Samadhi 3. Ovvero, non siete il samadhi, siete il Sé

L’Ashtavakra Samhita dice: “Nel pensare a ciò che non può essere pensato si deve pur evocare una qualche forma di pensiero. Perciò, anche quest’ultima modalità di pensiero rimanente dev’essere abbandonata, per stare nella verità in cui dimoro” (12.7). Il Capitolo 12 dell’Ashtavakra Gita o Samhita è proprio quello che spiega come rimanere stabili nel Sé.

Quando si inizia a pensare all’impensabile (il samadhi), la mente rimane in uno stato di nulla accompagnato da pace e beatitudine. Questo stato è chiamato samadhi e non è altro che una forma-pensiero.

Ashtavakra e tutti gli altri Jnani ti consigliano con una sola voce di ignorarlo del tutto. Secondo lo Jnani non si può mai uscire dalla propria vera natura, nel samadhi come nelle attività della veglia, perciò uno Jnani è indifferente a entrambi.

Ma lo yogi non può mai rivendicare di essere quella Realtà dato che non l’ha conosciuta nella giusta prospettiva. Perciò lo yogi rischia di diventare schiavo del samadhi quanto l’uomo comune lo è del mondo.

Questo è anche l’errore di prospettiva in cui incorrono generalmente i partecipanti assidui dell’Intensivo di Illuminazione. Essi comprendono di essere quella Vera Natura che appare loro nell’esperienza diretta – e fin qui va bene –, ma incorrono nell’errore di pensare di dover rimanere sempre nello stato di samadhi per essere quello che veramente sono. Così, invece di lavorare al fine di stabilire definitivamente la loro identità col Sé, la qual cosa nasce da una ‘profonda comprensione’, cercano invece di stabilirsi nello stato dell’esperienza diretta, ma quello viene e va… Ricordate l’esperienza di Swami Kumali, che aveva mente purissima e praticamente viveva nel nirvikalpa samadhi, e pur tuttavia sentiva di non essere ancora realizzato? Egli finalmente ottiene la realizzazione solo quando Sri Atmananda gli fa capire di essere caduto nell’equivoco di essersi identificato con lo stato del samadhi anziché col Sé.

A complicare le cose c’è la questione, di cui abbiamo ampiamente parlato, che ogni Maestro, anche all’interno della stessa tradizione, ha il proprio vocabolario. Ad esempio Papà Sri Ramana Maharshi, quando gli chiedono la deferenza tra samadhi e realizzazione, dice: “Sono la stessa cosa”. Ma se studiate i suoi discorsi vedrete che il sahaja samadhi non è uno stato specifico ma la completa identità col Sé, che è il sostrato di tutti gli stati, samadhi compreso. Infatti Sri Ramana dice ancora: “Voi mi vedete camminare, parlare, mangiare, dormire, essere in samadhi ecc., ma io sono sempre lo stesso”.

Nel Discorso 359, Ramana Maharshi dice: – Mukti, cioè la liberazione, non deve essere acquisita in seguito. È sempre qui e ora. L’esperienza (del Sé) è qui e ora. Non si può negare il proprio Sé.
Domanda: – Ciò significa esistenza e non felicità.
M.: – Esistenza = felicità = Essere. La parola mukti (liberazione) è così provocatoria. Perché la si dovrebbe cercare? Si crede che ci sia la schiavitù e perciò si cerca la liberazione. Ma il fatto è che non c’è nessuna schiavitù, ma solo liberazione. Perché chiamarla con un nome e poi cercarla?
D.: – Vero, ma siamo ignoranti.
M.: – Rimuovi solo l’ignoranza. Questo è tutto ciò che c’è da fare.

Sri Nisargadatta dice: – Noi siamo già l’Assoluto, dobbiamo solo convincercene. Perciò bisogna rimanere attaccati all’Io Sono fin quando non ce ne convinciamo del tutto.

Please, non siete il samadhi, siete il Sé.

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