddisfare le sue richieste. Inoltre minaccia di scagliare maledizioni su di noi. Non diamo molto valore alle sue maledizioni, ma il suo comportamento è del tutto intollerabile. Lo avremmo trattato per le rime, ma rispettiamo il colore ocra del tessuto che indossa».

Mentre questa aperta accusa gli veniva fatta in faccia, il sannyasi, con una gamba poggiata sull’altra in modo altezzoso, e la mano destra che si attorcigliava un lato dei baffi, sorrideva approvando, come se stesse ascoltando qualche gloriosa impresa di cui era l’eroe. Ramdas allora gli parlò brevemente delle vere qualità di un sadhu.

«Se un sadhu rimane a lungo in un luogo, deve vivere fuori città e recarsi nell’abitato solo per la questua. Non deve mai importunare le famiglie. Deve coltivare la pazienza e il perdono. Non deve mai entrare nelle abitazioni senza il permesso dei padroni di casa. Non deve chiedere denaro, ma accontentarsi soltanto del cibo che gli viene offerto. Desiderare il male altrui o scagliare maledizioni su chicchessia è del tutto contrario ai principi di un sadhu. Quando indossa le vesti del sannyasi, non deve mai, con la sua condotta, disonorare l’abito. La veste color ocra rappresenta il distacco assoluto. Se ci si ritiene inadatto al sannyas, non lo si deve abbracciare, se lo si è abbracciato per un errore di giudizio, lo si deve abbandonare non appena si scopre l’errore, per non ingannare gli altri con l’abito che si indossa.

«Non deve mai frequentare i bazar. Deve rimanere nella sua dimora e fare le sadhana necessarie, o illuminare coloro che vanno da lui per un aiuto spirituale. Se la sua fiducia nella Verità suprema e nei propri sforzi privi di desideri è debole, e così non compie progressi verso una vita autosufficiente e indipendente, farebbe meglio ad abbandonare l’abito e la vita del sadhu e dedicarsi a una qualsiasi professione onesta, adatta alla sua natura, per il suo sostentamento. Essere un flagello e un peso per la società significa attirare il male su se stesso, oltre a essere un fastidio per coloro che entrano in contatto con lui».

Il sannyasi ascoltò con attenzione e concentrazione il discorso di Ramdas, con un sorriso che gli aleggiava sulle labbra. Di notte, al sannyasi fu dato un telo per coprirsi. La mattina presto, mentre si alzava dalla stuoia su cui giaceva, disse che quel giorno avrebbe lasciato Ernakulam. Disse così prendendo il telo con sé, lasciò il luogo e non tornò più.

 

3. Il tuo corpo è la Sua espressione

Ora Ramcharandas, che per qualche tempo aveva vagato per alcuni villaggi del Kanara meridionale, pensò di viaggiare verso l’India settentrionale. Poiché desiderava vedere Ramdas prima di lasciare definitivamente il sud, un giorno si presentò inatteso al rifugio dov’era alloggiato. Ramdas fu felice di vederlo.

Nel corso della conversazione, Ramdas gli parlò della visione divina:

«La visione di Dio non è altro che realizzare e sentire la Sua presenza dentro di te e ovunque intorno a te; perché Dio è lo spirito onnipervadente, che permea l’intero universo. I mondi manifesti non sono diversi da Lui, poiché non sono che la Sua stessa espressione in termini di nome e forma».

Il giovane non fu colpito da questa presentazione della Verità, e disse in tono di completa insoddisfazione:

«Swamiji, non voglio niente del vostro aspetto nirguna[1] o impersonale di Dio. Voglio vederLo come saguna[2] . Bramo il darshan del Ram-panchayatan[3]. Voi invece continuate sempre a insistere sulla stessa melodia, enfatizzando l’aspetto di Dio privo di forma».

Ramdas sorrise e rispose:

«Il saguna che desideri è un’immagine della tua stessa mente e non può soddisfarti. Dovresti elevarti al di là di tutte le forme della vista e della mente. Il vero saguna o corpo del Signore è l’universo stesso, in cui Egli è immanente e, per Suo potere, sta causando in questa manifestazione la nascita, la crescita e la dissoluzione di tutti gli esseri e le cose. Egli è anche trascendente come puro spirito. Il tuo corpo è una delle Sue espressioni. La tua attività ha la sua origine nell’infinita potenza di Dio. Non lasciarti illudere dal desiderio di vedere cose che sono condizionate e temporanee, semplici fantasmi della tua mente. Abbi il vero desiderio di realizzare la tua natura immortale e la tua unione con Dio onnipotente e onnipresente, che è il Signore supremo dell’universo. Purifica la tua mente e il tuo cuore con la giusta disciplina, qualificati per questa visione gloriosa e raggiungi la perfetta libertà e la beatitudine eterna».

Ramcharandas rimase in silenzio. Dopo un po’ prese congedo da Ramdas.


[1] Nirguna: in sanscrito nir vuol dire senza, e guna vuol dire qualità, perciò nirguna significa senza attributi o privo di qualità. È la Pura Coscienza o Puro Essere senza mondo. È la Realtà Suprema, il Brahman nella sua essenza pura, assoluta e infinita, oltre ogni forma, nome e caratteristica limitante.

[2] Saguna: in sanscrito sa vuol dire con, e guna vuol dire qualità, attributi; perciò saguna significa con attributi e qualità. Sul Brahman vengono proiettate qualità, in genere antropomorfe, e così la Pura Coscienza e il Puro Essere, che sul piano ontologico sono di fatto sinonimi, diventano quella tale divinità, con certi poteri e determinate caratteristiche. Questo è utile al bhakta per estrinsecare il suo amore, che espandendosi diventa l’oceano, cioè: il puro Brahman nirguna.

[3] Ram-panchayatan: il Divino sotto forma di Rama, Sita, Lakshman, Bharat e Hanuman.