samadhi

Colui che vede tutti gli esseri nel Sé
e si è ritrovato in tutti gli esseri,
da cosa si ritirerebbe?
Chi ha scoperto questa Unità,
quale dolore, quale illusione
può ancora toccarlo?
Si muove, eppure non si muove!
È lontano, eppure è a portata di mano!
È dentro tutto questo, eppure è anche al di fuori di tutto questo.
Il pensiero stesso non può raggiungerlo,
né possono farlo gli dei.
Sebbene stia fermo, corre più veloce di tutti.
Conoscenza e ignoranza
sono uguali per lui, è andato oltre.
Colui che comprende insieme
il manifesto e l’immanifesto,
dopo essere passati attraverso la morte,
ha raggiunto l’immortalità.
[Īśā Upaniṣad, 4-7, 10 e 14].

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Il savikalpa e il nirvikalpa samadhi sono la medesima cosa dei sabija e nirbija samadhi nella nomenclatura di Sri Patanjali.

Nel savikalpa, pur nello stato unitivo di non separazione, c’è ancora l’osservatore, e quindi è un samadhi di cui si può parlare. Ricordate la descrizione che Yogananda dà del suo primo samadhi? Occupa più di una pagina… Nel nirvikalpa la fusione col Brahman è assoluta e sparisce anche l’osservatore. Perciò non è un samadhi di cui si possa parlare. I maestri per orientare usano la negazione di entrambi gli opposti dei concetti, ad esempio: né conoscenza né non-conoscenza, né essere né non-essere ecc.

L’osservatore nel samadhi costituisce ancora una sottile traccia di mente e di dualità. Patanjali la chiama bija, che vuol dire ‘seme’, e il seme in questo caso si riferisce alla mente: sabija è con seme e nirbija e senza seme. Per esattezza, vi avverto che la definizione di savikalpa e nirvikalpa che ho dato non corrisponde a quella di Sri Ramana, che ne coglie altri aspetti.

Il dono del samadhi è la Beatitudine, al di là d’ogni immaginazione. È la Beatitudine a portar via, finalmente, l’aspirante dal girone del mondo fenomenico. Egli diventa così Beatitudine-Divina-dipendente che nessun desiderio mondano può più distrarlo.

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