l’illuminazione di Swami Kumili

Una mattina, nel 1932, a Kottayam, ove Sri Atmananda era allora Assistente Sovrintendente di Polizia, provò un insolito bisogno di andare sulle montagne orientali di Kumali nelle High Ranges (alte catene montuose). Egli era già in uno stato semi-trascendente, ma ciò nonostante cominciò subito un giro di ispezione a sorpresa delle stazioni di polizia di quei pressi [vedi Discorso 481 “Come produrre i migliori risultati dell’azione”n.d.t.]. Arrivato alla stazione di polizia trovò che l’ispettore era fuori per il suo solito giro e gli mandò a dire di rientrare presto. Poi, senza alcuna scorta, cominciò a salire sulla collina alla sinistra, in risposta a un impulso che diventava sempre più forte man mano che procedeva.

Sulla cima della collina incontrò un vecchio yogi avadhuta completamente nudo – evidentemente lo stava aspettando. Avvicinatosi a lui, riconobbe che era il vecchio sannyasin che quando aveva dieci anni gli aveva dato un mantra, e che aveva incontrato in altre due occasioni. Lo yogi aveva raggiunto il più alto stato di sviluppo yogico ed era abitualmente immerso in un lungo e profondo nirvikalpa samadhi che durava giorni interi. Vi erano solo brevissimi intervalli da quando si destava da quello stato e quando vi rientrasse; fortunatamente quello era un momento in cui era desto.

Nello stato di veglia, lo yogi dubitava di aver raggiunto la Verità suprema. Sri Atmananda era della stessa opinione e desiderava dargli un aiuto. Parlarono con franchezza e apertura sullo vero stato dello yogi nel samadhi. La sua mente era così pura e sattvica che Sri Atmananda non ebbe difficoltà a mostrargli l’errore di base che ancora non aveva trasceso. Nei minuti successivi la Verità suprema della sua vera natura gli venne chiaramente spiegata in pochissime parole. Il grande yogi vide la Verità suprema e cadde in un profondo nirvikalpa samadhi. Questa volta non era il solito nirvikalpa in cui egli rimaneva testimone del samadhi. Questa volta trascese anche la testimonianza e si unì alla Verità ultima. Questa è l’Autorealizzazione pura e semplice.

Sri Atmananda dovette impegnarsi per ben due ore per riportarlo alla coscienza del corpo. Non poteva lasciarlo in quello stato, altrimenti lo yogi avrebbe potuto continuare indefinitamente nel nirvikalpa samadhi [fino al sopraggiungere della morte del corpo fisico – n.d.t.].

Tornato allo stato di veglia il grande yogi si alzò e si prostrò davanti a Sri Atmananda come suo discepolo. Fu il secondo discepolo di Sri Atmananda e da quel giorno lo chiamiamo Swami Kumali, poiché non ci è noto alcun altro suo nome.

Ora il dovere ufficiale di Sri Atmananda lo attendeva alla stazione di polizia.

[da “Life sketch of Shri Krishna Menon – Sri Atmananda” (Breve Storia della Vita di Sri Atmananda)]

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NOTA DI SERGIO:

Vale forse la pena dire che l’autore della biografia fa degli errori riguardo al nirvikalpa, di cui probabilmente non ha esperienza diretta. Se c’è il testimone è al massimo savikalpa (o sabija nella nomenclatura di Patanjali). Il testimone neutrale, per quanto fondamentale nelle ultime fasi della sadhana, è anche l’ultimo residuo di ego, il più sottile. Nel nirvikalpa (o nirbija) sparisce. Vi è suprema conoscenza (la consapevolezza della consapevolezza senza oggetti, corpo e mondo) senza conoscitore, né c’è qualcuno che sa di essere in samadhi. Lo si rileva dopo, quando ritorna la mente discriminativa. Il nirvikalpa è già lo stato supremo, solo c’è bisogno di un certo tempo di nirvikalpa perché la liberazione diventi irreversibile. Tuttavia lo jnani non ha bisogno di rimanere sempre in quello stato di trance. Quando il nirvikalpa diviene la sua identità (profonda comprensione) egli può transitare attraverso qualsiasi stato senza cambiare. Questo è ciò che Sri Ramana Maharshi chiama sahaja samadhi. È interessante notare che Sri Ramakrishna chiamasse invece sahaja samadhi la trance del nirvikalpa. E infatti dice: dopo 21 giorni di sahaja samadhi il corpo muore…

 

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